LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

LA STORIA IN SCATOLA

“Le Souvenir Napoléonien”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 31 luglio 1815 le autorità inglesi comunicarono a Napoleone il suo trasferimento a Sant’Elena.  La settimana successiva, il 7 agosto, imbarcato sulla Northumberland, l’Imperatore partirà per la sua ultima destinazione. Vi arriverà il 15 ottobre dopo due mesi e una settimana di traversata. A partire da quel momento per la Francia e per l’Europa l’Empereur n’est plus.

Sospinto dai venti e dalle correnti dell’Atlantico per una destinazione dalla quale non farà più ritorno Napoleone esce di scena e per un lungo periodo, nella Francia della Restaurazione, sarà molto rischioso pronunciarne in pubblico persino il nome: diverrà, per chi vorrà fare riferimento alla  sua  persona:  l’Homme  o,  in  alternativa,  le  Pere  la  violette. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al  contempo,  lentamente ma tenacemente, da una mescidazione di ammirazione, riconoscenza e venerazione, unite a nostalgia per il passato, rifiuto del presente e speranza di un suo ritorno si comincerà a costruire una Leggenda che correrà per gran parte del XIX° secolo ed ancora oggi a distanza di duecento anni dalla sua morte. In altre parole, partito Napoleone per l’esilio, nasce il Souvenir Napoléonien, una narrazione che nel corso dei decenni trasfigurerà le gesta della sua vita e quelle   dei   suoi   compagni   d’arme   in   una mitografia che, come sempre accade in questi casi, accantonati gli effetti del disastro, valorizzerà unicamente un passato fatto di un rimpianto benessere, gloria militare e onore patrio, in sintesi, la perduta Grandeur della Nazione francese.

In effetti il clima nel paese, a partire dalla seconda metà del 1815 divenne particolarmente pesante (1): il patto stretto nel settembre di quell’anno tra le potenze della coalizione vincitrice aveva come suo principale compito, fortemente voluto dal Metternich, quello di tenere sotto stretta sorveglianza la Francia ritenuta inaffidabile da tutte le diplomazie europee; il ritorno in patria degli emigrées della prima ora, gli assolutamente fedeli alla monarchia, stretti attorno alla fazione ultraconservatrice del fratello del re, aveva scatenato una feroce resa dei conti ed un duro scontro sociale con le ex gerarchie/elites dell’Impero, sia nell’esercito che nello Stato, aprendo la stura ad un processo di epurazione che a partire dalle alte cariche arriverà a colpire tutti i gradi della pubblica amministrazione.

In questa situazione di chute par l’Empire, il popolo francese, almeno quella gran parte di esso che più soffriva della vergogna della sconfitta militare e della diminuzione territoriale, nonché dei disagi di una crisi economica divenuta endemica, aveva bisogno di prendere le distanze da una Nazione nella quale non si riconosceva più. E’ in questo frangente che nasce una sorta di grande partito dei resistenti, più che un partito un coacervo di forze tra le più disparate comprendente una grossa fetta della borghesia mossa dal timore che la monarchia restaurata avrebbe potuto mettere in discussione le nazionalizzazioni di cui aveva beneficiato dagli anni della rivoluzione, i repubblicani di un tempo, quelli sconfitti dal colpo di stato del ’99 ma sempre organizzati e sotterraneamente attivi, quella stessa parte dei repubblicani che si erano riallineati all’Impero e che ora rifiutavano di scendere a patti con la Restaurazione, i bonapartisti tout-court rimasti orfani di Bonaparte. Quella Francia che soffriva della sconfitta, insomma, attraversata ed occupata da eserciti che l’Armée aveva combattuto e vinto innumerevoli volte, governata da un re gottoso (Louis le Cochon) tornato a Parigi sulle carrette del nemico e difeso dalle sue baionette, impoverita da un enorme debito di guerra e con migliaia di uomini per i quali la caduta dell’Impero aveva costituito la fine della carriera e di ogni prospettiva di vita: i soldati, in primo luogo, smobilitati di fretta e con disprezzo dalla nuova gerarchia dei gradi militari e, di seguito, le migliaia di funzionari ed impiegati dell’enorme macchina amministrativa imperiale epurati e gettati, da un giorno all’altro, in una nuova esistenza mediocre e dalla quale non riuscivano a vedere via d’uscita. A questa consistente parte della società, unico rifugio mentale sul quale poggiare volontà e capacità di resistenza, non restavano che i souvenirs della loro vita passata e questi non potevano coagularsi che intorno ad un’immagine ed a un nome: Napoleone. Relegato in un luogo remoto e totalmente sconosciuto ai più, la notizia del resto giungerà in provincia solo dopo parecchi mesi, l’ex Imperatore resterà nel ricordo popolare come colui a cui si dovette la salvaguardia delle conquiste della Rivoluzione, la soppressione dei privilegi e l’eguaglianza di tutti davanti alla legge, colui che rese possibile la pacificazione del paese dopo i sanguinosi anni della rivoluzione, colui infine cui la Francia era debitrice di un recente passato di grandezza nazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Se da un punto di vista pratico, mancando di una guida politico-militare, questo movimento generale della società non riuscì a conseguire, nell’immediato, risultati tangibili, sul piano mitopoietico, invece, in quanto movimento capillarmente diffuso e per questo incontrollabile, riuscì ad inventarsi una Leggenda di grande efficacia reiterando nella fabulazione, di continuo riattivata, la memoria/le memorie dell’Imperatore e dell’Impero. Saranno oggetto di racconto la vita stessa di Napoleone e la sua straordinaria carriera da petit caporal a Empereur, i grandi fatti eclatanti, le straordinarie vittorie militari, i fasti di una Francia spesso partecipata solo di riflesso e

fors’anche solo immaginata dai ceti popolari la cui vita era relegata ai ritmi ed alle abitudini di una provincia lontana mille miglia dalla capitale e dai veri centri del potere. La Leggenda crebbe di pari passo ad un diffuso movimento di resistenza popolare, fatto da contadini, proletariato urbano e piccola e media borghesia, di opposizione al duro conservatorismo monarchico e illiberale ed al revanscismo della Chiesa cattolica, che continuarono a peggiorare negli anni dopo il 1824 e la successione di Carlo X° sul trono di Francia. La pesante recessione economica ma sopratutto l’orgoglio nazionale ferito dall’invasione e dall’occupazione straniera e, non ultimo, il costo pesante dei danni di guerra che la Francia fu costretta a pagare alle potenze della Coalizione alimentarono di continuo la speranza e l’illusione di un ritorno ad un mitizzato passato imperiale fatto di benessere diffuso e di grandezza nazionale identificato ora col Ritorno di Napoleone in veste di Sauveur della Nazione. La resistenza popolare, in breve, trovò nella Leggenda un suo manifesto politico/ideologico, immediatamente comprensibile da tutti perché fondato su una possente molla psicologica, essa servì da coagulo motivazionale per vari tentativi insurrezionali e cospirazioni promosse e guidate da ex ufficiali e soldati ed anche per gesti estremi come l’uccisione del Duca di Berry, figlio di Carlo X° ed unico discendente in linea maschile della famiglia reale, pugnalato a morte, la notte del 13 febbraio 1820, da Louis Pierre Louvel (1783 -1820), sellaio di fede bonapartista, all’Elba durante l’esilio.

Questo partito, bonapartista in senso lato, mai registrato e non ufficialmente organizzato  pur avendo un riferimento parlamentare nei liberali, godette di una presenza capillare sia in ambiente urbano che nelle campagne grazie alla diffusione di una ricca pubblicistica clandestina fino al 1821 ma in un certo qual modo liberalizzata dopo questa data. Prendiamone ad unico esempio il “Catechisme du soldat français ou dialogue historique sur les campagnes modernes de l’Armée française” opera di Constant Taillard, un illustre sconosciuto, diffusa clandestinamente per lungo tempo e fino alla sua pubblicazione nel 1822 per i tipi della libreria parigina Brissot-Thivars, a conclusione dell’introduzione vi leggiamo: “Si des jours de deuil (l’esilio di Sant’ Elena) ont rattristé de si beaux jours (quelli delle passate vittorie), si tant d’obscurité a remplacé tant de splendeur, console–toi, belle France. Tu n’es pas vaincue, le monde entier connai les causes de ta chute, il les voue a l’exécration de tous les ages, et la gloire est ancore aussi pure qu’un soupir de Liberté”. (2) Il libretto dedicato a quei braves che “se glorifieront toujours d’avoir appartenu à la Vieille Armée” comunica un messaggio politico molto chiaro: la Francia, quella vera, non è vinta, la Gloria e la Libertà sono da ritrovare. Lo stesso Napoleone non restò estraneo a questo movimento di ricostruzione della memoria. Tenuto al corrente di quanto avveniva nella società francese da tanta corrispondenza che riusciva a sfuggire all’occhiuta censura dei suoi carcerieri riuscì ad influenzare il corso degli eventi grazie ad un’intenso lavorio di ricostruzione storica delle sue vicende personali, e di pari passo di quelle della Nazione, che raggiungeva la Francia e l’ Europa nella forma dei vari memoriali primo tra tutti, per importanza, quello di Las Cases, giunto in Europa nel 1816 ma subito sequestrato e pubblicato solo nel 1823, ma prima ancora il famoso “Manoscritto giunto da Sant’Elena in modo sconosciuto” e dato alle stampe a Londra già nel 1817. Napoleone è ben consapevole di questa sua capacità di dominare, seppur a distanza, gli avvenimenti: “Ici, sur mon rocher, je semble demeurer le maitre de la France. Voyez ce qui s’y passe, lisez les journaux, vous me trouverez à chaque ligne”.

 

 

 

 

 

 

Ma se la pubblicazione del Memoriale di Sant’Elena, definito da Jean Tulard il breviario del bonapartismo, consentirà allo scomparso Imperatore di dare fondamento storico, tematiche politiche e legittimità al movimento a lui ispirato il merito della Leggenda è da attribuirsi soprattutto ai tanti racconti fatti dai soldati già all’indomani di Waterloo ed alla somma di credenze, ricordi e speranze che una volta radicati nell’animo popolare si trasformarono in una mistica collettiva. La forza del Bonapartismo fu soprattutto Souvenir Napoléonien la cui enorme capacità di penetrazione nella società francese è da ricercare nella potenza e nella pervasività del simbolo legato agli oggetti che lo incarnarono e lo diffusero quotidianamente in tutti gli strati della popolazione. Attorno al culto dell’Imperatore nascerà presto una produzione ed un commercio più o meno tollerato, ma spesso sottoposto a persecuzione come reato per la diffusione di materiale sovversivo, di

una miriade di oggetti evocativi di differente valore economico ed artistico giudicati dalla censura poliziesca una continua fonte di provocazione politica: stampe di tutte le dimensioni con l’apoteosi dell’Imperatore o con le immagini dei fatti salienti della sua vita e della sua epopea, miniature, bastoni da passeggio col pomo raffigurante il suo profilo, statuette di porcellana, piccoli oggetti di vario materiale col suo ritratto, piccoli busti in bronzo, marmo o gesso, riproduzioni in miniatura della Colonna Vendome, bottoni col suo profilo in cameo, foulard, fazzoletti, coccarde tricolori, tabacchiere, pipe, le vecchie medaglie coniate dalla zecca imperiale rivendute o scambiate sotto banco, i bottoni delle vecchie uniformi col numero reggimentale usati come mezzo di riconoscimento tra reduci; nelle case delle famiglie francesi, soprattutto dopo il Retour des cendres avvenuto nel 1840, l’Homme era costantemente presente e vegliava in veste di nume tutelare raffigurato su stampe, piatti, posate, bottiglie e scatole di vario utilizzo.

L’uso e la diffusione di questi oggetti contribuì, di fatto, a forgiare un forte legame identitario, fatto di nostalgia e ricordi del passato, tra i reduci della generazione che aveva direttamente vissuto la gloriosa epopea e successivamente tra questi ed i giovani della generazione dei nati dopo il 1800 (3). E’ corretto interpretare il passaggio da padre a figlio di una tabacchiera, di una medaglia o di una vecchia sciabola, come un passaggio intenzionale di un testimone valoriale, un lascito ideale trasmesso da generazione a generazione: l’oggetto era il tramite attraverso il quale si voleva tramandare il simbolo in esso racchiuso perché continuasse a vivere e fosse efficace nella vita dei figli. Sarebbe riduttivo considerare questo fenomeno unicamente da un punto di vista prettamente psicologico come affettività sociale per l’Eroe esiliato e poi defunto, esso va invece considerato in una diversa prospettiva come espressione di una contestazione continua e sistematica tesa a perturbare il consenso e l’ufficialità dello Stato della Restaurazione. La cospirazione politica e militare, infatti, non era isolata ma si inseriva in un contesto più largo di ribellione popolare contro l’autorità del nuovo potere monarchico che continuerà a manifestarsi in Francia almeno fino all’insurrezione del 1848. Fiutare tabacco prelevandolo da una tabacchiera con sovraimpresso il profilo di Napoleone, così come il possesso e l’ostentazione di tanti oggetti proibiti, costituiva un precisa e volontaria azione di contestazione politica, tanto quanto diffondere voci sul ritorno dell’Imperatore, ostentare sul bavero della giacca la croce della Legion d’Onore, disturbare le celebrazioni ufficiali governative, affiggere manifesti nei luoghi pubblici, organizzare cene e tenere riunioni più o meno private nelle quali brindare alle vecchie glorie dell’Impero o cantare le vecchie canzoni militari o quelle nuove composte in gran numero a dileggio del re e della monarchia e ad esaltazione di Napoleone. La cultura intenzionalmente sovversiva   del souvenir napoléonien,  vale a dire il costituirsi in mito della figura di Napoleone come simbolo di libertà e di riscossa, orizzonte unificante delle diverse anime della contestazione politica, svolgerà un ruolo fondamentale a sostegno delle formazioni politiche liberali e repubblicane che, dopo tante cospirazioni mal riuscite, riusciranno a portare a conclusione le due grandi insurrezioni vittoriose del 1830 e del 1848. La Leggenda, infatti, continuò a sostenere e motivare sotterraneamente la resistenza popolare fino alle trois glorieuses del luglio 1830 che segnarono la fine della dinastia dei Borbone e contribuì, diciotto anni dopo, alle barricate parigine del 22 febbraio 1848 che chiusero i conti con la monarchia orleanista, portarono all’istituzione della Seconda Repubblica, alla elezione di Luigi Napoleone a suo Presidente ed, infine, alla fondazione del Secondo Impero.

 

Con questa veloce analisi abbiamo inteso precisare la valenza e le origini storiche del souvenir napoléonien e l’importanza degli oggetti veicolo del mito nel suo costituirsi e nel suo diffondersi: l’oggetto è souvenir tanto quanto il souvenir è imprescindibile dagli oggetti che ne hanno consentito la codificazione ed il suo cosificarsi in memoria duratura e trasmissibile. Ogni oggetto che sopravvive al passato si propone a noi come un’eco del tempo, risuona degli avvenimenti di cui è stato partecipe, conserva e mantiene tracce della vita degli individui che lo hanno avuto in uso, testimonia coi graffi e l’usura della sua superficie le casualità in cui è stato coinvolto, racconta la personalità del suo possessore, spesso è sintesi delle idee che circolarono nella mente degli uomini e resta, negli anni, come concrezione di memoria eternizzata nella materiticità della forma. L’oggetto racconta e ci racconta qualcosa delle generazioni antecedenti, ciò di cui e per cui hanno vissuto, tramanda una visione del mondo magari non più attuale ma sempre interessante ed utile a penetrare tra le pieghe del passato e ricostruirne la storia, in sua presenza siamo costretti a pensare ed a discutere. Immancabilmente, ogni oggetto è un souvenir di qualcosa che è stato, una sopravvivenza di qualcosa strettamente legato ad episodi di vita trascorsa, un signifero, un portatore di simboli, che con una giusta interpretazione ci consente un ulteriore approfondimento della nostra conoscenza del passato.

La tabacchiera presentata in questo articolo rientra appieno in questa categoria e può essere vista come un oggetto emblematico del souvenir napoléonien. Le sue caratteristiche stilistiche ed iconologiche ed il suo confronto con le coordinate culturali dell’epoca ci inducono a datarla nel decennio successivo alla morte dell’Imperatore. E su questa morte, un evento da considerarsi epocale, occorrerà soffermarsi per qualche necessaria considerazione.

Alle ore 17,49 del 5 maggio 1821 Napoleone pronunciò poche ultime parole e spirò. Aveva 51 anni, 8 mesi e 20 giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sua morte era attesa: dalla Corte di Luigi XVIII° e da quella parte della Francia che aveva accettato il ritorno all’Ancien Regime; dagli stessi ex sodali di Napoleone, i Gros Bonnets, che dimentichi di tutto avevano fatto atto di sottomissione alla restaurata Monarchia pur di non perdere la posizione sociale ed i ricchi appannaggi acquisiti con l’Impero; dalle teste coronate d’Europa, strette nel patto della Santa Alleanza che, ripristinato il diritto divino della monarchia, continuavano a vivere, memori dei Cento Giorni, nel terrore di un nuovo ritorno; dal Governo inglese sul quale ricadevano la responsabilità e gli enormi costi della prigionia di Sant’Elena ed il logoramento per la continua polemica parlamentare, sostenuta dall’opposizione liberale e da una diffusa opinione pubblica  che  stigmatizzava  la  slealtà  mostrata  nei

confronti di Napoleone consegnatosi spontaneamente e deportato nella lontana isola dell’Atlantico; e, sotto sotto, infine, anche dagli stessi familiari di Napoleone consapevoli che fino a che lui fosse rimasto in vita loro avrebbero continuato a condurre un’ esistenza da sorvegliati speciali delle polizie di tutta Europa.

Ma, se in tanti tirarono un sospiro di sollievo quando se ne diffuse la notizia, molti continuarono, invece, a rifiutarla ed a negarla (4) nella convinzione che fosse solo una montatura, oggi si direbbe una fake news, e che presto o tardi Napoleone sarebbe tornato in Europa o che fosse addirittura già tornato e si aggirasse sotto mentite spoglie per i villaggi della Francia, in attesa di tornare in sella per un ennesimo pareggio dei conti. Come si è visto, da questi racconti fatti sotto voce ed in privato per tutto il periodo della Restaurazione, sempre a rischio di incorrere nella repressione poliziesca, e poi apertamente e senza timore a partire dal 1830, nacque quella Leggenda i cui i migliori mitografi non furono gli eruditi, i memorialisti, gli storici o gli esperti di scienza militare, bensì il popolo minuto di quella Francia profonda e rurale per anni fecondata dai racconti e dalle testimonianze, vive e concrete, dei tanti reduci di ritorno dopo la smobilitazione dell’Armée, quegli irriducibili brigands de la Loire che mai avrebbero gettato armi e bandiere e che mai smisero di esecrare il tradimento di Marmont e di quanti tra i Marescialli si riallinearono successivamente alla causa ed al portafoglio della Monarchia.

“Il reviendra!”. Era questa la parola d’ordine sussurrata tra vecchi compagni d’arme, semplici soldati ed ufficiali a demi solde, uomini segnati da cento battaglie, dal futuro incerto e con mille difficoltà a reinserirsi in un paese che non li voleva più, uomini il cui sogno restò sempre lo stesso: indossare nuovamente l’uniforme e, zaino e fucile in spalla, partirsi per un nuovo Tour delle  capitali d’Europa, come ai vecchi bei tempi, al seguito del loro Imperatore e dopo il 1821 in nome del suo naturale successore, il Re di Roma.

Questa voce del Ritorno cominciò a spandersi, nella Francia profonda, già subito pochi mesi dopo la partenza dell’Imperatore, accompagnata dal presunto verificarsi di fatti ritenuti miracolosi: Stendhal racconta nei suoi diari come, in un villaggio dell’Aube, una gallina avesse fatto un uovo piatto sulla cui superficie era visibile l’effigie di Napoleone e di un’aquila ad ali spiegate; il fatto destò stupore e clamore in tutto il vicinato e sia la gallina che il suo sfortunato proprietario finirono in prigione. E’ presumibile che al volatile sia stata riservata una pronta esecuzione capitale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo ed altri avvenimenti, più o meno veritieri ma tutti di natura straordinaria e pienamente rispondenti al più semplice carattere popolare aperto alle suggestioni si verificarono in tutta la Francia rurale vero serbatoio di consenso e di speranze per il ritorno del “Sauveur”.

Questa possibilità del ritorno dall’esilio, confluita dopo il 1821 nel tema della Resurrezione, era continuo oggetto di narrazioni popolari sussurrate nelle veglie paesane, intorno ai focolari domestici nelle più umili dimore contadine, nelle osterie e nei cabaret di provincia.

Ma torniamo alla nostra tabacchiera, oggetto povero nel materiale ma di raffinata fattura. L’ interno ha una finta finitura smaltata che ricorda una ricca radica marrone e rimanda al lavoro di un bravo artigiano; il committente o comunque il suo proprietario, vista l’ambientazione, possiamo immaginare abiti un villaggio di provincia, è nostalgico dell’Impero e del suo Imperatore ed è sufficientemente ricco da potersi permettere un oggetto di discreta qualità. La tabacchiera ha dimensioni canoniche (8  x 4,5 x 2 cm.) giuste perché possa essere comodamente custodita nella tasca fonda di un pastrano, è un pezzo importante perché tramanda l’esatto  momento della trasmissione, tra successive generazioni, del souvenir napoléonien: la scenetta rappresentata è un topos della formazione e della trasmissione della Leggenda e ne diventa essa stessa parte in quanto racconto oggettivato e a sua volta oggetto di racconto. Vediamone i particolari. La superficie della scatola è insolita: mostra sottotraccia una trama sottile e distintiva che le assicura un effetto di lucentezza ramata su un fondo nero tanto da dare l’impressione sia  stata stampata su una lamina metallica testurizzata. I dettagli, molto curati e con sfumature sottili, sono valorizzati da un effetto di iridescenza metallica e d’ombra profonda. Tutto l’insieme contribuisce a fornire un’atmosfera di religioso raccoglimento intorno alla figura dell’Imperatore illuminata dalla voce della narrante. Questa si propone dal lato destro dell’immagine come donna anziana, in abito popolare, seduta in poltrona, leggermente chinata in avanti e concentrata nello sforzo del ricordare e del raccontare; l’attenzione delle persone in ascolto, una donna più giovane, la figlia, una bambina ed un fanciullo più grande, i nipoti e, di fronte, un giovane seduto in uniforme militare, il genero, converge su  una piccola statua di Napoleone,  stante  a braccia conserte e  vestito della consueta uniforme di colonnello dei cacciatori della Guardia, l’anziana donna la sorregge nella mano destra e la indica con la sinistra. Tutto il gruppo appare assorto e rapito dal racconto che, evidentemente, riguarda episodi legati ad esperienze personali riferite al passato. Il marito non c’è. L’anziana è una vedova di guerra? Il marito è partito soldato per una qualche campagna militare e non è più tornato, disperso in Russia o deceduto di stenti in qualche sconosciuto campo di prigionia? O è tornato ed è morto nel suo letto e lei conserva gelosamente, sul fondo di un cassone, una croce legionaria appuntata ai risvolti di una uniforme sdrucita? Su questo non abbiamo nessun indizio ma la passione con la quale essa pare raccontare ci fa pensare che questa stessa passione fosse stata condivisa con l’uomo della sua vita.

Orbene fin qui siamo alla descrizione di un bell’oggetto evocativo ed anche raro perché tra le tante tipologie di tabacchiere le cui immagini possono essere raggruppate per tema e con alcuni stilemi sempre ricorrenti questa resta unica nel suo genere: il racconto del racconto.

La straordinarietà dell’oggetto consiste nel fatto che la scenetta raffigurata, quasi un’istantanea scattata di soppiatto, trova un esatto corrispettivo nei versi de “Les souvenirs du peuple”, una chanson composta e pubblicata da Pierre-Jean Béranger nel 1826.

Prima di esaminarne il testo vogliamo ricordare che Pierre-Jean Béranger (Parigi 1780-1857) assieme ad Auguste Barthélemy (1796-1867) ed a Joseph Méry (1797-1866) furono i massimi cantori, per lo meno i più noti e di maggior successo, della Leggenda, segnandone il passaggio da semplice affabulazione popolare a canone  poetico/letterario; la stampa delle loro opere contribuì  ad una diffusione esponenziale del mito napoleonico attraverso un’efficace propaganda politico/culturale favorita da una maggiore liberalità nella comunicazione culturale e sociale resa possibile dal Governo orleanista. Negli anni dal 1830 al 1845 Napoleone fu raccontato, evocato e resuscitato in oltre duecento drammi, commedie, vaudevilles, e pantomime sui palcoscenici dei teatri di tutta Parigi davanti ad un pubblico emozionalmente partecipe appassionato e coinvolto.

Nel 1826, nello stesso decennio nel quale è possibile contestualizzare la fabbricazione della nostra tabacchiera, P. J. Béranger, sfidando il rigore repressivo del regime ultraconservatore di Carlo X°, diede alle stampe “Les souvenirs du peuple” aria che divenne subito molto popolare nelle osterie e nei cabaret, tanto popolare da procurargli nel 1828, per sovversione, una condanna a nove mesi di carcere ed al pagamento di un’ammenda da dieci mila franchi che riuscì a pagare grazie ad una sottoscrizione pubblica. Ed il nostro non era nuovo alle condanne: le sue canzoni diventate un’arma di propaganda politica gli avevano già fruttato in precedenza altri mesi di carcere ed altre ammende, un scotto pagato al Regime per le diecimila copie dei due volumi delle sue canzoni vendute nel 1821.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Les souvenirs du peuple”

 

On parlera de sa gloire

Sous le chaume bien longtemp,

L’humble toit, dans cinquante ans,

Ne connaitra pas d’autre histoire.

Là viendront les villageois

Dire alors à quelque vieille

Par des récits d’autrefois

“Mère, abrégez notre veille

Bien, dit on, qu’il nous ait nui,

Le peuple encore le revere.

Oui le revere!

Parlez -nous de lui, grand mère,

Grand-mère, parlez-nous de lui!

(P.J. Béranger)

 

 

La prima strofa de “Les souvenirs du peuple” (5) ci introduce direttamente nella scenetta raffigurata sulla tabacchiera: un gruppo di persone, la famigliola riunita a veglia sotto un umile tetto si rivolge alla nonna perché questa racconti della Gloria passata: “Parlez-nous nous de lui, grand mère, parlez-nous de lui”. Da osservare che per tutte le sette lunghe strofe della canzone lui non viene  mai citato direttamente né per nome, Napoleone, né per titolo, l’Imperatore, questo perché l’autore da per scontato che sia noto a chiunque che non si possa parlare di Gloria per la Francia se non riferendosi a lui, appunto. E la grand-mére, sollecitata dalla famigliola riunita attorno a se, additando la statuetta tolta momentaneamente dalla mensola sul camino di casa, comincia a raccontare dei suoi anni giovanili e delle volte che gli capitò di incontrarlo: lui, con un gran seguito di Re, vestito della sua redingote grigia e del suo piccolo bicorno, un giorno passò per il villaggio e la salutò: “Bonjour, ma chère”; l’anno successivo lei stessa, a Parigi, ebbe modo di vedere il corteo imperiale organizzato per il battesimo del Re di Roma; passati degli anni, nel tempo in cui la patria si ritrovò invasa dallo straniero, lui ripassò dal villaggio, bussò alla sua porta, ed entrato nell’umile casa si sedette a rifocillarsi e lei che lo ospitò a dormire si ritrovò consolata delle lacrime versate  per la patria invasa; da allora lei conservò gelosamente il bicchiere nel quale lui aveva bevuto e conclude raccontando che quando giunse la notizia della morte nessuno ci credette, il va paraitre, ritornerà, ma “Quand d’erreur on nous tira/ Ma douleur fut bien amère! Una serie di ricordi, come si vede, improntati ad estrema semplicità: l’Imperatore passa con un codazzo di regnanti e saluta familiarmente una povera contadina, una povera contadina si ritrova presente ad uno degli eventi che fecero epoca nella Parigi imperiale, l’Imperatore impegnato nella fatidica e gloriosa campagna del ‘14 che si ferma ospite di un umile casa, la sedia dove si è seduto ed il bicchiere nel quale ha bevuto conservati come reliquie della grandezza sfiorata, l’inconcepibilità ad accettare l’idea che fosse morto, l’amarezza provata quando divenne evidente che non sarebbe più tornato: ogni ricordo è fatto per sottolineare il carattere popolare di Napoleone perché lui viene dal popolo e resta, comunque, parte del suo popolo, a suo agio a corte a Versailles così come nell’umile casa di campagna; quello che viene ricordato è l’Imperatore descritto mille volte dai reduci seduto al fuoco dei bivacchi a dividere la soupe con i suoi soldati che mai smisero di amarlo e sostenerlo.

 

 

A questo punto ci è possibile immaginare alcuni scenari. Primo scenario: un artigiano conosce e canta lui stesso la canzone di Béranger e, di sua iniziativa o su commissione di qualcuno, decide di fabbricare la tabacchiera per renderne visiva l’immagine descritta nella prima strofa della canzone; secondo scenario: lo stesso Béranger entra in possesso di questa tabacchiera, si lascia catturare dall’immagine e compone, ispirandosi a questa, la sua canzone; oppure, terzo scenario, quello più probabile: il trovarsi a veglia con gli anziani che raccontano la Leggenda alle nuove generazioni   era  cosa   talmente   comune da ispirare sia l’artigiano che il poeta a prescindere da una loro reciproca conoscenza. Detto questo, la coincidenza è, comunque, da considerarsi straordinaria. Vogliamo concludere con la citazione della più classica, quasi letterariamente immortale, descrizione di una veglia contadina nella quale per bocca di un vecchio grognard viene evocata la figura dell’Imperatore in una delle più efficaci descrizioni della trasmissione del Souvenir Napoleonien: quella che ne fa Honorè de Balzac ne “Le Médecin de campagne”, romanzo pubblicato nel 1833. La scena si svolge in un granaio, ritornano l’humble toit e la chaume di Béranger, luogo di socialità dei contadini corrispettivo del salotto borghese, un contadino ha appena finito il suo racconto e tutto l’uditorio si rivolge a Genestas, ussaro ex ufficiale di Napoleone, momentaneamente ospite del villaggio. Racontez-nous l’Empereur è la richiesta ed il vecchio soldato parte per una lunga tirata raccontando della Campagna d’Italia, della Spedizione d’Egitto, del 18 Brumaio, della conquista del potere e del suo apogeo, dell’Imperatore onnipotente e della Francia più grande di quanto sia mai stata, del tempo in cui cominciarono i tradimenti, della sfortunata campagna di Russia, dell’ultima tragica sconfitta, del tradimento degli Inglesi e dell’esilio a Sant’Elena fino ad arrivare alla conclusione: “Il est obligé de rester là, jusqu’à ce qu’on lui rende le pouvoir pour le bonheur de la France. Il y a des gens qui disent qu’il est mort, histoire de tromper le peuple. Ah! Bien oui, mort! On voit bien qu’ils ne le connaissent pas.”. Merita aggiungere che il racconto di Genestas, inserito nel romanzo pubblicato nel 1833, era stato già pubblicato a parte, e prima del romanzo, e con enorme successo tanto da farne molteplici ristampe come “Histoire de l’Empereur, racontée dans une grange par un vieux soldat”. Ad essere celebrata, nel racconto breve, non era solo la figura dell’Imperatore ma, in via indiretta, anche quella tipica del vecchio soldato, uscito dal popolo, invecchiato tra battaglie e bivacchi, che tutto aveva fatto e tutto aveva visto per le strade di tutta Europa, che ancora non voleva sentirsi sconfitto e che per questo non voleva abbandonare anzi reiterava il souvenir del suo Napoleone, idolo della tradizione popolare: il Napoleone eroe miracoloso e provvidenziale, il gigante delle battaglie, padre del soldato e benefattore dei francesi, “l’Empereur de tout le monde”.

E cosa si potrà dire dell’Italia? Un paese che ha donato un Imperatore alla Francia e mezzo milione di soldati all’Imperatore avrà avuto un suo fenomeno di reducismo e la presenza pregnante di un souvenir napoléonien negli anni successivi alla sua caduta?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Cognasso, storico ed accademico italiano, nella sua storia della città di Torino ( Storia diTorino, Torino Lattes 1934, Giunti Editore 2002) racconta che quattordici accesi bonapartisti si riunirono segretamente nella città piemontese il 19 maggio 1814 e firmarono un appello da inviare a Napoleone, in quel momento all’Elba, affinché abbandonasse l’esilio, chiamasse a raccolta tutti i suoi fedeli sparsi per l’Italia e ne assumesse la Corona. Lo storico Matteo Mazziotti, in un articolo apparso nel 1920 sulla Rassegna storica del Risorgimento dal titolo “L’offerta del trono d’Italia a Napoleone I° esule all’Elba” (citato da Massimo Novelli ne “I congiurati di Napoleone”, Ed. Araba Fenice 2015) propone una ricostruzione della congiura sottolineando come nell’intera penisola, negli anni 1814-1815, si tramassero, in ambienti massonici e carbonari, sommovimenti indipendentisti e bonapartisti con l’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Trame ed intrighi, se ne legga l’ampia trattazione fattane da Cesare Cantù ne “Dell’Indipendenza Italiana” (Ed. UTET 1876), correvano dal nord al centro  Italia. Emblematica la congiura dei generali che avrebbe dovuto verificarsi in Lombardia e nella quale troviamo coinvolto il fior fiore degli alti gradi militari italiani delle armate napoleoniche: Teodoro Lechi, Achille Fontanelli, Domenico Pino, Carlo Zucchi, il bresciano Paolo Olini che, in seguito, ritroveremo in Piemonte alla testa dei volontari lombardi nella rivoluzione del 1821 e ancora, dieci anni dopo, nei moti del 1831. Veterani degli eserciti napoleonici, italici grognards armati di una lunga esperienza militare, massoni e carbonari continuarono i loro tentativi insurrezionali per tutto l’arco dei decenni successivi avendo sempre come obiettivo l’unità e l’indipendenza italiana e restando, comunque, sempre fedeli ai souvenir degli anni di gloria trascorsi nelle armate imperiali. (6)

Non è certo questa la sede per trattare diffusamente l’argomento delle risorgenze, in opposto ad insorgenze, che troveranno il loro naturale compimento nel più complesso fenomeno del Risorgimento italiano, ciò su cui si vuole qui richiamare l’attenzione è l’onda lunga di  quel souvenir napoléonien raccolto propagandato e diffuso dai reduci italiani delle guerre napoleoniche che, come per la Francia, è da considerarsi inscindibile sia dalla contestazione politica popolare del conservatorismo assolutista instaurato dalle monarchie restaurate in Italia dal Congresso di Vienna sia dai movimenti rivoluzionari che scossero tutta l’Europa dopo il primo quarto del XIX° secolo. Ricordate le parole dell’esiliato di Sant’Elena: “Fate che passi una generazione e tutto si solleverà”?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A differenza che in Francia dove il  souvenir napoléonien, nei suoi risvolti popolari,  è stato fatto oggetto di accurati studi in tutte le sue differenti fasi: la clandestinità dal 1815 al 1830, la tolleranza dal 1830 al 1840, l’apogeo dal 1840 al 1850, l’istituzionalizzazione dal 1850 al 1870, la ricerca italiana, se è stata prodiga di attenzione alle radici napoleoniche del processo risorgimentale, ha del tutto trascurato l’analisi della penetrazione e della persistenza dei simboli della memoria nel tessuto popolare che devono pur essersi conservati e sedimentati se consideriamo che la Leggenda ha saputo  mobilitare,  negli  anni,  migliaia  e  migliaia di uomini e donne. Ne troviamo puntuale testimonianza nei verbali accusatori stilati dalla polizia e negli elenchi degli oggetti sequestrati durante le perquisizioni fatte, all’inizio degli anni ‘30, agli affiliati della Giovine Italia in buona compagnia di carbonari e massoni. A scorrere tali elenchi si troverebbe tutta la solita congerie di memorabilia reliquie del mito e sopratutto medaglie e tabacchiere, (7) principali oggetti celebrativi, nel campo dell’iconografia, di tutte le diverse tematiche della Leggenda. A testimonianza di come il souvenir napoléonien perdurasse nel valore di istanza antisistema citeremo, infine, l’ordinanza della polizia austriaca del 9 aprile 1848 con la quale veniva fatto divieto ai decorati della medaglia di Sant’Elena di esibirla senza una precisa autorizzazione della pubblica autorità. Giovanni Visconti Venosta che, da giovine patriota, nel 1857 si occupò della raccolta delle domande di assegnazione della medaglia nel territorio valtellinese ebbe modo di avvicinare e conoscere gli anziani superstiti delle campagne napoleoniche ed è così che ne racconta: “Ne conobbi parecchi di questi vecchi soldati, dopo più di quarant’anni lo adoravano ancora come un Dio, e ne parlavano commossi” (Ricordi di Gioventù. Cose vedute o sapute, 1847-1860. Ed. BUR 1959).

Il Souvenir Napoléonien, può essere letto alla stregua di un fenomeno carsico che scompare ed emerge ininterrottamente da ben due secoli dalle pieghe della storia. E’ riemerso, in tempi moderni, con la fondazione nel 1937 dell’omonima Associazione, su iniziativa di Eugenie Gal discendente di Louis Gabriel Suchet uno dei migliori Marescialli dell’Imperatore, è emerso ancora più recentemente, ma da almeno venti anni, nella passione di migliaia di rievocatori della vita militare e delle battaglie napoleoniche: è intorno ai fuochi    dei    loro    bivacchi    che    ancor    oggi si

tramandano, con la memoria dell’Imperatore, le vecchie storie degli antichi grognards.

 

 

 

Rievocatori del toscano 113° Reggimento fanteria di linea.

 

“Ce qu’il y a de beau dans l’Empire c’est l’admiration de l’Empereur, amour exclusif, absurde, sublime, vraiment humain”. Gustave Flaubert.

 

 

W L’EMPEREUR!

 

Domenico Lentini

 

 

 

 

 

 

Note:

   (1) Per un approfondimento del duro conflitto sociale e degli avvenimenti relativi al periodo di “terreur” scatenato dagli ambienti revanschisti contro giacobini, repubblicani e bonapartisti si legga: “La Terreur Blanche” di J. Lucas-Dubreton Club du Livre d’Histoire 1957.

 

   (2) Le “Catechisme du soldat français ou dialogue historique sur les campagnes modernes de l’Armée française” è presente e può essere agevolmente consultato in rete sul sito della Biblioteca Nazionale Francese: https://gallica.bnf

 

   (3) “…. E tuttavia non vi fu mai tanta gioia, tanta vita, tanto impeto di fanfare guerresche nei cuori di tutti…” Per una descrizione del sentimento di nostalgia per il passato provato dalla generazione nata nella Francia imperiale ma divenuta adulta in quella della Restaurazione si leggano, di Alfred De Musset, le “Confessioni di un figlio del secolo” pubblicate nel 1836 dall’autore ventiseienne. Nella generazione dei nati nel primo ‘800 troviamo anche Victor Hugo ed Alexandre Dumas, nati entrambi nel 1802 ed entrambi figli di due Generali impegnati nelle guerre della Rivoluzione e dell’Impero. Ecco come V. Hugo, nel 1831, ricorda il suo Napoleone in Souvenirs d’enfance: “J’avais sept ans, je vis passer Napoléon.

……

Et par mille clameurs de sa présence accrues,

Par mille cris de joie et d’amour furieux,

le peuple saluait ce passant glorieux.”

 

   (4) P.J. Béranger usa il suo talento poetico per sintetizzare in versi il sentimento popolare. Nel testo di questa canzone sono subito evidenziati i soggetti ed i destinatari: soldati e gens de village. La notizia della morte è stata comunicata ormai da otto anni ma ad essere ribadita è sempre l’incredulità: “N’est-il pas vrai, mon Dieu, qu’il n’est pas mort!” Presumibilmente siamo nel 1829 ed un certo negazionismo è ancora caparbiamente possibile ma nel 1840, a retour des cendres avvenuto sarebbe stato difficile continuare a persistervi ed ecco che, nel sentimento popolare, alla negazione della morte ed all’atteso ritorno si sostituisce un altro motivo: quello della Resurrezione. Lo si osservi nell’icona di questa tabacchiera in corno databile agli anni immediatamente successivi al retour: lo scenario è quello classico della sepoltura di Sant’Elena: le rocce, i salici piangenti, il mare sullo sfondo, un veliero che si allontana; in primo piano a sinistra Napoleone nell’atto di uscire dal sarcofago di cui si intravede la pietra tombale sollevata, al suo fianco, a destra nell’immagine, un granatiere della guardia in alta uniforme fa il segno dell’attenti. L’insieme è racchiuso in un ovale che riporta la scritta in caratteri maiuscoli: APOTHEOSE DE L’EMPEREUR. L’usura marcata dell’oggetto ne denuncia l’uso continuo e l’affezione del suo proprietario che non è escluso possa essere stato un ex granatiere che, commissionando l’oggetto, abbia voluto raffigurarsi accanto all’ l’Imperatore per celebrare entrambi nella memoria.

 

À moi soldat, à vous gens de village,

Depuis huit ans on dit: «Votre empereur

A dans une île achevé son naufrage;

Il dort en paix sous un saule pleureur»

Nous sourions à la triste nouvelle.

Ô Dieu puissant qui le créas si fort,

Toi qui d’en haut l’as couvert de ton aile,

N’est-il pas vrai, mon Dieu, qu’il n’est pas mort”

   (5) Per il testo completo de “Les souvenirs du peuple” si rimanda a “Chansons de Beranger, Edition complète, Bruxelles 1852.

 

   (6) In rete, su forum.napoleon1er.net, è possibile leggere un’articolo, pubblicato su “Le journal”, numero del 3 agosto 1901, a firma del giornalista M. de Lys che, recatosi a Varsavia, riuscì ad incontrare ed intervistare Vincent Markiewicz , ultimo sopravvissuto della Grande Armée. Nato a Cracovia nel 1794, arruolatosi a 17 anni come ussaro partecipò a tutte le campagne militari di Napoleone fino al 1815, sarà presente a Borodino, passerà la Beresina, combatterà in Spagna ed a Lipsia, decorato della Legiond’Onore sarà presente a Waterloo ed accompagnerà l’Imperatore a Sant’Elena, rimpatriato dopo un anno resterà sempre in servizio sotto varie bandiere e combatterà sotto quella garibaldina per l’indipendenza e l’unità d’Italia fino al 1868. Vincent Markievicz viene ricordato in questa nota come esempio di combattente la cui vita è emblematica di una generazione di soldati.

 

   (7) Non è nota una passione collezionistica di Napoleone ma medaglie e tabacchiere, in uso o collezionate, erano presenti in gran numero tra i suoi effetti personali e costituiranno un preciso lascito testamentario al figlio: nell’ aggiunta al suo testamento, datato Longwood 15 aprile 1821, nel lungo elenco dei beni strettamenti personali destinati alle persone a lui più vicine, all’ articolo III° leggiamo: “Tre cassette di acaju, contenenti, la prima trentatre tabacchiere...la terza tre tabacchiere adorne di medaglie d’argento per uso dell’Imperatore”. Questa collezione di tabacchiere venne lasciata in custodia al valletto Marchand perché la consegnasse al figlio al compimento del 16° anno d’età; e di seguito all’articolo IV° sarà la raccolta di medaglie ad essere data in custodia a Montholon fino al compimento del 16° anno d’età del Re di Roma. Testamento di Napoleone Bonaparte, Fiandra 1826, prima edizione in lingua italiana stampata in luogo fittizio, pag 9 e 10.

 

 

Bibliografia essenziale:

 

Damamme Claude, Les soldats de la Grande Armée, Ed. Perrin 2008.

Descotes Maurice, La légende de Napoléonien et les ècrivains français du XIXeme siècle, Paris Lettres modernes 1967.

Lucas-Dubreton Jean, Les Soldats de Napoleon, Paris Tallandier 1977. Lucas-Dubreton Jean, La Terreur Blanche, Club du Livre d’Histoire 1957. Menager Bernard, Le Napoléon du peuple, Paris Aubier 1988.

Petiteau Natalie, Lendemains d’Empire: les soldats de Napoléon dans la France du XIX° siècle, Paris La Boutique de l’Histoire 2003.

Petiteau Natalie, Napoléon de la mythologie à l’Histoire, Paris ed. Du Seuil 1999. Tulard Jean, Napoléon ou le mythe du sauveur, Paris Fayard 1977.

de Waresquiel E. - Yvert Benoit, Histoire de la Restauration, 1814-1830, Ed Perrin 2002,

 

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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