LE STORIE DEL MEDAGLIERE

GLI AMICI DEL MEDAGLIERE

 

‘La Vandea in Italia’

Insurrezioni anti-francesi e guerra civile in Italia,

 1797-1806

 

2^parte

 

Paolo Coturri - Bruno Mugnai

  • I Primi Fuochi

 

Nel momento stesso in cui i francesi iniziarono la conquista dell’Italia nel 1792, si registrarono in Savoia e nel Nizzardo i primi scontri fra soldati regolari repubblicani e ‘partigiani’ sardi, cioè i montanari delle Alpi Marittime, i barbetti, che provarono a sbarrare il passo alle truppe francesi dirette verso il Piemonte. Tuttavia fu solo dopo l’armistizio di Cherasco che si registrarono i primi scontri di rilevo fra civili e soldati francesi. Ad ogni modo, in Piemonte la contrapposizione fra popolazione locale e occupanti non fu così drastica e primi episodi insurrezionali furono di segno rivoluzionario e democratico. Subito dopo l’armistizio del 1796, che di fatto escludeva il Regno di Sardegna dalla coalizione antifrancese, si era fatta strada ad Alba e in altre località del Piemonte meridionale l’influenza della massoneria riunita attorno alla figura del notabile locale Ignazio Bonafus (1768-1836), il quale si era apertamente schierato dalla parte dei francesi. Ritirandosi in direzione opposte, austriaci e sardi avevano lasciato la cittadina priva di presidio e nemmeno i francesi avevano inviato truppe per occupare una piazza ritenuta priva di valore strategico. La concomitanza di questi fattori rese possibile la messa a punto del progetto dei giacobini locali per dare vita a una ‘Repubblica delle Langhe’.

Il 19 aprile 1796 il consiglio municipale di Alba aveva deliberato l’istituzione di una milizia urbana, immediatamente monopolizzata dai sodali di Bonafus. Nella piazza principale fu piantato l’albero della libertà, ma solo il 24 aprile le autorità appena insediate inviarono quattro delegati al comando francese. Due giorni dopo,scortati da uno squadrone di dragoni, erano arrivati ad Alba il commissario del direttorio Antonio Cristofano Saliceti e il generale Pierre François Charles Augerau. Il commissario e il generale promisero a Bonafus e ai suoi accoliti un proclama che riconosceva la ‘nazione’ piemontese perpetuamente alleata di quella francese, governata sui principi comuni di libertà, uguaglianza e sovranità popolare.[1] Furono eletti magistrati civili repubblicani, abolite le decime e i diritti feudali, si mantenne la religione cattolica quale “culto patrio della nazione” e infine fu attribuita alla municipalità una bandiera tricolore rosso-blu-arancio. Il giorno dopo, alla presenza di numerosi sindaci dei paesi delle Langhe, fu proclamata la Repubblica Piemontese, dichiarata deposta la casa di Savoia ed eletto Ignazio Bonafus alla carica di Maire di Alba.[2]

Sotto la direzione di uno dei capi giacobini piemontesi, il vercellese Giovanni Antonio Ranza,[3] furono aperti gli arruolamenti per la formazione di una Legione Rivoluzionaria, mentre su richiesta di Saliceti fu inoltrato ai comuni limitrofi l’ordine del generale Bonaparte di censire tutti i magazzini militari. L’iniziativa di Alba suscitò subito le proteste del governo sardo, in quanto il sostegno francese alle istanze repubblicane in Piemonte appariva come un’aperta violazione dell’armistizio di Cherasco e perciò, dopo appena un mese dalla creazione della repubblica, l’intervento diretto di Napoleone riportò Alba sotto la sovranità dei Savoia. Tutti i capi giacobini fuggirono a Milano, mentre Bonafus fu arrestato; Saliceti fece allora pressione su Torino affinché si usasse clemenza nei confronti dei repubblicani e in effetti la questione fu chiusa con il rilascio del primo Maire repubblicano del Piemonte.

Dopo quei fatti, sia i diplomatici che comando militare francese in Italia spiegarono al direttorio che “il Piemonte non era maturo per la rivoluzione”, che non esisteva nemmeno una vera e propria idea rivoluzionaria e che pertanto era preferibile non incoraggiare simili iniziative[4]. Le ragioni di questo atteggiamento erano del resto comprensibili se osservate nel contesto strategico di quei mesi. Nell’estate del 1797 Napoleone era politicamente coinvolto in prima persona a Parigi e contemporaneamente conduceva il difficile negoziato di Campoformio. Egli non poteva quindi permettere che avventurose e velleitarie iniziative rivoluzionarie mettessero a rischio la monarchia dei Savoia, provocando così l’irrigidimento degli austriaci. Per quanto disprezzasse la corte di Torino, Napoleone preferiva mantenerla in vita evitando di innescare uno stato di caos che avrebbe compromesso i collegamenti con la Francia.[5]

La miccia era però innescata e proprio il generale della legione di Alba, il giacobino Ranza, assieme ai repubblicani delle Langhe agirono da organizzatori di nuove ‘rivoluzioni’ democratiche. Seguendo la successione cronologica degli eventi, le prime ribellioni ebbero soprattutto un carattere spontaneista, antifeudale e antifiscale. A Fossano, nel luglio del 1797, si ebbe l’unico esempio di tumulto a carattere esclusivamente sociale, diretto soprattutto contro il rincaro del grano. L’episodio fu subito sfruttato dai giacobini piemontesi che disarmarono il corpo di guardia e catturarono due cannoni. Immediatamente la rivolta si propagò ai comuni vicini, estendendosi poi a Saluzzo, Cuneo, Mondovì, fino a raggiungere Novara, il Biellese[6] e le pendici delle Alpi. Il governo sardo inviò nella zona il reggimento provinciale Pinerolo e alcune compagnie svizzere dell’esercito regolare, sotto il colonnello Déllera, il quale riuscì a circoscrivere la rivolta, aiutato dal vescovo di Cuneo che agì da negoziatore fra il governo e i rivoltosi[7]. Disordini si erano nel frattempo verificati fra il 15 e il 17 luglio nella stessa capitale, tenuti però sotto controllo dal presidio di quasi 7.000 uomini, rinforzato da un reggimento di cavalleria trasferito da Novara. La rivolta fu repressa con la fucilazione di 10 ‘banditi’ a Racconigi, mentre nelle campagna attorno a Torino le condanne a morte furono 29.[8] Alla fine di luglio un’altra violenta rivolta antifeudale divampò a ovest di Torino con epicentro a Revello, dove si formò una ‘Armata Piemontese’ di 3.000 montanari - detti vitòn - organizzata dal capitano lombardo Carlo Gallo. Malgrado i vitòn professassero la fedeltà al governo, si diressero in massa su Saluzzo e cercarono di isolare l’abitato bloccando gli accessi da Torino e Cuneo; per quell’impresa ingaggiarono anche due bande di briganti. La rivolta attecchì anche nelle valli dei valdesi, che ricorsero alla forza per imporre agli aristocratici cattolici di rinunciare alle imposte sulla coltivazione dei bachi da seta. Il 29 luglio Torino cercò di ristabilire l’ordine con un editto che perdonava gli insorti e avviò trattative con il capo politico dei montanari, Stefano Roccavilla.[9] Il 3 agosto l’armata ribelle si sciolse e due giorni dopo un reparto di fanteria di linea sardo occupò Revello.

Nel frattempo ad Asti i locali giacobini avevano disarmato il locale reggimento provinciale e predisposto una cintura di sicurezza attorno alla città, assoldando la banda di briganti di Giuseppe Valentin detto La Brigna; alcuni centri nei dintorni furono sollevati dai ‘democratici’ che fecero erigere alberi della libertà e issare tricolori ai campanili delle chiese. Il 28 agosto i capi dell’insurrezione proclamarono la Repubblica Astese e per una settimana resistettero all’assedio dei reparti inviati da Torino. Ma presto l’entusiasmo dei rivoluzionari diminuì per il mancato consenso della popolazione delle campagne, che fra l’altro arrestò il corriere repubblicano, incaricato di diramare gli ordini del Direttorio cittadino, e lo consegnò ai soldati sardi. Il 5 agosto Asti fu riconquistata dalle forze governative dopo una breve resistenza della locale milizia repubblicana; una parte dei rivoluzionari riuscì a fuggire, ma la maggior parte fu catturata. Mentre a Fossano la repressione era stata relativamente severa, ad Asti vi furono 30 condanne a morte; nel resto del Piemonte furono fucilati 94 insorti, ai quali andrebbe aggiunto un altro centinaio giustiziato sommariamente dai militari.[10]

 

  • Rivoluzione, Controrivoluzione e Guerra aperta

 

I francesi erano rimasta pressoché spettatori dei tumulti avvenuti in Piemonte, benché a Torino fossero in molti a sospettare una regia del Direttorio nelle sollevazioni ‘democratiche’ avvenute in estate. Ovviamente la Francia appoggiava la diffusione delle idee rivoluzionarie, ma nei limiti della sua convenienza strategica e senza dimenticare le preoccupazioni che in altre regioni della Penisola tenevano occupate le sue truppe. L’idea di annettere il Piemonte, come era già avvenuto per la Savoia, o di unirlo alla repubblica Cisalpina, rientrava in effetti nei piani dei francesi, ma non sempre gli intenti dei diversi protagonisti sembrano coincidere e molti indizi fanno presumere che non esistesse un vero e proprio piano preordinato.

Se Bonaparte era visto da Torino come l’unico garante della residua sovranità dei Savoia sul Piemonte e la sola persona in grado di controllare le spinte rivoluzionarie, sia quelle interne che quelle provenienti dalle confinanti repubbliche democratiche, altri comandanti, come il generale Guillame Marie Anne Brune, a capo dell’Armée d’Helvétie, apparivano invece molto più inclini ad assecondare le fazioni più radicali dei ‘democratici’.[11] Quando a metà marzo, contemporaneamente alla nomina di un nuovo ambasciatore a Torino, il Direttorio spostò Brune all’armata d’Italia, a Torino capirono che gli eventi futuri sarebbero stati molto difficili per la dinastia, considerato che il generale si era guadagnato la fama “santo protettore dei giacobini”. Con Brune giunse a Milano anche l’aiutante generale Séras, alias Giovanni Matteo Ignazio Serassi,[12] un piemontese che era stato espulso dall’esercito sardo e presumibilmente molto risentito nei confronti del suo ex sovrano. Appena arrivato, Séras scrisse al console francese a Genova, Sotin de la Coindière per prendere contatti con i fuoriusciti piemontesi in Liguria e già prima della fine del mese riunì nel suo alloggio milanese un vertice segreto degli agenti giacobini italiani – su espresso ordine del Direttorio – per favorire la sollevazione del Piemonte o almeno destabilizzarlo, invadendolo da tre lati con “colonne infernali di fuoriusciti”[13] integrate da soldati cisalpini e liguri agli ordini di ufficiali francesi. Il contingente così costituito avrebbe preso il nome di Armata Patriottica formata da tre divisioni: Levante; Ponente; Mezzodì. Le direttrici dell’attacco erano il Novarese a nordest, Pinerolo e il Cuneese a sudovest,l’enclave piemontese di Carrosio nell’Oltregiovi ligure e il territorio di Alessandria a sudest.

 

 

 Continua…

 

 Paolo Coturri

 Bruno Mugnai

 

NOTE:

 

[1]              V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p. 27.

[2]              Massima carica municipale francese (NdA).

[3]              Giovanni Antonio Ranza (1741-1801). Sacerdote e professore di letteratura a Vercelli, dopo la rivoluzione francese Ranza divenne un propagatore delle idee giacobine. Nel 1792 organizzò un piano per la sollevazione di Vercelli ma, scoperto, dovette rifugiarsi in Svizzera e successivamente in Francia.  Nel 1793 fondò il Monitore Italiano Politico e Letterario, uno dei primi giornali filo-francesi stampati in Italia. Con i suoi scritti, Ranza propugnava un’alleanza franco-piemontese contro l’Austria. In breve tempo egli divenne uno dei principali leader repubblicani del Piemonte, ma nel 1797, la sua accesa propaganda minacciò le trattative di pace con l’Austria e perciò fu obbligato a trasferirsi a Milano sotto stretto controllo francese.

[4]              Entrambi i giudizi, appartenuti rispettivamente commissario Saliceti e al generale Bonaparte, si basavano su considerazioni concrete ed erano meno contraddittori di quanto può sembrare in apparenza. In Piemonte il giacobinismo era molto diffuso, soprattutto fra le professioni liberali, ma quelli che avevano la volontà politica per importare la rivoluzione restarono una minoranza. La maggior parte era formata da idealisti e spontaneisti e anche da opportunisti pronti a collaborare con gli occupanti francesi. Cfr. V. Ilari, P. Crociani. C. Paoletti, La Guerra delle Alpi, Roma, 2000; p. 309.

[5]              Nello stesso periodo, Napoleone ordinò infatti di mettere in stato di difesa le piazze di Ceva e di Cuneo per l’eventualità di ritirarsi in Piemonte e attendeva il concentramento della divisione ausiliaria sarda, pericolosamente rallentato dalle iniziative inopportune dei giacobini piemontesi.

[6]              Nelle valli di Lanzo e nel Biellese la rivolta contadina ebbe tratti proto moderni, simili a una vera e propria guerra di classe. Infatti non si rivolse contro la monarchia o i feudatari, ma contro le città e la borghesia.

[7]              L’operazione si concluse il 19 luglio, ma lo stesso giorno, rimasta priva del presidio, si sollevò Racconigi, dove alle rivendicazioni per il prezzo del grano di aggiunsero quelle dei filatori. Da quel luogo i disordini interessarono tutto il territorio fra Pinerolo e Moncalieri, collegandosi alle proteste antibaronali nelle campagne attorno a Torino.

[8]              Vi furono vittime anche in altre località: a Piobesi i soldati sardi fucilarono il messo comunale per aver espresso il proprio sostegno ai rivoltosi; a San Damiano fu giustiziato un ‘capo popolo’ che aveva disarmato il corpo di guardia, mentre un reparto del reggimento di linea La Marina giustiziò tre ‘briganti’ che si erano uniti ai rivoltosi.

[9]              Roccavilla cercò rifugio presso i francesi, ma fu consegnato alle autorità sarde, condannato a morte e fucilato il 13 agosto a Torino. Gallo, fuggito nelle valli Valdesi, ottenne poi asilo politico in Francia, dove gli fu consentito di riorganizzare la sua ‘armata’ per invadere nuovamente il Piemonte nell’aprile del 1798.

[10]             Le condanne a morte, per non parlare dei provvedimenti di grazia, furono in genere arbitrarie e inique, riflettendo le intricate intermediazioni sociali e parentali fra giudici e imputati, piuttosto che il giudizio delle effettive responsabilità di questi ultimi. Dagli atti dei processi si ricavano dati interessanti. Un quarto dei giacobini schedati dalla polizia nell’estate del 1797 erano avvocati o notai, quasi un quarto ecclesiastici, un sesto medici e speziali e un decimo commercianti; gli operai ascendevano ad appena l’1,5 % e i contadini lo 0.9%. Cfr. in V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p.36.

[11]             Nel gennaio del 1798 il generale Brune aveva proposto lo smembramento della Confederazione in tre repubbliche: Tellgau, Rodanica ed Elvetica, ma l’eventualità era poi svanita per la decisione di Parigi di proclamare la Repubblica Elvetica “una e indivisibile”; tuttavia ciò dimostra quale fosse l’orientamento del generale francese nei confronti dei paesi stranieri.

[12]             “Giovanni Matteo Ignazio Serassi, di Pinerolo, già soldato sardo nel reggimento Saluzzo e guardia del corpo del re, dimesso nel 1790 per aver ingravidato in Svizzera la figlia di un pastore evangelico e da allora entrato al servizio francese” in: V. Ilari, P. Crociani, C. Paoletti, op. cit. p. 41.

[13]             Idem.

medaglierenapoleonico@gmail.com

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Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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