LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIE IN SCATOLA

"OSTROWNO"

 

Un collezionista ama ogni pezzo della propria collezione ma, così come ogni padre di tanti figli finisce per preferirne uno o alcuni più di altri, ogni collezionista finisce per provare per qualcuno dei suoi pezzi un’affezione particolare; generalmente sono i pezzi che lasciano intravedere una certa particolarità ad attrarre l’attenzione ed a fornire motivi di attaccamento e questo fascino, spesso, è dato da una certa oscurità di significato che questi pezzi possiedono e che li fanno emergere all’interno della collezione. E se questa è una cosa che può risultare immediatamente chiara e di facile comprensione per un collezionista navigato credo sia utile provare a spiegarla per chi invece non lo sia e di un oggetto percepisce ed apprezza il lato estetico, o se ne stupisce per la preziosità e la rarità, o per la curiosità che può suscitare il fatto ch’esso sia appartenuto ad un personaggio famoso o ad un contesto storico certo e documentato. Ci sono oggetti degni di collezione, invece, che potremmo definire normali, nel senso che non godono di una particolare attrattiva estetica né di un grande valore economico né di un significato storico di una certa importanza ma che allo stesso tempo, per una certa loro segretezza identificativa o per l’ oscurità del significato, stuzzicano la curiosità e la voglia di indagare. Il collezionista, infatti, così come un padre vorrebbe conoscere tutto dei propri figli, vorrebbe che gli oggetti della propria collezione fossero per lui come un libro aperto e senza segreti e quando questa volontà di onniscienza ne risulta inficiata dalla resistenza, di un figlio o di un oggetto ad aprirsi e rivelarsi ecco che comincia una dura partita a due per carpire e portare alla luce ciò che non è immediatamente percepibile e che alla fin fine, ai suoi occhi, ne rappresenta il vero valore. Ciò che non si riesce a sapere, ciò che stenta a svelarsi rappresenta quel quid di insoluto per il quale un oggetto resta sempre presente nella mente del collezionista come qualcosa di irrisolto sul quale si finisce sempre per ritornare in un reiterato tentativo di scostare i veli del tempo e portare alla luce ciò che comunque deve essere esistito perché un significato all’origine deve esserci necessariamente stato e ne va dell’autostima del collezionista venirne a capo. Un oggetto di tal genere ha fascino, il fascino è cruccio, il cruccio è nuovamente fascino, e tutto questo mette in movimento tutta una girandola di indagini dove perspicacia esperienza e conoscenza del collezionista vengono messe a dura prova. Più una collezione è ricca maggiore è il numero degli oggetti imperscrutabili e la mia collezione ne possiede abbastanza da mettermi, a volta, a dura prova. Quella che esamineremo oggi è una tabacchiera a doppia storia e il rompicapo sul quale mi sto scervellando da tempo sta proprio nel capire il rapporto nascosto che lega due racconti apparentemente scollegati e senza riferimenti reciproci che si possano a prima vista intuire ma, e questo è palese, un legame tra loro deve pur esserci stato, chiaro per chi ha creato l’oggetto o per chi lo abbia commissionato o ne abbia usufruito, oscuro per noi cui è giunto fuori dal suo contesto originario, fuori dalla vita del suo committente, latore di un messaggio che cerca la via per una nuova comunicazione.

Astrouna oggi è un villaggio bielorusso molto piccolo, appena 603 abitanti, la carta geografica ce lo indica a 15 Km. da Vitebsk , 550 km. da Mosca, 250 da Minsk, località queste molto note a quanti hanno letto le cronache della Campagna che Napoleone condusse in Russia nell’anno 1812. 208 anni fa Astrouna aveva un nome in lingua polacca, Ostrowno, ed alle sue porte si svolse un combattimento secondario anche se sanguinoso tra le forze francesi comandate da Murat e quelle russe agli ordini del Tenente Generale Osterman-Tolstoj, comandante il IV° Corpo d’Armata dell’esercito dello zar Alessandro I°.

E’ il 25 luglio, Napoleone, a un mese dal passaggio del Niemen, si trova a Biechenkovitchi e viene informato che i russi si stanno concentrando a Vitebsk, dove è segnalato, per la prima volta nelle vicinanze di un campo di battaglia, lo Stato Maggiore del Feldmaresciallo Barclay de Tolly comandante supremo della prima Armata russa; questi due fatti lo inducono a sperare di essere giunto ad un passo dalla battaglia decisiva, quel giorno in una lettera a Maret, Duca di Bassano, scriverà: “Toute l’Armée russe est a Vitebsk…nous sommes à la veille de grands événements”. Barclay de Tolly, che sembra voler accettare il confronto, per rallentare la veloce avanzata francese, schiera davanti Ostrowno il IV° Corpo che viene immediatamente attaccato con successo dal Generale Piré e successivamente dallo stesso Murat. Dopo parecchie ore di combattimento, l’arrivo della fanteria di Delzons, convincerà Osterman-Tolstoj a sganciarsi dal combattimento ed a ripiegare su Ostrowno. L’Imperatore, sempre convinto di aver agganciato una considerevole forza russa costringendola a battersi, è molto soddisfatto e infatti nella mattina del 26 luglio scriverà ad Eugenio: “Ou l’ennemi veut se battre, ou il ne veut se battre pas. Si l’ennemi veut se battre, c’est très heureux pour nous”. Durante il giorno ci sarà una seconda battaglia davanti Ostrowno e gli stessi Murat e Delzons ai quali si aggiungerà Ney costringeranno Osterman-Tolstoj ad un nuovo ripiegamento: la via per Vitebsk è ormai aperta. La battaglia di Ostrowno (25 – 26 luglio 1812) si concluderà con un numero di perdite quasi equivalenti, ma si sa che le stime in questi casi sono sempre imprecise e quasi sempre di parte, i russi in aggiunta perdono anche otto cannoni conquistati dall’8° ussari di Piré e la battaglia viene accreditata come vittoria francese poiché è toccato all’avversario abbandonare il campo e ritirarsi.

E veniamo alla nostra tabacchiera. Realizzata in lacca nera ha un diametro di 9 cm.; difficile darne una datazione precisa ma, presumibilmente, possiamo immaginare la sua fabbricazione in un periodo che va dagli ultimi anni della Restaurazione ai primi anni della Monarchia di Luglio, quindi nel decennio 1825- 1835, quando, allentatasi la fobia e l’ostracismo per tutto ciò che avrebbe potuto ricondurre a Napoleone ed all’Impero, cominciarono a circolare manufatti di committenza privata per ricordare e celebrare le memorie del recente passato imperiale. Sul coperchio della tabacchiera una decalcomania celebra proprio la vittoria francese ad Ostrowno.

 

 

 

Leggiamone l’immagine: L’Imperatore è raffigurato a cavallo ed in movimento, alla sua destra troviamo quattro ufficiali, che immaginiamo facciano parte del suo Stato Maggiore, ed un Mamelucco tutti a cavallo.

Napoleone si volge verso sinistra, alzando il braccio destro, ad indicare la direzione ad un ussaro montato a cavallo, raffigurato da tergo, e pronto a partire a tutta velocità nella direzione opposta. Alle sue spalle altri ussari stanno guadando un fiume per raggiungere una città, Vitebsk, i cui palazzi e i campanili fanno da sfondo. La raffigurazione è molto precisa nel comunicarci il luogo il giorno ed il momento dell’azione: esattamente il pomeriggio del sabato 25 luglio 1812 trascorso da Napoleone sulla riva sinistra della Dwina ad osservare la divisione Morand attraversare il fiume su un ponte di barche; l’attimo colto dall’immagine è quello in cui gli viene comunicata la notizia  della vittoria delle armi francesi ad Ostrowno. Napoleone è euforico, comunica la sua eccitazione per la notizia al cavallo che scarta facendo movimentare i cavalli degli ufficiali al seguito e l’intera scena è completata dal movimento del cavallo dell’ussaro portatore della notizia che, ricevuto il messaggio dall’Imperatore per le truppe impegnate in combattimento, è pronto a tornare sui suoi passi al galoppo per dar seguito alla nuova missione. Infatti, in esergo ed in corsivo leggiamo: “Combat d’Ostrowno – Dites leur, dit l’Empereur, que ce sont de Brave gens. Ils meritent tous la Croix!”. L’impianto della scena, il dettaglio estremamente curato del disegno e la ricchezza dei particolari riprodotti ci fanno capire che il manufatto è uscito da una bottega specializzata e di buon livello cui il committente dell’oggetto si è rivolto per la sua realizzazione.

La tabacchiera per tipologia non è certo una rarità: già ai tempi del Consolato e dell’Impero, cosi come si era soliti celebrare la gloria delle battaglie col conio di medaglie, del pari vi era la produzione delle scene salienti dei fatti d’arme sulle tabacchiere supporto di vere e proprie allegorie storico militari tratte iconograficamente dalle pagine descrittive dei Bollettini ufficiali. Quello che colpisce di questa tabacchiera è che si sia voluto riprodurre un evento del tutto secondario di una campagna militare tra le più tragiche ed in un periodo in cui le glorie del passato, tranne che per i tanti nostalgici grognards, erano proprio passate; e non va dimenticato, inoltre, che gli eventi secondari e non eclatanti, come può considerarsi il combattimento di Ostrowno, erano del tutto sconosciuti all’opinione pubblica del tempo considerata la relativa diffusione dei mezzi di comunicazione ed il tempo trascorso. Tutto questo per arrivare alla conclusione che riprodurre su una tabacchiera, alla distanza di almeno dieci anni dall’evento, un battaglia secondaria, ricordata ormai solo in ambienti militari, e di nessuna importanza all’interno di una campagna militare storicamente e militarmente devastante è un fatto che può trovare una spiegazione accettabile solo se si immagini che il committente sia stato direttamente coinvolto nell’evento o che fosse qualcuno che, pur non avendovi partecipato, se ne sentisse per altri motivi emotivamente coinvolto e sollecitato a costruirsi un memento personale.

Ma le stranezze non finiscono qui, anzi cominciano!

Rovesciata la tabacchiera, sul retro, troviamo una diversa decalcomania e un diverso soggetto: l’impianto della scena sembra tratto dalle illustrazioni di un libro di storie e racconti pastorali di gusto classico ed arcadico: vi vediamo uno sfondo agreste di alberi, una vegetazione rigogliosa, l’acqua di una fonte sgorgare tra le rocce, in primo piano ai piedi di un albero, un frondoso gelso, giace il corpo di un giovane di cui gli occhi chiusi ci fanno intuire che sia ormai cadavere, su di esso si sporge una giovane donna, drappeggiata in vesti classiche, in atto di trafiggersi il petto con una spada.; sullo sfondo una leonessa vista da tergo si allontana. Niente è lasciato da indovinare, in esergo ed in corsivo si legge: “Pirame et Thisbé”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed è a questo punto che, con le domande, si affollano i crucci nella mente del collezionista: vi è un rapporto tra le due storie? E quale? Come collegare un evento bellico della Campagna di Russia con una storia che ha le sue radici nella più antica cultura ellenistica e che giunge a noi grazie ad Ovidio che ne racconta nelle sue Metamorfosi? E’ stato proprio il committente a chiedere l’inserimento della favola attica sul fondo della tabacchiera o è stata un’iniziativa estemporanea dell’artista/artigiano? E nel primo caso a quale significato ha pensato, il committente, nel proporre l’intreccio delle due storie? Ovviamente c’è, a questa congerie di domande, una risposta molto semplice e bastevole a risolverle tutte: è stato un caso, il fondo di quella tabacchiera esisteva già e per risparmiare tempo e denaro   il   committente   ha   accettato   che  venisse riutilizzato come fondo della nuova commissione adattandogli un coperchio che riportasse l’episodio di Ostrowno. Bene, il caso potrebbe essere chiuso e abbastanza facilmente se non fosse che la mente del collezionista rifugge dalle risposte troppo facili; alla fin fine l’esercizio della curiosità per interrogare l’inconosciuto è qualcosa che lo diverte ed a cui non è disposto a rinunciare. Non gli resta che rileggere la storia di Piramo e Tisbe e vedere di capirci qualcosa, ammesso che vi sia: questa, antesignana di quella dei più noti personaggi shakesperiani Giulietta e Romeo, racconta di due giovani il cui sentimento amoroso è ostacolato dall’inimicizia delle rispettive famiglie e che, costretti dalle circostanze, progettano e mettono in pratica la classica fuga d’amore. Nel luogo dell'appuntamento, nei pressi di un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa dalla quale si mette in salvo perdendo un velo che viene stracciato e macchiato di sangue dalla belva stessa. Piramo trova il velo che crede macchiato del sangue della fanciulla amata e, credendola morta, si suicida lanciandosi su una spada. Sopraggiunge Tisbe che lo trova in fin di vita e, per il grande dolore, trafigge se stessa con la medesima lama. Questo racconto, puro e semplice, non spiega nulla tranne il fatto che entrambe le storie si fondano su due fatti cruenti: uno storicamente vero e certo, un episodio di guerra, l’altro un simbolico racconto tratto da un classico topos della narrativa: il binomio amore e morte. A questo punto la mente del collezionista entra in fibrillazione: e se fosse proprio questa la chiave per spiegare la doppia narrazione? I due giovani si tolgono la vita per amore ma il fatto saliente è che tutta la storia nasce da uno sfortunato equivoco, il ritrovamento del velo insanguinato, e che alla fine dei conti avrebbe potuto essere evitata: la morte di Piramo e Tisbe è una morte inutile dovuta al caso ed alla sfortuna. La fibrillazione nella mente del collezionista aumenta ancora: sarà sufficiente trovare nella prima storia, quella di Ostrowno, il caso di una morte inutile e causata da sfortuna ed il legame, pur sottile ed aleatorio è trovato. Certo nel corso di un combattimento di morti inutili e sfortunate se ne potrebbero trovare a bizzeffe bisognerebbe, quindi, trovarne una emblematica e di un personaggio di un certo rilievo. Il Bollettino della Battaglia di Ostrowno, datato da Vitebsk 31 luglio 1812, ci può aiutare:

Le 26 juillet…le General Roussel, brave soldat, aprés s’étre trouvé toute la journée à la téte des bataillons, le soir à dix heures visitant les avant-postes, un eclaireur le prit pour ennemi, fit feu, et la balle lui fracassa le crane. Il avait merité de mourir 3 heures plus tot sur le champ de bataille, de la main de l’ennemi”.

Credo che al Generale Jean Charles Roussel (Parigi 1771 – Ostrowno 1812) vada ascritta una delle morti più inutili e sfortunate nella storia della Grande Armée: caduto per fuoco amico dopo una giornata di battaglia in cui non si era risparmiato davanti al fuoco russo. Leggiamo, in proposito, quanto scrive de Segur dei combattimenti del 26 luglio:

I nostri afferrano di nuovo la fortuna ed i russi si internano un’altra volta nelle loro foreste...Sorpreso il 92° Reggimento dal fuoco che ne sortiva (dal bosco ndr.) e sconcertato da una tempesta di palle, rimanevasi immobile, non osando né avanzare né retrocedere….ma il Generale Belliard seguito dal Generale Roussel accorse per rianimarlo con la voce e trascinarlo col suo esempio ed il bosco fu conquistato” (Istoria di Napoleone e della Grande Armata nell’anno 1812 del General Conte di Segur, Livorno 1825, Tomo I° pag. 197).

 

 

Una morte assurda, dunque, per un soldato che aveva combattuto con valore negli eserciti della Repubblica e successivamente in quelli dell’Impero: arruolatosi volontario nel 1791 come caporale

cannoniere, partecipa alla campagna sul Reno e di seguito alle due campagne d’Italia, viene ferito in combattimento nel 1799 e nel 1800, Cavaliere della Legion d’Onore nel 1803, Generale di Brigata nel 1809, Barone d’Impero nel 1810, il suo nome figurerà sui pannelli di bronzo al Castello di Versailles. Una carriera di tutto rispetto conquistata col sangue ed il sacrificio, tra i tanti pericoli corsi in ventuno anni di servizio condotti con onore, conclusasi con una morte inutile causata da un equivoco, da un errore fatale.

Fatalità, equivoco, inutilità accomunano in una medesima triste sorte lo sfortunato Generale Roussel ed i due giovani, Piramo e Tisbe, le loro storie richiamano sentimenti forti e pregnanti dell’animo umano: coraggio, spirito di sacrificio, amore e passione. Qualità che possono dare significato alla vita di chiunque ma che soggiacciono comunque all’alea del destino che può fortuitamente premiare o mutarsi in tragedia. E’ questo che un fragile oggetto di lacca, una tabacchiera, giunta a noi tra le mille traversie del tempo, vuole ancora comunicarci? Di fronte a questa possibile spiegazione l’animo del collezionista potrebbe ritenersi acquetato e la sua ansia conoscitiva soddisfatta; se non restassero solo poche ultime, ma non secondarie, domande a cui trovare una risposta plausibile: chi ha fabbricato l’oggetto voleva dirci tutto questo? Quello che è stato possibile desumere vi è realmente contenuto? Chi ha commissionato l’oggetto e perché? A questo punto si entra nel campo delle pure supposizioni e la sola cosa da fare è trovarne una che rientri nel campo delle eventualità e farla propria. Quella che più ci piace potremo sceglierla tra quelle che meglio ci faranno apprezzare l’oggetto con la storia che vogliamo attribuirgli lavorando consapevolmente di fantasia.

Possiamo escludere a priori che a commissionare la tabacchiera possa essere stata una donna che abbia avuto una relazione con Jean Charles Roussel e che a distanza di anni, conoscendo bene la storia della sua morte, abbia voluto celebrarla fissandola in un oggetto che fosse testimone parlante del suo sentimento oltraggiato da un duro destino? Possiamo escludere che lei stessa abbia voluto immaginarsi nelle vesti di Tisbe, partecipare dello stesso dolore per l’amante sfortunato, e concludere la propria vita ripetendo lo stesso gesto fatale ed ultimativo? No, non possiamo escluderlo e dunque ce lo faremo bastare. La tabacchiera così diverrà l’ oggetto sublimativo di un dolore e di una perdita che il tempo non è riuscito a sanare. Trasmetterà a noi che la maneggiamo, tanto tempo dopo, l’ insieme di emozioni e passioni che condensa e racchiude, un ponte che ricollega il nostro presente alla grande Storia ed alla piccola.

Tutto quanto abbiamo sin ora detto come risponderebbe ai criteri del vero e del falso? Della verità e della fantasia? Non credo sia importante sottoporre la nostra storia al vaglio di queste due opposte categorie. Un piccolo e fragile oggetto, una tabacchiera di lacca, ci ha resa l’ occasione di rievocare l’Imperatore sulle rive della Dwina, di compulsare i frangenti di una battaglia, seppur secondaria, vinta col sacrificio di qualche migliaio di uomini ed, infine, uno sfortunato quanto eroico generale caduto nella quiete della notte quando pensava di aver ormai evitato i tanti pericoli di una giornata di guerra; per un piccolo lasso di tempo abbiamo sollevato il velo dell’oblio su alcune pagine di vecchia storia, non è proprio in questo farci pensare e ricordare che la tabacchiera, messaggio lanciato nel tempo, assolve alla sua funzione di testimonianza e memoria?

 

 

 Domenico Lentini

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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