LE STORIE DEL MEDAGLIERE

GLI AMICI DEL MEDAGLIERE

 

La Vandea in Italia’

Insurrezioni anti-francesi e guerra civile in Italia,

 1797-1806

 

3^ ed ultima parte

 

Paolo Coturri - Bruno Mugnai

  • Ordine di Battaglia dell’Armata Patriottica (15 aprile 1798)

 

Divisione di Levante: aide de champs Jean Baptiste Léotto, vice comandante Antoine Léons;

800 volontari di fanteria (300 giacobini piemontesi fuoriusciti, ufficiali e soldati disertori dell’esercito sardo; 200 francesi; 80 cisalpini e il rimanente italiani di altri stati e stranieri).

4 compagnie di granatieri della Guardia Nazionale di Milano (400 uomini)

35 dragoni cisalpini (dal 18 aprile).

Divisione di Ponente: colonnello Carlo Gallo, vice comandante Debernardi;

600 volontari di fanteria (giacobini piemontesi, ex insorti di Revello e altri italiani)

Divisione di Mezzodì: generale ‘Camillo’;

400 volontari a piedi (giacobini piemontesi e altri fuoriusciti di Alba).

 

L’azione più impegnativa spettava alla Divisione di Levante, che doveva fronteggiare la parte più consistente delle truppe sarde nel Novarese, sollevare la popolazione e, una volta entrati in città,proclamare la Repubblica Piemontese, inalberando il tricolore della prima repubblica di Alba. La colonna repubblicana si concentrò a Gallarate e da lì si spostò prima a Varese e infine a Laveno, sulla sponda cisalpina del Lago Maggiore. Il 15 aprile l’offensiva iniziò con lo sbarco dei volontari a San Bernardino, protetti da 2 cannoniere cisalpine. I patriotti occuparono senza colpo ferire Pallanza cogliendo alla sprovvista il piccolo presidio sardo, quindi Léotto diffuse i proclami ricevuti da Séras e impose un tributo in denaro alle comunità del luogo. Il piano prevedeva l’occupazione della Val d’Ossola, considerata come una roccaforte ‘democratica’, ingrossare le fila assicurandosi al contempo una via di ritirata in direzione del Ticino in caso di insuccesso, e in un successivo momento avanzare su Novara. Le aspettative relative all’aumento degli effettivi andarono però deluse, considerato che il Battaglione del Lago Maggiore da formarsi con i volontari locali aveva raccolto meno di un centinaio di adesioni.[1]

A Novara i governativi disponevano di 4.000 soldati regolari e milizia, ma il comandante si mosse solo dopo aver raccolto informazioni sulle forze avversarie e soprattutto dopo essersi assicurato che le intenzioni dei francesi non erano quelle di appoggiare l’invasione. Agli ordini del colonnello Del Carretto conte di Millesimo, i sardi si prepararono allo scontro attestandosi fra Gravellona e Ornavasso, dove il 21 aprile entrarono in contatto con l’avanguardia avversaria. Il mattino seguente la divisione repubblicani forte di 600 fanti e due cannoni si mosse per assaltare i nemici a Gravellona. Il piano messo a punto dai comandanti sardi era semplice ma si rivelò efficace: prevedendo l’assalto dei nemici su Gravellona, Del Carretto dispose a difesa 440 soldati fanteria con 40 dragoni in riserva, e assicurati i fianchi con la compagnia granatieri del reggimento Savoia da un lato e da 200 svizzeri sull’altro, attese l’arrivo della colonna di rinforzi in marcia da Novara. Al canto della Marsigliese i repubblicani avanzarono in direzione del borgo e alle 10 del mattino la battaglia ebbe inizio. Dopo due ore di combattimento i sardi stavano per cedere, ma la notizia dell’arrivo dei rinforzi servì a rianimare le truppe. Agli ordini del maggiore De Maistre, la colonna di rinforzo sorprese su un fianco e alle spalle i repubblicani che si sbandarono ritirandosi in disordine su Ornavasso, dove cercarono di distruggere il ponte da loro gettato la sera prima. La guardia nazionale milanese, rimasta di presidio a Pallanza, attraversò di nuovo il confine prima dell’arrivo dei nemici. La battaglia era costata ai repubblicani 130 uomini e altri 150 erano stati catturati, compreso Léotto, Leons e il comandante del Battaglione del Lago Maggiore, consegnato ai lealisti dai suoi stessi uomini; altri 250 patriotti furono consegnati ai sardi dai contadini che li avevano catturati. Le truppe sarde avevano perduto 17 uomini e altri 42 erano stati i feriti. I prigionieri furono rinchiusi nel castello di Domodossola; tutti quelli catturati con le armi e i disertori dell’esercito sardo furono condannati a morte: in totale furono eseguite 64 sentenze, compresi i due comandanti francesi Léotto e Leons[2].

L’invasione da nordest si era risolta in un insuccesso ed esito altrettanto negativo ebbero le offensive della Divisione di Ponente e del Mezzodì. La prima, divisa in due colonne, aveva perso il contatto e si era sbandata appena incontrate le truppe lealiste in marcia da Pinerolo. La divisione di Mezzodì, concentrata sul confine ligure aveva occupato l’enclave sarda di Carrosio, ma il 12 aprile era stata respinta dai sardi. Rientrati a Carrosio con 9 prigionieri, i repubblicani avevano cercato di convincerli a unirsi a loro, prima con le lusinghe e poi con le minacce; infine il 19 aprile, furiosi per l’ostinato rifiuto dei soldati, li avevano fucilati. L’offensiva repubblicana riprese il 27 aprile, una volta ricevuto un rinforzo di 400 soldati di fanteria della Repubblica Ligure, che adesso entrava apertamente in guerra contro i Savoia. La colonna scese dai passi e occupò diversi villaggi in territorio piemontese, colse di sorpresa i presidi della milizia sarda e catturò 200 prigionieri. Il 5 maggio i repubblicani tentarono di impadronirsi del castello di Serravalle Scrivia, che però respinse l’intimazione di resa. La connivenza del direttorio ligure con i patriotti emerse chiaramente dal rifiuto di Genova alla richiesta di concedere il passaggio delle truppe sarde attraverso il territorio ligure per riconquistare Carrosio.[3]

Alla fine il governo di Torino ordinò al generale di brigata d’Osasco di liberare Carrosio, superando il confine ma dichiarando di non avere alcuna mira territoriale in Liguria. Carrosio fu occupata, ma la decisione sarda di violare il territorio ligure fornì il pretesto a Genova per arrestare il console del re di Sardegna in Liguria, mentre anche il Direttorio di Parigi fece pressioni su Torino per comporre la vicenda e proclamare un indulto generale. Si giunse infine a un accordo, mediato dal console francese a Torino, che prevedeva l’invio di un presidio francese a Carrosio, ma appena i soldati sardi furono partiti, il paese fu nuovamente occupato dai patriotti. La situazione si stava deteriorando irrimediabilmente, spingendo il direttorio ligure a richiamare il proprio rappresentante a Torino e a dichiarare la guerra.

Il 7 giugno a Genova si consegnarono i fucili ai volontari, mentre si allestì la cosiddetta Armata dell’Oriente, formata in realtà da un solo battaglione di linea, che agli ordini del colonnello Siri avanzò su Gavi e infine cinse l’assedio a Serravalle. Parallelamente all’offensiva ligure, i sardi tornavano in possesso di Carrosio il 9 giugno, lasciando di presidio l’intero reggimento provinciale di Asti. Il conflitto ebbe una rapida e violenta escalation. Dopo un assalto andato a vuoto, i liguri fecero arrivare l’artiglieria a Serravalle Scrivia e iniziarono a bombardare la fortezza, impiegando cannoni da 60 libbre e un mortaio da 360; l’assedio proseguì fino al 27 giugno, quando il presidio sardo si arrese dopo aver esaurito le munizioni. Il 12 giugno, a Genova fu decretata l’istituzione di un Registro Militare per la coscrizione di tutti i cittadini dai 18 ai 30 anni, esclusi i capifamiglia; in alcuni luoghi si formarono corpi franchi con alla testa improvvisati capi militari, come il caso dell’ex frate di Valenza, Stefano Camollo, autonominatosi generale alla testa di un migliaio di volontari giacobini.[4] La guerra interessò anche le enclave sarde di Oneglia e Loano, assaltate dall’ Armata d’Occidente, formata da due colonne comprendenti regolari liguri e volontari giacobini piemontesi. Loano, difesa dalla milizia locale e da 400 regolari del reggimento Piemonte, fu assalita anche da mare con due galee con a bordo truppe da sbarco, mentre da terra fu investita da 400 regolari del II Battaglione di Linea e da numero analogo di guardie nazionali del distretto di Pietra Ligure. L’assalto fallì, ma gli assedianti aumentarono il loro numero con l’affluenza dei contadini dei dintorni che si unirono nella speranza di poter saccheggiare Loano. I combattimenti proseguirono fino 27 giugno, quando difensori si arresero all’intimazione del comandante ligure, il colonnello Ruffini, avendo esaurito le munizioni. Gli scontri erano stati tutt’altro che strenui, come si intuisce dalle perdite complessive, 6 morti e 13 feriti per i liguri e 3 morti e 6 feriti per i sardi. A Oneglia, assediata dal 24 giugno da 400 regolari del IV battaglione di Linea e 600 miliziani della riviera di Ponente, sotto il comando del colonnello francese Langlade, l’esito fu invece disastroso per i Liguri. Il presidio sardo, composto da soli 200 soldati del reggimento provinciale Cuneo, 300 miliziani e un distaccamento di genieri, si difese con coraggio, abilmente diretto dal comandante della piazza, il barone Giorgio Andrea des Geneys e dai suoi subordinati, tutti veterani della guerra delle Alpi, e soprattutto approfittò degli errori avversari, che non riuscirono a coordinare le operazioni con le galee in arrivo da Loano. I sardi respinsero gli assalti e il 27 giugno effettuarono una sortita che mise in fuga la milizia. Tutti i reparti liguri si ritirarono in disordine verso Porto Maurizio, mentre anche i rinforzi, che ignari stavano marciando su Oneglia, vennero assaliti dai sardi e dai contadini fedeli ai Savoia, che li inseguirono fino alle porte di San Remo. Il corpo di soccorso sardo, arrivato a Oneglia il 28 giugno con 200 regolari, assalì Diano e occupò i dintorni dopo aver sconfitto 600 miliziani liguri. Se le perdite di vite umane erano state modeste, i prigionieri caduti nelle mani dei sardi furono invece centinaia: il rapporto del comandante della piazza di Oneglia riferisce la cattura di 5 capi-battaglione, 8 capitani, 19 tenenti, 1 chirurgo maggiore e 1.239 soldati regolari e miliziani. Per questo insuccesso il colonnello Langlade fu richiamato a Genova dove subì il processo.

Da Parigi l’intervento di Talleyrand, che fece pressione su Torino per il ritiro delle truppe dal territorio Ligure, costrinse Carlo Emanuele IV a firmare il 28 giugno l’umiliante convenzione di Milano. La Francia si impegnava a mantenere la sicurezza dei domini piemontesi dei Savoia, la fine delle ‘aggressioni’ provenienti dalla Repubblica Cisalpina e il sostegno ai rivoluzionari, imponendo al re il ritiro delle truppe e la cessazione della guerra in Liguria, l’indulto generale e la cessione della cittadella di Torino, in cambio della restituzione futura delle piazze di Cuneo, Tortona, Cherasco e Ceva, conservando solo un presidio nella cittadella di Alessandria. Nonostante la pace conclusa, ai primi di luglio la guerra tornò a infiammare il Piemonte. Un tentativo dei fuoriusciti piemontesi di Carrosio di impadronirsi di Alessandria, confidando della presenza del presidio francese nella cittadella, si scontrò con le truppe sarde, avvertite del piano giacobino da un prete. I sardi conoscevano perciò il piano avversario fin nei dettagli e così schierarono le truppe a disposizione nei punti chiave. All’alba del 5 luglio le sentinelle avvistarono la colonna dei patriotti forte di 960 uomini con 2 cannoni; ad attenderli c’erano 300 fanti del reggimento Saluzzo, 200 del Savoia e altrettanti svizzeri dello Stettler, un distaccamento di genieri e 180 dragoni del reggimento Regina. La trappola non lasciò scampo ai repubblicani che furono aggirati e presi alle spalle dei dragoni. Pur difendendosi con coraggio, dopo meno di un’ora furono messi in rotta lasciando sul terreno più di 400 uomini; molti furono fatti a pezzi dai contadini dei dintorni “…che avevano in odio i francesi e i giacobini”,[5] mentre altri 310 furono catturati, compresi i due cannoni. L’eccidio suscitò un’impressione enorme e diede agio ai giacobini di accusare il governatore di Alessandria, il barone Angelo Maria Solaro di Moretta, di aver volontariamente ritardato la pubblicazione dell’indulto reale per sbarazzarsi della “colonna infernale”, ma provocò anche l’imbarazzo del comando francese, il cui governo si era impegnato a impedire gli sconfinamenti dalla Liguria. I fatti di Alessandria furono un episodio tutto sommato marginale nel complesso scacchiere italiano, tuttavia, in coincidenza dell’invasione napoletana dello stato romano nel dicembre del 1798, i francesi procedettero all’occupazione del Piemonte e alla rinuncia dei Savoia alla sovranità sugli stati continentali con l’atto del 9 dicembre.

  • L’esercito della Repubblica Democratica Ligure

 

Durante la Guerra delle Alpi la Serenissima Repubblica di Genova aveva triplicato la forza dell’esercito chiamando alle armi la milizia delle tre Podestarie, forte di 1.200 uomini, congedati nel gennaio del 1797 per ragioni di economia, conservando solo i presidi – castellani – pari a 320 uomini e 5 compagnie scelte borghesi, ciascuna di 120 teste. Le truppe di linea assommavano nello stesso periodo a 4.733 soldati dei reggimenti di fanteria Schreiber, Savona, Sarzana, Gaulis e Corso, l’artiglieria e il genio. Nel giugno del 1797, con la trasformazione in Repubblica Democratica, l’esercito fu riformato assumendo caratteristiche più in sintonia con il nuovo ordine politico. Il Comitato Militare istituito dalla nuova repubblica presentò un piano per allestire una forza armata di 1.500 uomini, amalgamando i soggetti più giovani e prestanti degli antichi reggimenti liguri, in un corpo di Giandarmeria; nella nuova unità potevano essere accolti anche i corsi, naturalizzati in blocco ‘genovesi’. Con il decreto del 22 luglio furono soppressi i corpi di fanteria e istituita al loro posto una Truppa di Linea al servizio della Repubblica, formata da 4 battaglioni di 10 compagnie di 100 uomini. L’esercito regolare era completato da un battaglione d’Artiglieria con 9 compagnie cannonieri e 1 di operai e dal corpo del genio formato da 12 ufficiali.

Per cancellare ogni residuo dell’antico regime, i battaglioni non conservarono alcun legame con i corpi più antichi e quindi non esisteva alcuna gerarchia d’anzianità, concedendo a turno la posizione d’onore e la formazione del picchetto di guardia al palazzo del governo.

Da notare che, diversamente dalla Repubblica Cisalpina e da quella Romana, in Liguria, come in seguito anche a Napoli e a Lucca, si mantennero nell’organico i cappellani militari.

 

 

 Paolo Coturri

 Bruno Mugnai

 

 

 NOTE:

 

[1]              Léotto incorporò nel battaglione la compagnia della milizia di Vogogna e per rendere più efficaci i suoi ordini minacciò i renitenti di fucilazione.

[2]              Fra i condannati a morte i francesi erano 21, di cui 1 franco-canadese, 1 monegasco, 1 corso e 2 vandeani; i piemontesi erano 23, quindi 11 cisalpini, 3 veneti di cui 1 di Corfù, 2 liguri, 1 trentino, 1 prussiano, 2 svizzeri, di cui 1 disertore dell’armata sarda. “Tutti, secondo il Liber Mortuorum della parrocchia furono confessati, pentiti e confortati dal Viatico. Sepolti in una fossa comune, i loro resti furono riesumati nel 1884, traslati nell’ipogeo del cimitero comunale e onorati come i martiri del 1798”. V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p. 45.

[3]              Il console francese a Genova esaltò le imprese dei conquistatori di Carrosio, ingiustamente perseguitati dal governo sardo a causa della loro amicizia con la Francia e perciò costretti a prendere le armi per difendersi; idem, p. 48.

[4]              Camollo e i suoi tentarono di conquistare Pozzolo, ma furono respinti; il generale fu catturato dai dragoni sardi assieme a 13 compagni e condotto prigioniero ad Asti.

[5]              V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p. 48.

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