LE STORIE NAPOLEONICHE

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L'ARTISTA DEL MESE

 

 

 

 

 

 

 

Mercie’, Mouterde, Mathieu


La Societe’ Des Artistes Reunis De Lyon

 

 

Che la Rivoluzione Francese sia un periodo affascinante e per certi versi entusiasmante, nessuno lo può negare; non si può nemmeno negare come sia stato però anche un periodo drammatico in cui, almeno in alcune fasi, la vita umana abbia perso ogni suo significato, sacrificata sull’altare dei principi rivoluzionari o, molto più spesso, su quello della real politik o su quello ben meno nobile, della più feroce lotta politica basata sul principio della “mors tua vita mea”.

Studiando approfonditamente storie e personaggi della rivoluzione, capita talvolta di trovarsi di fronte a situazioni del genere in cui anche uomini o donne geniali o veri patrioti, sono caduti come se fossero stati i peggiori nemici controrivoluzionari. A ben pensare la quasi totalità dei grandi protagonisti della Rivoluzione ha compiuto questa parabola finendo la propria esistenza sulla ghigliottina, ma moltissimi, senza avere nemmeno la “consolazione” di essere entrati nella storia, ha condiviso questo loro destino.

E’ quanto ci è accaduto di scoprire cercando di tratteggiare la biografia di un gruppo di artisti lionesi legati al mondo della medaglistica rivoluzionaria per essersi impegnati nel cercare di risolvere uno dei più annosi problemi economici del periodo ovvero quello della penuria di moneta metallica circolante, rapidamente tesaurizzata dai grandi capitalisti finanziari dell’epoca o portata all’estero dai molti refugées aristocratici in fuga dai giacobini.

I loro nomi: Mercié, Mouterde e Mathieu sono ormai del tutto sconosciuti non solo ai più ma anche agli appassionati del periodo, collezionisti compresi, a causa del ridottissimo numero di opere da loro realizzate. Ciò nonostante hanno invece da raccontare una storia davvero interessante ed altamente significativa dell’atmosfera che si respirava nella Francia della fine del XVIII secolo.

All’epoca la distinzione fra artisti ed artigiani non era così netta come potrebbe essere oggigiorno ed infatti ciascuno di loro era prima di tutto un abile artigiano nella sua specializzazione: Mercié era un buon incisore apprezzato localmente, Mouterde un esperto fonditore a capo di un’avviata attività di produzione di bottoni e decorazioni metalliche i cui servizi erano frequentemente richiesti dalle numerose chiese presenti nell’arcivescovato di Lione e Mathieu un brillante meccanico in grado di realizzare i macchinari necessari all’attività dei primi due.

Nel 1790 l’Assemblea Costituente dové affrontare il problema della pressoché totale scomparsa della moneta metallica di rame e della conseguente necessità di reperire metallo per batterne di nuova. Fra le varie soluzioni ipotizzate, ne venne scelta una che non solo sembrava assicurare la disponibilità di grandi quantità di metallo a costo zero, ma che aveva anche il vantaggio di essere dotata di un grande simbolismo, ovvero quella di impiegare la miriade di campane bronzee situate all’interno dei monasteri e conventi soppressi. Come i locali che prima avevano ospitato monaci, frati e suore, erano stati impiegati al servizio della nazione diventando per esempio carceri oppure sedi dei club politici (giacobini e cordiglieri), così in teoria il prezioso metallo delle campane ormai silenziose, poteva avere un ben altro impiego.

L’idea, che inizialmente sembrò essere geniale, si dové ben presto scontare con il problema tecnico, apparentemente insormontabile, dovuto all’estrema morbidezza del cosiddetto “metal de cloche” (metallo da campana) che lo rendeva inadatto ad essere coniato.

Come fatto anche in altre occasioni, l’Assemblea si rivolse direttamente alla nazione bandendo una sorta di concorso destinato agli addetti del settore, per inventare macchinari o sviluppare procedimenti che permettessero di risolvere l’impasse.

La ricompensa era però garantita solo a coloro che avessero inventato un metodo che permettesse l’impiego del metal de cloche in purezza ritenendosi inutili soluzioni che implicassero l’impiego di altri metalli come lega, stante l’impossibilità di averne disponibilità o di poterli importare dall’estero.

I tre artisti lionesi, forti delle loro competenze complementari ed assistiti da un nutrito gruppo di colleghi i cui nomi però non ci sono giunti, decisero di mettersi in gioco costituendo La società degli artisti uniti di Lione e, grazie proprio alla maestria di Moutarde nella fusione dei metalli, a trovare la soluzione al problema.

Il Metal de cloche puro, come già anticipato, risultava essere troppo tenero per essere coniato e, sottoposto alla pressione del bilanciere, risultava deformarsi rendendo impossibile la produzione in serie di monete dotate di uno standard minimo qualitativo necessario per impedire, o quantomeno complicare, la loro falsificazione.

Era quindi necessario trovare un modo con cui “indurire” il bronzo delle campane nella fase della loro fusione e della loro trasformazione in lamine pronte per la coniazione.

Venne in soccorso la grande esperienza di Mouterde, che apparteneva ad una famiglia composta da generazioni di fonditori, il quale predispose un metodo che prevedeva una serie di quattro fasi:

  1. Sottoporre la campana ad una lunga e lenta fusione;

  2. Versare il metallo fuso in appositi stampi di ferro rivestiti di ematite e riscaldare ulteriormente il metallo;

  3. Procedere alla laminazione delle barre quando sono ancora al color rosso;

  4. Riportare al calor rosso il tondello prima di sottoporlo a coniazione;

E’ chiaro quindi come il fondamento di questo procedimento girasse tutto intorno alle varie fasi di fusione del metallo con continui raffreddamenti e riscaldamenti del metallo.

Solo chi avesse una grande familiarità con l’arte della fusione vi si poteva quindi avvicinare.

Vi è però di più; la necessità di “battere” dei tondelli in pratica incandescenti, poneva il problema del rapido deterioramento dei conii di acciaio normalmente invece impiegati per coniare tondelli “freddi” cioè non preriscaldati.

La soluzione al problema venne portata da Mathieu, il socio “meccanico” che sviluppò un metodo ora sconosciuto, per “preparare” nel modo giusto l’acciaio inglese (uno speciale tipo di acciaio così denominato perché inventato nel Regno Unito) così da renderlo insensibile alle alte temperature dei tondelli da battere.

Seppur descritti in modo dettagliato come in questo caso, i processi industriali innovativi nascondono sempre dei “know how” segreti tali da garantire che solo i loro inventori possano ottenerne i risultati voluti.

Anche in questo caso, oltre alla serie dei riscaldamenti e raffreddamenti, entrava in gioco anche qualche altro fattore/ingrediente che solo Moutarde conosceva e che gli permetteva di preparare il metallo nel modo giusto per essere coniato perfettamente.

Dal 1790 al 1793 gli Artisti Uniti di Lione si dedicarono senza sosta a questo progetto, presentandosi più volte al cospetto dell’Assemblea Nazionale e riscontrandovi anche un certo favore per la loro invenzione. A differenza degli altri artisti coinvolti nel concorso, che si limitarono a concentrarsi sui metodi di fusione del metallo delle campane, essi riuscirono invece anche a presentare dei veri e propri campioni di monete e medaglie coniate dimostrando come il loro procedimento non avesse valore solo da un punto di vista teorico ma fosse già pronto per essere impiegato per la produzione della moneta così necessaria all’economia nazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pur di fronte a dati incontrovertibili circa la concreta possibilità della coniazione e la qualità dei prodotti, nell’Assemblea Nazionale ben presto cominciò ad emergere tutta una serie di “correnti” pro e contro la loro proposta, fondate principalmente non su argomentazioni tecniche ma su interessi di altra natura, spesso confliggenti fra di loro che, proprio perché esulanti da valutazioni nel merito, divennero ben presto insormontabili per questo gruppo di artisti.

In seno all’Assemblea Nazionale, la situazione su questa materia era a dir poco confusa. Se infatti da una parte vi erano strenue e spesso capricciose opposizioni, dall’altra, nell’estate del 1792, si giunse addirittura a proporre di usare la tecnologia lionese per realizzare degli assegnati metallici, nel taglio da 5 livres, invece di quelli tradizionali di carta.

Una tale proposta fu interpretata dagli artisti riuniti come la dimostrazione che nell’assemblea vi fosse un’opinione ormai consolidata a loro favore, tanto da spingerli a fare un primo passo falso, ovvero quello di opporvisi, probabilmente per un eccessivo moto d’orgoglio, argomentando che il metallo che avrebbero impiegato, appartenendo alla nazione, sarebbe stato indegno di qualunque altro impiego al di fuori della coniazione di una vera moneta avente corso ufficiale nel paese.

Effettivamente, negli stessi giorni in cui si discuteva su questa  proposta, il Comitato incaricato di presentare un rapporto sulla bontà del procedimento lionese, si espresse, nell’agosto del 1792, in termini estremamente loro favorevoli, di fatto portando la stessa Assemblea nazionale a promulgare due decreti con cui in sostanza autorizzava gli artisti lionesi a coniare monete in metal de cloche da 3 e 5 sous identificando anche il modello prescelto fra i campioni presentati dagli stessi artisti.

 

 

 

 

 

Quando ormai sembrava tutto deciso, così invece non era: prima l’Assemblea decretò un cambio di valore nominale delle monete in metal da cloche passando a 2 e 4 sous e poi, quando anche lo stabilimento dedicato a tale produzione era pronto, l’improvvisa opposizione del ministro delle finanze Clavière, che in modo più o meno velatamente pretestuoso, impediva loro di ricevere le campane da fondere, portò ad un’impasse definitiva.

Nel frattempo infatti il loro principale sostenitore, il ministro degli interni Roland, anch’egli girondino compiva la sua parabola.

Come per molti altri casi di personaggi politici rivoluzionari, anche l’ascesa di questo personaggio fu tanto alta quanto repentina, passando da una delle posizioni più potenti nel paese alla ghigliottina in pochi mesi.

Effettivamente Jean-Marie Roland, con la famosa Madame Roland, moglie e protagonista del panorama culturale e politico di quel tempo, fu uno dei principali esponenti del club dei girondini a cui si opponeva con forza e violenza sempre crescente, quello ben più radicale dei montagnardi. La loro posizione non apertamente a favore della morte del Re, così come Il loro favore nei confronti di un modello costituzionale federale che facesse da contrappeso allo strapotere delle Comune di Parigi, li fece dichiarare traditori e nemici della patria e costò loro la libertà durante gli arresti ed i successivi processi sommari del 2 giugno 1793. Roland inizialmente vi riuscì a sfuggire scappando in Normandia ma, in seguito all’esecuzione di tutti i suoi colleghi compresa la moglie, decise di farla finita suicidandosi.

Se quindi gli artisti lionesi furono prima “vittime” di uno scontro personale fra i due potenti ministri girondini, in un secondo momento la caduta in disgrazia del loro club politico, si trascinò dietro tutti coloro che ad esso potevano essere collegati.

La loro battaglia privata si confuse infatti nella contrapposizione ben più grande fra federalisti e giacobini e, nello specifico in quella fra i repubblicani moderati di Lione e i comunardi di Parigi che portò nell’estate dell’anno dopo, al tristemente famoso assedio di Lione.

Persa ormai ogni speranza di poter vedere il loro progetto coronato dal successo, Mouterde nella primavera-estate del 1793, si trovò coinvolto in prima persona nella difesa della sua città.

Già prima della rivoluzione aveva fatto parte della milizia borghese e, una volta costituita la guardia nazionale anche a Lione, vi si era arruolato con convinzione, conquistandosi subito la fiducia dei concittadini che gli affidarono ben presto ruoli di responsabilità all’interno della sezione del suo quartiere fino ad arrivare al grado di Capitano comandante di battaglione.

Con questo grado combatté il 29 maggio 1793 contro le truppe inviate dalla Comune di Parigi occupandosi, nelle settimane successive, di organizzare la difesa della città posta sotto assedio fino alla sua caduta l’ottobre successivo.

L’essersi messo in grande evidenza durante quei mesi di guerra ed essere stato anche in precedenza un personaggio pubblico, gli costò molto caro in quanto lo rendevano un capro espiatorio perfetto nella repressione che seguì la caduta della città.

Arrestato il 10 novembre 1793, non gli fu concessa la libertà su cauzione benché molti suoi colleghi così come altrettanti comuni cittadini, si fossero resi disponibili a raccogliere i fondi necessari e a farsi garanti della sua persona.

Fu giudicato in un processo farsa e condannato alla ghigliottina il 26 dicembre dello stesso anno. Nello stesso giorno la condanna venne eseguita sulla pubblica piazza.

La rivoluzione, come un mostro dantesco, non solo aveva consumato e sprecato le energie e le abilità di un cittadino che tanto avrebbe potuto fare per il proprio paese, ma ne aveva alla fine anche sacrificato la vita alla sua furia cieca e distruttrice.

 

 

Alain Borghini

 

 

 

 

 

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