LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIE IN SCATOLA

Una scheggia di rovere

 

Ogni tabacchiera ha sempre due storie da raccontare, quella sua propria in quanto oggetto in uso e quella  evocata da ciò che vi è raffigurato: l’ evento di un passato prossimo o remoto di cui  si vuole fissare il ricordo considerando importante il suo lascito, positivo o negativo, nella memoria collettiva, o  la figura, in veste di  eroe, di un personaggio universalmente conosciuto e che si è caratterizzato agli occhi del grande pubblico per il suo operato;  queste  tabacchiere, che possiamo definire politiche,  dichiarano, col loro uso, l’  appartenenza ed il personale sostegno del loro possessore all’idea, alla parte politica, alla storia del personaggio o dell’evento  rappresentato;   sono tabacchiere che hanno una precisa funzione sociale che si manifesta nella  immediata riconoscibilità ed evidenza del rappresentato e sono da considerare, in altri termini, alla stregua di un biglietto da visita in cui  il contenuto veicolato deve essere immediatamente e facilmente leggibile perché deve  mostrare, senza sforzo e con la maggior chiarezza possibile, l’identità ed il credo politico del suo possessore attraverso l’immagine riprodotta. Sono da ritenersi, dunque, oggetti evocativi e dichiarativi.

Una tabacchiera recante l’immagine di Napoleone, di Wellington, o di Pitt o della famiglia imperiale è una tabacchiera che possiamo definire di immediata lettura perché la stessa immediata riconoscibilità dell’immagine è un esplicito richiamo al personaggio ed ai suoi valori storici e questa evidenza resterà tale non solo per i contemporanei ma anche per noi che maneggiamo e leggiamo l’oggetto a distanza di tempo; in altre tabacchiere, invece, l’immagine è ridotta al minimo, quasi solo un richiamo simbolico, perché la forza emozionale dell’evento rappresentato è tale che il riconoscimento risulta egualmente immediato e coinvolgente tanto da non aver bisogno di didascalie esplicative o di immagini. In altre parole, più è esigua la rappresentazione maggiore è la forza emotiva del personaggio o dell’evento di cui si vuole comunicare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ questo il caso di una tabacchiera inglese della prima metà del XIX° secolo, una semplicissima scatolina rotonda realizzata in legno di rovere con al centro un minuscolo dischetto d’argento con scritto sui bordi “Royal George Sunk” ed al centro una data “1782”. Chi l’ha ideata e realizzata non ha previsto l’inserimento di alcuna immagine dando per scontato che non fosse necessaria alcuna visualizzazione per evocare l’evento cui è fatto riferimento e che bastassero solo le tre parole e la data impressa per attivare l’immaginario ed operare una automatica traslazione della memoria dall’oggetto all’evento. Infatti, in questo caso, l’oggetto stesso è in se una testimonianza sempre viva ed efficace del drammatico evento: l’affondamento, avvenuto  nell’anno 1782, della “Royal George” nave ammiraglia della marina da guerra inglese considerata, al 18 febbraio 1756, il giorno in cui fu varata, la nave più grande mai costruita, un vascello di prima classe, 2.080 tonnellate di stazza, armato con 100 cannoni. Vediamone la storia.

La sua costruzione venne ordinata ai cantieri di Woolvich il 29   agosto 1746 ed inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi “Royal Anne” ma durante gli anni della sua costruzione il nome venne cambiato in “Royal George” in onore del re Giorgio II° Augusto di Hannover (Hannover 10 novembre  1683 – Londra 25 ottobre 1760); servì nella guerra dei Sette Anni nella Channel Fleet, la flotta operante nel Canale della Manica, agli ordini dell’Ammiraglio Sir Edward Hawke (Londra 21 febbraio 1705 – Sunbury on Thames 16 ottobre 1781) e come nave ammiraglia partecipò alla battaglia  della baia di Quiberon (20 novembre 1759), davanti alla costa bretone, dove sconfisse ed affondò la  “Superbe”, vascello francese da 70 cannoni con 620 uomini di equipaggio, successivamente, nel corso della guerra anglo-spagnola fu impegnata nella Battaglia di Capo San Vincenzo (16 gennaio 1780) e non perse occasione di distinguersi nelle operazioni navali della guerra di Indipendenza Americana.

 

 

 

 

 

 

Avviata al disarmo ed ancorata al largo di Spithead (1), il 29 agosto 1782, per una serie di operazioni necessarie alla manutenzione dello scafo, causa uno spostamento del carico su uno dei suoi lati la nave si sollevò su quello opposto imbarcando acqua ed affondando in pochissimo tempo. Il disastro fu terribile sia per la perdita della nave, vanto della marina inglese, sia per l’incalcolabile numero di perdite umane: perirono quasi un migliaio di uomini dell’equipaggio, compreso il contrammiraglio Richard Kempenfelt, ed a questi  va aggiunto un numero imprecisato di vittime civili tra i familiari dei marinai che si trovavano, in quel momento, a bordo del vascello. Gli effetti immediati del naufragio coinvolsero drammaticamente le popolazioni dei villaggi della costa prospicienti il luogo dell’affondamento: per giorni e giorni decine  di cadaveri vennero restituiti dal mare e destinati, con lunghe processioni, ai luoghi di sepoltura. Le cronache dell’epoca descrivono l’intera area “in agitazione”in quanto non v’era famiglia che non avesse perso, nel naufragio, un parente, un amico o un conoscente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente, superato lo shock provocato dal disastro, ci si cominciò a chiedere a chi dovessero esserne attribuite le responsabilità; venne istituita una commissione di inchiesta e una Corte marziale chiamata ad esprimersi in merito, valutati fatti e circostanze, escluse ogni addebito agli ufficiali superiori che avrebbero dovuto sorvegliare il corretto svolgersi delle operazioni applicando le dovute misure di sicurezza; causa di tutto, concluse la sentenza emessa dalla Corte, fu il cedimento del telaio della nave causato dalla vecchiezza e dall’usura del legname che non resse allo spostamento improvviso dei pesi durante la manutenzione. Dubbi e perplessità non mancarono e rimase giustificato il sospetto che il verdetto di assoluzione fosse stato commissionato dall’Ammiragliato per salvare se stesso dalle responsabilità come dalla vergogna. Ed in effetti il caso fece scalpore e restò indelebile nella memoria e nella coscienza nazionale inglese: era stata persa una famosa nave ammiraglia e centinaia di vite umane non in un eroico e glorioso combattimento navale ma in una baia davanti casa eseguendo un’operazione che per i tecnici della marina avrebbe dovuto essere routinaria. Se qualcuno tra i grandi papaveri dell’Ammiragliato avesse sperato in un facile oblio del disastro la circostanza che gli alberi della nave continuarono ad emergere dalla linea di galleggiamento, ed a restare visibili ad ogni bassa marea, fino al 1794, quindi per i successivi dodici anni, tolse ogni speranza: l’affondamento della Royal Gorge entrò prepotentemente nella memoria nazionale divenendo un fatto culturale celebrato in poemi e lavori teatrali. Basti a ricordarlo il poema “On the Loss of the Royal George”di William Cooper che compiangeva il fatto che il contrammiraglio Kempenfelt fosse morto con la spada “inguainata”; sentimento questo, della morte inutile, ben vivo nelle famiglie di ognuno dei membri dell’equipaggio scomparso nel disastro costrette ad accettarla ed a farsi una  ragione delle deluse aspettative di gloria della marineria britannica.

Occorre riconoscere che la pertinacia non mancò nel carattere nazionale del popolo inglese e questo spiega come per tutto il mezzo secolo successivo e fino al 1840, anche utilizzando le sempre nuove tecniche di immersione subacquea, numerosi anche se inutili furono i tentativi di riportare a galla la Royal George  fino a che a cinquantotto anni dal suo affondamento venne presa la decisione di far saltare in aria il relitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma come spesso accade quando un fatto tocca le corde più profonde del sentimento nazionale eliminare il relitto dal fondo del mare, sempre pericoloso alla navigazione in quel tratto del canale, non fu possibile senza salvarlo nella memoria collettiva costringendo il ricordo in una serie di oggetti evocativi ai quali affidarne la sopravvivenza e l’affezione nella memoria nazionale. Alcuni dei suoi cannoni vennero fusi nella base della colonna di Nelson a Trafalgar Square, la campana della nave fu esposta alla Dockyard Chapel di Portsmouth, uno dei suoi verricelli a Plymouth, ancora altre parti della nave, ormai considerate reliquie della “Royal George”, furono trasformate in oggetti di uso comune ed entrarono nella cultura materiale di larghi strati della popolazione a prescindere dal censo: la nave,  almeno in alcune sue parti, diventò incarnazione fisica e materiale della propria sfortunata storia fissata e trasmessa nel tempo sotto forma dei più diversi prodotti di uso comune: scatole, bastoni da passeggio, tabacchiere vennero ricavate dal fasciame della nave recuperato mentre dal materiale ferroso se ne trasse medaglie commemorative e piccoli cannoni in miniatura. L’autenticità di questi oggetti si fece garante di un ponte della memoria collegante concettualmente le persone all’evento traumatico di cui restano, ancora oggi simbolo, e testimonianza attiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa sussunzione simbolica del valore di una persona o di un evento e la sua trasposizione materica in un oggetto, pratica lungamente acquisita nella religiosità popolare, porta ad una laicizzazione della reliquia la cui consuetudine è vecchia di secoli.

Possiamo citare, restando sempre in Inghilterra, le medaglie commemorative coniate con il materiale ricavato dallo smantellamento della “Foudroyant”, l’ ammiraglia di Nelson, o quelle coniate, durante la rivoluzione francese, col bronzo delle campane di cui quella più famosa è la campana George d’Amboise di Rouen la più grande di Francia, o il bronzo dei cannoni francesi abbandonati a Waterloo servito per fondere il leone  che sovrasta la piramide costruita come monito e ricordo della battaglia, o le numerose ciocche di capelli di Napoleone e dello stesso Nelson conservate in veri e propri reliquiari laici, o i modellini del carcere della Bastiglia ricavati dalle pietre della demolizione da Pierre-François Palloy vero impresario del souvenir rivoluzionario, ed anche in questo caso non mancarono il conio di medaglie e la fabbricazione di tabacchiere utilizzando il materiale di recupero della demolizione, o per giungere ad uno scenario a noi contemporaneo i souvenir tratti dalla demolizione del Muro di Berlino. E gli esempi sarebbero ancora molto numerosi.

 

 

 

 

 

 

 

Una domanda ci è d’obbligo: cosa  nasconde o meglio cosa motiva questa continua e ripetuta nel tempo produzione di oggetti testimoniali? Possiamo provare a formulare alcune ipotesi: l’uomo ha sempre bisogno di mantenere una connessione ombelicale col tempo, col passato, con la storia; questo sostrato archetipico di cui la memoria è portatore sano costruisce la nostra identità, fonda e consolida la nostra coscienza come specie, che lo si ammetta o no siamo e continueremo ad essere perché siamo stati, infatti, c’è un contenuto destinale, un retaggio antico che si valorizza nel tempo e col tempo, da cui i popoli e le  nazioni così come i singoli individui non possono prescindere; c’è un modo ed un bisogno  di onorare la grandezza di certe azioni, di certi eventi positivi o negativi, di  uomini che meglio di altri hanno rappresentato il carattere della storia nazionale o meglio quei valori e quelle qualità che ogni singolo individuo vorrebbe avere o vorrebbe che gli venissero riconosciute; non è di secondaria importanza, infine, il ruolo che gioca l’immaginario e l’illusorietà nella vita degli individui, quel gioco dell’immaginazione attraverso il quale riusciamo a sentirci idealmente partecipi dei grandi eventi del passato, che li si condivida o che li si condanni, perché, appunto, sentiamo che fanno parte della nostra storia  e che noi  ne siamo un prodotto transitorio   nel breve arco della nostra esistenza. Ebbene queste tre cose messe insieme perché si attivino, perché diventino sensazione esperienziale  hanno bisogno di un detonatore, di un oggetto sopravvissuto al deterioramento del tempo, che racchiudendo in se il potenziale di una carica emozionale riesca ad aprire un contatto con quell’archetipo di arcano ideale che stimola la nostra immaginazione.

Ogni oggetto, qualunque esso sia e sotto qualunque forma o destinazione d’uso esso si presenti e ci arrivi, in quanto relitto/reliquia (2) del passato, giunge a noi come un messaggio in bottiglia spiaggiato dopo un lungo viaggio oceanico, esso ci arriva carico di innumerevoli significati simbolici attraverso i quali potremo aprire un nostro canale personale con l’immaginario collettivo che ci consentirà di sentire, in un infinitesimo particolare di bronzo o di legno o di qualsiasi altro supporto materico, l’infinito assoluto della storia e della vita degli uomini.

La tabacchiera ricavata dal rovere dell’HMS Royal George è tutto questo: una scheggia del passato che bisogna al presente e che auspica un futuro.

 

 

Domenico Lentini

 

 

 

 

NOTE:

 

1) Spithead è parte del Solent quel braccio di mare che separa l’isola di Wight dal resto dell’Inghilterra, nella contea dello Hampshire, in prossimità di Portsmouth.

 2) Nel suo significato etimologico, dal latino relinquere- reliquus, lasciarsi dietro, che può tradursi “ciò che resta di qualsiasi cosa”.

Domenico Lentini

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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