LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

LA STORIA IN SCATOLA

“Le Souvenir Napoléonien”

 

seconda parte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunemente si è portati a pensare che gli oggetti siano, per loro natura, delle cose inanimate e che partecipino solo di riflesso alla vita degli uomini, nascono e sono destinati ad un mero uso pratico, messi da parte, custoditi o persi, possono diventare simbolo di qualcosa a conseguenza di un innato bisogno umano di condensare un universale astratto in un particolare materico; proprio a causa della connaturata passività che viene loro attribuita essi vengono trovati, rinvenuti, magari reinventati, attribuendo loro significanze che in origine erano lontani dall’avere. Forse è sempre così. A volte no. Può accadere, ad esempio, forse per un caso fortuito o forse per un imperscrutabile motivo, che essi perdano la loro passività e diventino agenti di un loro riapparire improvviso, diremmo nel dire toscano che ci caschino a fagiolo, nel senso che decidano essi stessi di venire a cercarci o che si facciano trovare a bella posta nel momento più opportuno quando la loro presenza, il loro  riapparire, trattandosi in questo caso di un oggetto che ci giunge da un passato abbastanza lontano, consente di avvalorare un’ipotesi, di dare conferme inoppugnabili, di completare un’indagine validata, fino a quel momento, solo come congettura. A chi potrebbe obiettare che anche tutto quanto appena detto appartiene al mondo delle congetture ribadiamo, con Cicerone, che “è proprio del sapiente spesso fare congetture su ciò che ignora” e che la medesima congettura, in quanto curiositas, è fondativa dell’indagine e della ricerca storica.

Detto questo, il caso che segue è quanto meno curioso. Nel precedente articolo (Le Souvenir Napoléonien, apparso sul numero di settembre 2020 de Le Storie Napoleoniche), si era analizzata l’immagine, raffigurata su una tabacchiera, di una vecchia donna intenta a raccontare ai membri della propria famiglia episodi della sua vita trascorsa nei quali si descriveva accanto all’Imperatore, partecipe diretta o indiretta di avvenimenti che lo riguardavano. Tutto ciò lo si era dedotto accostando l’immagine ai versi della chanson “Les souvenirs du peuple”, scritta da P.J. Beranger nel 1826, il cui tema era appunto quello di una vieille femme descritta nel raccontare  il  suo  passato. La formulazione del legame tra l’oggetto tabacchiera ed i versi della chanson era solo una congettura, una ipotesi costruita sulla similarità tra due immagini: una visiva ed una poetica. Una congettura, dunque, mancante di una qualsiasi prova concreta che suffragasse quanto pareva probabile all’intuizione ma privo di una concreta evidenza. Fino a che, per un caso fortuito o forse per un imperscrutabile motivo o magari perché l’oggetto in sé sentendosi chiamato in causa ha deciso di riapparire, sul mercato antiquario compare una nuova e diversa tabacchiera. Una tabacchiera in corno scuro nelle classiche dimensioni (3,5 x 7 cm.) consuete per questo tipo di boite à priser prodotte in gran numero, tra il 1840 ed il 1850 periodo d’oro del Souvenir Napoléonien, e destinate, considerato il materiale, ad un uso e ad una diffusione popolare. La costruzione scenica dell’immagine ci riporta, senza alcuna ombra di dubbio, ai versi di P.J. Beranger. L’ambiente è quello della tipica cucina di una casa di campagna: una stanza vasta, al piano terreno, con al centro della parete di fondo un grande camino in pietra, a sinistra del camino la porta che da sull’esterno e, attaccate alla parete, due padelle in ferro di diverse dimensioni; sulla parete di destra una piccola mensola con degli utensili ed una piattaia murale con sei piatti; volute di nero fumo che si partono da una piccola catasta di legna, visibile in basso sul fondo del camino, fanno capire che il fuoco è acceso e che un buon tepore scalda l’ambiente. Davanti a questo sfondo, partendo da destra, un tavolo con una bottiglia un bicchiere una pagnotta e delle stoviglie; accanto, davanti al camino, a sedere su una rustica sedia a braccioli, l’inconfondibile silhouette dell’Imperatore in cappotto e bicorno, a braccia conserte e con la testa leggermente reclinata in avanti, pare rifocillato assopito e dimentico della stanchezza e delle tensioni di una dura giornata. Lei, la vieille femme, gli siede davanti, fila la lana intorno ad un fuso che stringe nella mano destra e, mentre fa questo, si china verso di lui ad osservarlo con un atteggiamento che, seppur dominato dall’ ammirazione, comunica familiarità e istintiva protezione: lei, umile contadina, si prende cura dell’Imperatore senza alcuna soggezione, gli ha servito un semplice pasto ed ora, senza interrompere il suo lavoro di filatura, veglia sul suo sonno con istinto tutto femminile e materno. Il messaggio è chiaro: l’Imperatore è solo, senza il solito codazzo onnipresente di ufficiali dello Stato Maggiore, e dorme, la sua fiducia nella vecchia contadina è manifestamente segno del suo far parte di quel popolo che in quindici  anni ha portato a primeggiare su qualsiasi altro popolo d’Europa. Si provi ad immaginare la stessa scena ambientata davanti al camino di un salotto borghese con l’Imperatore assopito davanti ad una dama intenta a sferruzzare la lana, con accanto un vassoio ricolmo di pasticcini: sarebbe impensabile, iconicamente improponibile e soprattutto astorica nel contesto del souvenir e del mito. Ciò non vuol dire che non sia potuto accadere che, in un qualche frangente della campagna del ‘14, l’Imperatore si sia fatto ospitare in una casa borghese, anzi a leggere i vari diari dei membri del suo seguito riscontriamo come abbia alloggiato sempre presso famiglie abbienti o presso persone che ricoprivano ruoli ed incarichi istituzionali, vuol dire invece che l’immaginario popolare, dominante negli anni ‘40, si è appropriato di Napoleone mitizzandolo nella figura del Sauveur e trasformandolo nell’Eroe per eccellenza delle classi più umili, quelle da cui provenivano i ranghi dell’Armée, quelle più sofferenti della crisi sociale e che più restarono sentimentalmente attaccate al mito dell’Imperatore sconfitto ma comunque individuato come veicolo dell’ unica redenzione possibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tanti oggetti prodotti a testimoniarne il mito non fanno che registrare questa realtà storico sociale, essi sono   uno  specchio   fedele  di   ciò   che  la società pensa, almeno una parte molto consistente di essa, concretano le idee correnti fissandole in immagini e con un linguaggio immediatamente comprensibile a tutti. Il fatto che la visualità della tabacchiera si presenti come traduzione del racconto della chanson di P.J. Beranger è una dimostrazione dell’unitarietà dei diversi linguaggi del mito e della loro scambievole convertibilità di significato: in un cabaret popolare si cantavano le strofe de les Souvenirs du peuple fiutando il tabacco prelevato da una boite à priser evocante lo stesso canto. E, puntualmente, questa tabacchiera vuole togliere ogni dubbio in proposito. Essa e la chanson fanno parte dello stesso mondo, identificano un’idea e danno identità univoca a chi canta ed a chi fiuta il tabacco, entrambe raccontano il mito e sono esse stesse mito, attraverso di esse, ovvero nel loro uso rituale, avviene la transustanziazione del souvenir dell’Imperatore nella fratellanza bonapartista dei suoi postumi seguaci. La tabacchiera è la chanson, la chanson è la tabacchiera. In esergo vi si può leggere: “Napoleon chez la vieille” e qui non si parla di una vecchia qualunque ma proprio di quella della chanson, infatti, nel rigo sottostante ne sono riportati i versi: “J’ai faim, dit-il; et bien vite/ Je sers piquette et pain bis/ Puis il sèche ses habits”. Soffermiamoci un attimo su questi versi: l’Imperatore arriva in casa della vieille femme, affamato ed infreddolito negli abiti bagnati, ricordiamo che la Campagna di Francia venne combattuta nella regione del nord-est nei mesi di gennaio/marzo 1814 in condizioni climatiche pessime, la povera donna per niente intimorita lo accoglie ed offre il poco che ha: piquette, il vino dei poveri ottenuto facendo filtrare dell’acqua tra le vinacce dopo la premitura dell’uva, e pain bis, un pane di farine grossolane mischiate a crusca; osservando il tavolo vi si vedranno, appunto, la bottiglia di piquette e la pagnotta di farina grezza, nonostante tutto l’Imperatore è soddisfatto dell’ospitalità ricevuta e si addormenta davanti al camino dove asciugherà i suoi abiti: “meme à dormir le feu l’invite”. Inutile dire che piquette et pain bis sono cibo abituale per i contadini e che cantando la chanson gli avventori del cabaret fanno rivivere l’Imperatore come se fosse uno di loro. Ma i versi ci dicono ancora altro, datano l’azione identificando un preciso momento della Campagna: “au reveil, voyant mes pleurs/Il me dit: Bonne esperance!/ Je cours de tous ses malehurs/Sous Paris venger la France”, dopo un sonno ristoratore Napoleone si sveglia e trova accanto a se la vecchia in lacrime per la Nazione invasa, le offre conforto e dichiara di essere sul punto di correre a vendicare la Francia sotto le mura di Parigi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ il 22 marzo 1814 e la Campagna di Francia, l’ultima geniale campagna di Napoleone combattuta contro la Sesta Coalizione, volge al suo termine. Ricordiamola brevemente. Dopo la rovinosa sconfitta subita dalle armate francesi a Lipsia (19 ottobre 1813) 400.000 soldati alleati passarono il Reno invadendo il territorio francese suddivisi in tre diverse armate. Per affrontare questo imponente esercito Napoleone riuscì a coscrivere 200.000 giovani ed inesperti soldati della   classe   del   1815   richiamati   in anticipo.

100.000 furono mandati a sud ovest per fermare l’invasione che Wellington tentava dalla frontiera spagnola, altri 20.000 furono destinati a coprire il fianco sud e la frontiera delle Alpi. Con i restanti

80.000 Napoleone affrontò i 400.000 alleati battendoli ben quattro volte in sei giorni, dal 10 al

14 febbraio, a Champaubert, Montmirail, Chateau-Thierry,  Vauchamps,   il   18   febbraio a

Montereau ed ancora un’ultima volta a Craonne il 7 marzo. Ad Arcis sur Aube, il 21 marzo, potendo affrontare 80.000 alleati con soli 28.000 uomini fu costretto a ripiegare, nelle sue intenzioni, in direzione di Parigi ma gli alleati lo precedettero e, aiutati dal tradimento di Marmont, occuparono la capitale. Proprio nella notte tra il 21 ed il 22 marzo, ripiegando da Arcis sur Aube, potremmo, dunque, immaginare che Napoleone, nella finzione poetica di Beranger, si sia fermato in casa della vieille femme e ne sia stato ospitato. Seguiamo il racconto che ne fa Beranger: “Un soir, tout comme aujourd'hui,/J'entends frapper à la porte;/ J'ouvre, bon Dieu ! c'était lui/ Suivi d'une faible escorte. Il s'asseoit où me voilà/ S'écriant : Oh ! quelle guerre !/Oh ! quelle guerre !”. E che di finzione poetica si tratti ce lo conferma, con buona precisione, la memorialistica dell’epoca: la notte del 20 marzo Napoleone fu ospite del Castello di M. de la Briffe e quella del 22 lo vide allo Chateau de Plessis-le-Comte, tra Vitry e Saint Dizier, la notte del 21 invece è segnalato a Sommepuis (oggi Sompuis), una località di campagna a poca distanza da Vitry, in casa di M. Leblanc. Non era certo da solo: a Sommepuis erano concentrate la Vecchia Guardia, le forze al comando di Ney, e la cavalleria di Letort, di Berckheim, di Saint-Germain e di Milhaud (cfr. H. Houssaye, 1814, ed Perrin et Cie 1889, pag. 335); è da escludere quindi che Napoleone trascorse quella notte in casa di una vieille femme. I concitati avvenimenti di quelle giornate spiegano le parole, che sanno di stanchezza e sconforto, pronunciate da Napoleone nel presentarsi in casa della vieille femme: “Oh quelle guerre! Oh quelle guerre!” Napoleone era stato sconfitto a Laon da Blucher (9 – 10 marzo) aveva perso e ripreso di misura Reims, ad Arcis sur Aube era stato costretto a ripiegare ed ormai gli era chiaro che, nonostante gli sforzi profusi e l’eroismo delle sue giovani reclute, considerate le preponderanti forze degli avversari, non avrebbe retto  a lungo non potendo contare su una vittoria  il cui risultato fosse tale da costringere il nemico a trattare una pace onorevole. In quelle ore gli alleati stavano dilagando verso ovest, verso Parigi, ed il tentativo di Napoleone di muovere ad est verso Saint-Dizier, sperando che questi gli venissero dietro, allontanandoli così dalla capitale, fallì anche a conseguenza della cattura di un portaordini che permise al nemico di conoscere i suoi  piani. Napoleone era ormai consapevole della criticità della situazione: la Campagna, Parigi e l’Impero potevano considerarsi perdute. Col senno di poi P.J.Beranger nei suoi versi e lo sconosciuto artigiano che realizzò la tabacchiera isoleranno questo momento su un piano simbolico sintetizzandolo in uno schema narrativo di grande forza: l’ Imperatore è solo, sconfitto dal tradimento dei Marescialli e dei maggiorenti di Francia: “à sa perte le héros fut entrainé”. Il 14 aprile, meno di tre settimane dopo la notte di Sommepuis, Napoleone firmerà il trattato di Fontainebleau abdicando al trono, unica compassionevole e fedele testimone di questa sconfitta resta la vieille femme, il popolo, che conserverà e tramanderà nel tempo il Souvenir Napoléonien.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cantare questa canzone i bonapartisti di allora provavano una grande emozione; tutto ciò che si è detto e che per noi è frutto di ragionamento e di indagine storica a loro risultava immediatamente evidente ed emozionalmente coinvolgente. Potremmo provare anche noi a cantare il testo di Beranger e non è escluso che si possano provare, a così grande distanza di tempo, le medesime emozioni. Per chi volesse provare, per suggerire la melodia, ecco il link con una moderna versione del canto e di seguito i versi di Beranger.

 

W L’Empereur!

 

Domenico Lentini

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=xH_YVwm2_Sc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bibliografia essenziale per chi fosse interessato a saperne di più sulla Campagna di Francia del 1814:

 

  • Carl Von Clausewitz, Campagne de 1814, Champ libre, Paris 1972.

 

  • Marcel Dupont, Napoleone ded i suoi Marescialli, Rizzoli, Milano 1939.

 

  • F.G. Hourtoulle, 1814 La Campagne de France, Histoire et Collection, Paris 2005.

 

  • Mikhailowski – Danilewski, History of the Campaign in France in the year 1814, Cambridge 1991

 

  • M. Leggiere, The fall of Napoleon, The allied invasion of France 1813/1814, Cambridge 2007

 

  • Frederic Koch, Napoleon en 1814: la campagne de France, Le livre chez vous, Paris 2007.

 

  • W.D. Hamilton, The fall of Napoleon. The final Betrayal, Jhon Wiley, New York 1994.

 

  • George Nafziger, The end of Empire Napoleon’s 1814 Campaign, Helion, Solihull (UK) 2015.

 

  • Andrew Uffindell, Napoleon 1814. The defence of France, Pen and Sword, Barnsley (UK) 2009.

 

  • Henry Houssaye, 1814, Perrin et Cie., Paris 1888.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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