LE STORIE DEL MEDAGLIERE

GLI AMICI DEL MEDAGLIERE

 

‘La Vandea in Italia’

Insurrezioni anti-francesi e guerra civile in Italia,

 1797-1806

 

1^parte

 

Paolo Coturri - Bruno Mugnai

Nella primavera del 1796, con l’armistizio d Cherasco e la successiva pace di Parigi, per la Francia repubblicana si apriva la possibilità di controllare tutto il territorio italiano. Entro breve tempo sarebbero sorte le repubbliche Cispadana (ottobre 1796) e Cisalpina (luglio 1797), alle quali si sarebbero aggiunte quella Ligure (giugno 1797), Romana (febbraio 1798), Lucchese e Partenopea (gennaio 1799). In pratica restavano escluse dal turbine dei cambiamenti solo le isole della Sicilia e della Sardegna, rimaste rispettivamente in possesso dei Borbone e dei Savoia. Il crollo dell’Ancien Régime e il mutamento tanto repentino di forme di governo e istituzioni politiche lungamente consolidati, avrebbe portato come conseguenza alla spaccatura dell’Italia in due ambiti politici contrapposti: da un lato quello dei giacobini e dei democratici, rappresentati non solo da esponenti del ceto medio delle professioni e da quelli più sensibili al richiamo delle nuove idee, ma anche da una parte dell’aristocrazia e dal clero più colto; dall’altra parte i settori più reazionari della società, appoggiati nel loro tentativo di revanche dagli strati più poveri della popolazione sia laica che ecclesiastica, estranei alle problematiche politiche e ideologiche rivoluzionarie[1] e resi ostili ai francesi da una tenace propaganda di stampo realista e cattolico. Lo scollamento fra queste due realtà sociali e culturali risultò evidente e insanabile: lo scontro frontale si consumò nel 1799 dando vita alle reazioni lealiste e clericali che a Napoli e in Toscana conobbero gli episodi più eclatanti.

I movimenti reazionari che a partire dal 1799, dopo essersi manifestati diffusamente un po’ dappertutto, ripartirono per investire il sud e il centro Italia costituiscono senza dubbio uno dei fenomeni più interessanti della storia politica del Paese. L’interesse verso questa fase della storia italiana ha registrato una crescita notevole dopo il 1989 (con le iniziative per i 200 anni della rivoluzione francese) ma, al contrario della guerra in Vandea, l’interesse per le vicende accadute nella Penisola non ha quasi mai superato i confini dell’Italia, rimanendo di fatto semi sconosciuto all’estero. Eppure, in maniera molto più netta di quanto avvenne in Francia con il movimento del Sacre Coeur vandeano, le vicende italiane rappresentarono un laboratorio politico interessante e di straordinaria complessità. Solo prendendo in esame la vastità del fenomeno, le insorgenze italiane coinvolsero strati della popolazione di gran lunga superiori rispetto alla Vandea, e anche se consideriamo il numero complessivo delle vittime, quelle lotte richiesero un tributo di vite elevato. Forse, lo scenario politico italiano del 1990 contribuì in maniera determinante a far apparire come ‘provinciali’ quelle vicende, divenute oggetto di discutibili e spesso imbarazzanti strumentalizzazioni politiche. Nonostante fossero passati due secoli da quei fatti, una ricostruzione storicamente attendibile di quei fatti sembrava lontana da venire, lasciando le visioni contrapposte in uno stato di insanabile divisione. Da parte dei sostenitori delle insorgenze esisteva il forte rifiuto a considerare quei fatti alla stregua di una semplice jacquerie, contestando con forza la visione tradizionale tramandata dal Risorgimento, che – ovviamente – era sempre stata favorevole ai ‘democratici’. Dall’altro lato della barricata, le ricerche degli storici di orientamento ‘progressista’ propendevano per liquidare gli insorti alla stregua di un sottoproletariato strumentalizzato dai preti e dall’aristocrazia. Date queste premesse, la storiografia si arricchì di molti pessimi contributi, mentre fra gli storici di professione ci fu chi volle individuare nelle insorgenze italiane della fine del XVIII secolo i prodromi della futura lotta di resistenza antifascista.[2]

A rendere il tema poco noto agli appassionati di storia non italiani esistevano particolarità regionali difficili da comprendere dall’esterno. Infatti, nonostante le dimensioni delle insorgenze siano state ampie, lo svolgimento fu frammentario e, pur registrando una partecipazione popolare significativa, le azioni si svilupparono a macchia di leopardo rimanendo legate prevalentemente a fattori congiunturali e localistici. Interpretare le insorgenze era un compito arduo anche perché sin dall’inizio queste rivolte furono contrastate dalle stesse potenze schierate contro la Francia rivoluzionaria. Austria, Inghilterra e Russia, i maggiori attori e naturali alleati delle insurrezioni, mostrarono una certa ambiguità nei confronti degli insorgenti e dei loro leader, considerati come appartenenti a movimenti pericolosi e irrazionali. Non meno ambiguo fu il comportamento della Francia. La vulgata popolare, specie quella originata nel Risorgimento, ha liquidato questi fatti come una temporanea vittoria delle forze clericali e reazionarie, ma che la rivoluzione francese esportata con le armi aveva alla fine trionfato, liberando i popoli italiani e beneficiandoli della creazione di repubbliche ispirate ai principi democratici e liberali. Nella realtà la situazione, specie negli anni prima di Marengo, fu assai più complessa e non sempre Parigi sostenne le iniziative spontanee di certe regioni che si autoproclamarono repubbliche e tantomeno condivise le imprese pianificate dalle repubbliche alleate per esportare la rivoluzione nel resto dell’Italia. Il direttorio, seppure desiderava avere nell’Italia un’alleata, era ossessionato dalla ricerca di risorse per contrastare gli eserciti dei coalizzati e per questo considerava gli stati della Penisola come un’opportunità per finanziare la guerra. Insediare, favorire, oppure impedire la nascita delle repubbliche democratiche fu, tanto per Parigi come per il generale Bonaparte, assolutamente funzionale alle innumerevoli contingenze politiche e al mutevole contesto strategico di quegli anni. Per questo, non senza un fondo di ragione, il ruolo di degli stati italiani sorti all’indomani dell’arrivo dei francesi è considerato come assolutamente marginale.

Anche per questo la storiografia militare internazionale, relativa le guerre della prima e seconda coalizione,tende a considerare l’Italia solo un teatro operativo della guerra continentale, riducendola a semplice espressione geografica “…come fosse disabitata”[3]. Pur con tutti i loro meriti, le ricerche effettuate all’estero tendono a ritenere la partecipazione degli italiani al fianco delle potenze della coalizione come irrilevante e in molti casi appaiono ancora condizionate dai canoni ottocenteschi incentrati sullo studio delle campagne di guerra e degli scontri principali. Per questo motivo tendono a eludere il fenomeno delle insorgenze, contraddistinto soprattutto da azioni di guerriglia. Inoltre la prospettiva complessiva di quei fatti è deformata dal mito di Napoleone e delle contrapposte visioni della società che nel secolo successivo apriranno la strada all’unità del Paese. Appare infine evidente constatare come, nonostante la sonnolenta quiete che regnava in Italia nell’ultimo quarto del secolo, le tensioni e le rivalità di classe fossero come il fuoco sotto la cenere, che le campagne rivoluzionarie avrebbero innescato dando vita auna breve ma cruenta spirale di violenza senza precedenti. 

Fra il 1796 e il 1800 avvennero in Italia oltre 80 insurrezioni e rivolte più o meno estese e durature. La maggior parte di queste furono di segno reazionario – lealista e clericale – ma alcune avvennero per iniziativa giacobina e repubblicana, fino alle rivolte più radicali di stampo egualitario e babuviste[4], avvenute perlopiù nell’Italia settentrionale. Nella maggioranza dei casi si trattò di episodi a carattere di sommossa locale, tumulti e disordini che coinvolsero le forze regolari francesi e quelle dei loro alleati, opposti a popolani scarsamente organizzati militarmente e che ebbero quasi tutte breve durata. Si ebbero anche delle rivoluzioni locali e colpi stato ispirati ai principi rivoluzionari francesi, come quelli in Piemonte che portarono alla creazione della repubblica di Alba e nei domini veneziani con le repubbliche di Brescia e di Bergamo. Anche quando avvennero nel segno contrario, moti, tumuli e insurrezioni non sempre mostrarono un orientamento univoco di tipo lealista, bensì si registrarono episodi nei quali prevaleva l’odio verso i francesi e il cui fine principale era quello di opporsi alle requisizioni. Altre episodi divamparono a causa del sentimento antiborghese dei contadini, come accadde nel Biellese nel 1797 e parzialmente anche nelle campagne toscane dopo il maggio del 1799. Vi furono scontri nei quali le forze contrapposte erano entrambe formate da reparti regolari, affiancati talvolta da milizie urbane, guardie civiche e bande di insorti. Fu questo il caso delle maggiori insorgenze, come le Pasque Veronesi, il ‘Viva Maria’ in Toscana e la ’Santa Fede’ nell’Italia del sud. Un ultima, esigua, parte di questi conflitti vide contrapposti reparti, regolari in quelle che furono quasi guerre civili, come il conflitto sardo-ligure della primavera del 1798, che vide contrapposti piemontesi lealisti e rivoluzionari.

 

Rivoluzioni, controrivoluzioni, e insorgenze in Italia dal 1796 al 1806

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Paolo Coturri

 Bruno Mugnai

NOTE:

 

[1]             Come ha giustamente sottolineato Vincenzo Cuoco nel Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: “una rivoluzione non si può fare senza il popolo, e il popolo non si muove per raziocinio, ma per bisogno (…) La libertà delle opinioni, l’abolizione del culto, l’esenzione dai pregiudizi era chiesta da pochissimi, perché a pochissimi interessava”.

 

[2]             Su questa falsariga si muovono anche i lavori di valenti storici come Francesco Mario Agnoli, i cui studi hanno prodotto testi fondamentali per lo studio della materia, come la Guida introduttiva alle insorgenze controrivoluzionarie in Italia durante il periodo napoleonico, 1796-1815, Pessano (MI)1996,oppure Anna Maria Rao: Folle Controrivoluzionarie, Roma 1999, o anche Emilio Gin: Santa Fede e congiura anti-repubblicana a Napoli, Napoli, 1999, però quasi del tutto privi di un’analisi militare di quei fatti. Fra i testi di storia militare, resta insuperato per completezza dei dati e valore divulgativo l’ampi saggio di Virgilio Ilari, Piero Crociani e Ciro Paoletti: Storia Militare dell’Italia Giacobina, 2 voll. Roma, 2001.

[3]             V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p. 3.

[4]             François-Noël Babeuf (1760 – 1797), noto anche come Gracco Babeuf, in onore dei Gracchi, i riformatori e tribuni della plebe romana, fu un giornalista ed agitatore politico francese durante la Rivoluzione del 1789. Babeuf viene ricordato soprattutto per il suo ruolo nella congiura degli Eguali. Sebbene i termini socialista e anarchico non fossero in uso a quel tempo, entrambi sono stati ampiamente utilizzati dagli studiosi per descrivere gli ideali politici di Babeuf, quale anticipatore del socialismo libertario (NdA).

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