LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIE IN SCATOLA

Due tabacchiere raccontano l’inizio e la fine dell’Impero

2^ parte

 

La tabacchiera, infatti, racconta e fissa un avvenimento preciso ed importante per la città di Parigi e per l’Imperatore: la domenica 16 dicembre 1804 (25 frimaio A. XIII), due settimane dopo il Sacre di Notre Dame e dalla cerimonia di consegna delle aquile ai reggimenti e quindi nel seguito di quegli avvenimenti celebrativi del Sacre, e come riconoscimento/sacralizzazione dell’Imperatore da parte della capitale, il Consiglio Municipale di Parigi organizzò una grande festa in suo onore alla Tuileries; dopo il banchetto, in serata, la coppia Imperiale si affacciò ad uno dei balconi del Palazzo e, utilizzando una miccia già approntata, l’Imperatore accese i fuochi di artificio che illuminarono il cielo di Parigi: un dragone luminoso attraversò lo spazio aereo sulla Senna e fece partire dei razzi posizionati sulla riva prospiciente; allo scoppio delle detonazioni, gli spettatori assiepati sulle rive del fiume, videro disegnarsi in cielo il Monte San Bernardo e l’immagine dell’ex generale, ora Imperatore, alla  testa del suo esercito. Il riferimento è esplicitato nell’iscrizione e la decisione di apporla utilizzando la lingua latina assieme all’impianto della scena rappresentata, un chiaro richiamo alla calma ieraticità ed alla serena grandezza dei Fasti romani (fig.4), la dice tutta sulla volontà di identificazione con la storia augustea che l’oggetto vuole evocare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 4

 

 

Ma la cosa più significativa è la definizione “Tutela Praesens” mutuata dalla XIV ode di Orazio dedicata proprio all’Imperatore Augusto: “Te...miratur...o tutela praesens, Italiae dominaeque Romae”. Il parallelo ed il significato sono immediatamente espliciti: così come Roma, caput mundi, si affidò fiduciosa alle mani del suo Imperatore Augusto, tutela praesens cioè energico e propizio nume tutelare, allo stesso modo Parigi, caput Europae, si affida ora, fidando nella sua tutela, alle mani di Napoleone Primo Imperatore dei francesi. La tabacchiera, dunque, si offre ai suoi utilizzatori come un oggetto testimoniale del Sacre dell’immaginario, un piccolo condensato di due millenni di Storia estrapolato dal tempo e fissato ad aeternum: Napoleone come Augusto, Napoleone ed Augusto, perdono la loro stretta fisicità storica per assurgere a simbolo e mito del potere, della gloria, della grandezza.

La tabacchiera, considerato l’intento celebrativo, è sicuramente databile al 1805. L’importanza e l’ufficialità data all’evento rappresentato è testimoniata dal fatto che la stessa immagine riprodotta sul fronte  è identicamente riprodotta in conio, a firma di Galle e Jeuffroy, da cui deriva, da una medaglia della zecca di Parigi (fig.5) e ciò ci consente di dire che la sua ideazione, su commissione pubblica,  sia stata richiesta ad hoc ad uno o più savants alle dipendenze del potere istituzionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 5

L’estrema cura del dettaglio nella realizzazione della placchetta in ottone dorato ci fa pensare che la tabacchiera sia uscita da uno dei tanti laboratori parigini di oreficeria e,  anche se non  firmata, niente ci costringe ad escludere possa trattarsi di una  produzione di  G. R. Morel o di uno degli ambienti legati alla sua scuola di artigianato artistico di alta qualità.

 

La fine

 

Come sia andata a finire, è noto. Le aquile volate via, i reggimenti dispersi, le colonne atterrate, i valorosi a démi-solde, un premio a chi, col  tradimento, si  riallineò ai villeggianti di Gand.

“Je m’offre en sacrifice à la haine des ennemis de la France. Puissent-ils etre sincères dans leurs declarations et n’en avoir jamais voulu qu’ à ma personne! Ma vie politique est terminée et je proclame mon fils sous le titre de Napoleon II, Empereur des français.(….).Unissez-vous tous pour le salut public  et pour rester une nation indépendante”.

Con queste frasi Napoleone concluse, al Palazzo dell’Eliseo, la sua seconda abdicazione il 22 giugno 1815, quattro giorni dopo la clamorosa disfatta sui campi di grano di Mont Saint Jean, Waterloo nel bollettino scritto dal generale Wellington acquartierato nell’omonimo villaggio belga.

Subito dopo si recò alla Malmaison, ospite di Hortensia, aveva sperato di poter contare ancora sulla capitale e sulla fedeltà del Governo ma aveva trovato solo la volontà della popolazione di chiudere al più presto tutta quella vicenda nel timore di nuovi danni  a seguito di una seconda occupazione alleata peggiore di quella dell’anno precedente ed un Governo completamente subalterno alle trame politiche di Fouchè e Talleyrand intenti a patteggiare una seconda Restaurazione dei Borboni. Rinunciato ad ogni possibilità di riprendere il conflitto, si era anche offerto in qualità di generale di prendere il comando del corpo d’armata che Grouchy aveva riportato intatto dal Belgio ma era stato liquidato come folle da Fouchè, si rese conto che l’unica possibilità rimastagli di scampare ad un processo e ad un plotone di esecuzione era quella di consegnarsi  volontariamente agli inglesi che, almeno apparentemente, godevano fama di tradizioni liberali. Dopo un lungo tira e molla, durato settimane, col governo di Parigi e quello di Londra e verificata l’impossibilità di avere un salvacondotto ufficiale che gli era stato rifiutato, il 15 luglio decise di salire volontariamente sulla fregata inglese Bellerophon e di consegnarsi al Capitano Maitland. La sera precedente, da l’Ile d’Aix, dove era arrivato il 12 luglio proveniente da Rochefort, aveva fatto recapitare, da Las Cases,  al capitano la famosa lettera indirizzata al Principe reggente:

“Altesse Royale, En butte aux factions qui divisent mon pays et à l’inimitié des plus grandes puissances de l’Europe, j’ai terminé ma carrière politique et je viens commeThémistocles m’asseoir au foyer du peuple britannique. Je me mets sous la protection de ses lois que je reclame de votre Altesse Royale, comme du plus puissant, du plus constant et du plus genéreux de mes ennemis”.

Parole, queste, che riecheggiano quelle con le quali lo storico greco Tucidide descrive l’ antecedente storico al quale Napoleone fa riferimento nella sua lettera:

“Io, Temistocle, che quando fui costretto a difendermi dall'invasione di tuo padre feci alla tua casa più male di qualsiasi altro greco.(….). sono venuto da te."

Napoleone, grande conoscitore degli storici greci sin dal tempo della sua prima giovinezza, avrà letto chissà quante volte questo brano e prenderlo ad esempio della sua condizione presente gli sarà parso ovvio oltre che di buon auspicio. Avrebbe scoperto successivamente quanto sarebbe stata mal riposta la sua fiducia e la sua speranza: Giorgio, della casa di Hannover, Principe di Galles e reggente pro tempore la corona d’Inghilterra, causa l’insania mentale del re Giorgio III suo padre, era di tutt’altra pasta rispetto ad Artaserse I° Longimano re di Persia, figlio di Serse I°, ed a differenza di Temistocle, accolto con tutti gli onori al focolare ed alla mensa del nemico storico dei greci, Napoleone fu mandato a finire i suoi  giorni su un isola sperduta tra i flutti dell’Atlantico. Altri tempi, altri uomini, altra storia!

Anche in questo caso una tabacchiera, concrezione materica di un avvenimento, ci racconta quanto accadde facendosi testimone di quest’ultimo atto disperato della caduta dell’Impero.

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Napoleone mostrato da questa tabacchiera, radica di noce dm. 9 cm proveniente dalla alienazione di una collezione di una famiglia blasonata di Stoccolma, è  completamente diverso da quello della precedente, i simboli del potere militare, la lorica muscolata e l’asta sormontata dall’aquila,  sono stati sostituiti da un abbigliamento civile di foggia greca, indossa, infatti, un classico chitone panneggiato sul braccio sinistro che tiene accostato alla vita, dietro di lui si intravede un sedile vuoto, accanto sul suo lato sinistro un tavolo rotondo monopode  di ridotte dimensioni sul quale poggiano una spada ed un elmo corinzio crestato, il volto guarda a  sinistra verso un interlocutore che resta invisibile, il braccio destro è teso nella direzione opposta. Napoleone è colto nell’atto di alzarsi e di togliersi, allontanandola da se, la corona di lauro gesto che vuole palesare un ultimo, definitivo, atto di resa. Si alza dal trono, si spoglia dei simboli del potere e si consegna al suo nemico storico invocando il rispetto di quelle leggi universali dell’onore e della clemenza  che immaginava dovessero essere dovuti ad un nemico valoroso ma sconfitto, così come prima di lui erano stati riconosciuti a Temistocle, ostracizzato dai suoi concittadini, ma accolto con tutti gli onori  dal re persiano che aveva strenuamente combattuto. Due frasi sono leggibili nella parte inferiore dell’oggetto: “J’ai gouvernè sans peur, j’abdique sans crainte”.

Possiamo immaginare questa stessa scena, fatta salva l’ambientazione classica, a l’Ile d’Aix quando, in una calda giornata di luglio nella palazzina, antica dimora del comandante della piazza, Napoleone aveva vergato e firmato queste poche righe con le quali aveva portato a conclusione il suo destino e quello dell’Impero, il giorno dopo, lasciata l’isola, non avrebbe mai più rivisto la terra di Francia.

 

 

Domenico Lentini

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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