LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

 

 

 

LA STORIA IN SCATOLA

“Le pauvre Louis”

 

Di Luigi sul trono di Francia se ne possono contare diciotto suddivisi tra quattro diverse dinastie: Carolingi i primi cinque, Capetingi dal sesto al decimo, l’ XI° è un Valois, il XII° un Valois- Orleans, della casata dei Borboni, infine, gli ultimi sei. Il primo tra essi cominciò a regnare nel 914 l’ultimo, il XVIII°, concluse il regno alla sua morte nel 1824 e se il V° viene ricordato come l’Infingardo o come re Fannullone, e finì avvelenato forse dalla sua stessa madre, il IX° morì invece in odore di santità e, canonizzato, divenne San Luigi dei Francesi festeggiato ancora oggi il 25 agosto di ogni anno, giorno della sua morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A voler essere precisi bisognerebbe ricordarne altri due, un Luigi Filippo ed un Luigi Napoleone, ma questi ultimi sono fuori dalla numerazione e partecipano di un’altra  storia.    Considerando i primi diciotto, invece, di tutti loro se ne potrebbe dire di bene e di male, se regnare è sempre stato un privilegio quasi mai è stata una passeggiata, però di uno solo tra essi, Louis-Auguste che regnò col numero XVI, si potrà dire che perse la corona e con la corona anche la testa. Non è che fosse una gran testa la sua, mai brillò per acume e capacità e carattere ma avrebbe potuto senz’altro conservarla come tutti gli altri suoi predecessori se i tempi non fossero mutati e se l’idea di una monarchia assoluta discendente da un presupposto diritto divino non fosse stata erosa, nella coscienza collettiva, dalla filosofia del pensiero corrente affascinato più dai lumi della Ragione che dall’oscurità dei pulpiti e delle sacrestie.

Accadde in quel tempo che proletari e borghesi parigini si accorsero che se i nobili sembrava stessero in alto questo era dovuto al fatto che tutti loro da millenni stavano in ginocchio e, alzandosi in piedi, dimostrarono che tutti gli uomini, per principio, avrebbero potuto sembrare uguali. Il re è nudo! Si urlò, e ci volle una Rivoluzione per mostrarlo. Luigi, spogliato della corona e del manto d’ermellino apparve, agli occhi del popolo francese non più suddito dell’antico retaggio, nelle vesti di  un pover’uomo incapace di gestire una situazione  che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, anche a gente molto più capace di lui; sballottato dagli uomini e dagli eventi, vittima di un ruolo troppo pesante per le sue gracili spalle, diventato una pedina ostaggio nel gioco delle altre potenze europee prese in un viluppo contraddittorio di interessi nazionali e familiari dinastici, finì per trasformarsi nel simbolo di un Ancien Régime  ormai obsoleto agli occhi delle nuove classi produttive emergenti.

Esecrato dal popolo e dalla storia, Louis-Auguste, il 21 gennaio 1793, lasciò in carrozza la prigione del Tempio ed arrivò in Place de la Revolution, una volta Place Louis XV°, per il suo ultimo appuntamento con la storia che quella mattina e per l’occasione vestì i panni del boia Charles-Henry Sanson. Non si vuole in queste righe raccontare una storia arcinota, la Storia è bene resti appannaggio degli storici, noi ci limiteremo a far parlare alcuni oggetti nei quali quella storia si è sedimentata, oggetti sopravvissuti alla macina del Tempo e nei quali ancora oggi possiamo osservare personaggi ed eventi del passato rilucere in un caleidoscopico riflesso di differenti sfaccettature. Proveremo a raccontare Luigi per il tramite di alcune tabacchiere: alcune ce lo mostreranno ancora nella regalità del suo ruolo, altre lo denigrano, un’altra lo rimpiange. Tutto ciò perché gli oggetti traducono e cristallizzano i sentimenti e le faziosità del tempo che testimoniano e quelle degli uomini che li hanno voluti ed avuti in uso.

Louis-Auguste, fino a che potette e fino a che glielo lasciarono fare, fu comunque un re, un monarca assoluto e come tutti i suoi predecessori volle immortalare se stesso ed il suo regno eternizzandosi nei quadri degli artisti di corte, nelle innumerevoli medaglie coniate per tramandare la sua immagine e la memoria dei fatti salienti del suo regno, negli oggetti di uso comune, di cui un esempio sono le tabacchiere, testimoniali della regalità e del consenso alla corona.

La medaglia e la tabacchiera, di cui sopra, a dimostrazione della contiguità delle due tipologie di oggetti, sono firmate entrambe da Pierre Simon Benjamin Duvivier (Parigi 1730 – Parigi 1819)  noto incisore e medaglista dell’epoca in servizio dal 1762 alla Zecca delle Medaglie allora installata presso il Palazzo del Louvre e dove lavorò tutta la vita ottenendo nel 1764 il titolo di Medagliere del Re (1). La medaglia celebra un buon momento per la coppia reale: la nascita del loro primo figlio maschio. I due busti contrapposti del ventisettenne Luigi e della ventiquattrenne Maria Antonietta si guardano sorridenti per il risultato raggiunto: il re aveva avuto il tanto desiderato delfino e la regina aveva adempiuto al suo primo dovere nei confronti della dinastia e non importava che la paternità di Luigi fosse chiacchierata nei corridoi di corte: in esergo sul retro della medaglia è riportata la data del lieto evento, 22 ottobre 1781, ed una florida matrona mostra orgogliosa l’infante reale sotto la scritta in maiuscolo “Felicitas Pubblica”.

La felicità, almeno quella dei due coniugi, celebrata dalla medaglia non è da considerarsi uno stereotipo della ritrattistica, felici i due lo erano davvero considerato anche il fatto di quanto fosse stato laboriosa per Luigi la produzione dei pargoli reali. Sposi nel 1770, Luigi impiegò sette anni a convincersi che avrebbe dovuto entrare nel letto coniugale e quando finalmente, nell’agosto del 1777, smise di indugiare Maria Antonietta ne fu talmente contenta da inviare un corriere a Vienna perché avvisasse l’augusta madre della reale deflorazione. In ogni caso quegli anni, nonostante una crisi finanziaria galoppante un debito pubblico divoratore delle casse dello Stato ed un continuo balletto sostitutivo di ministri delle finanze incapaci di risolvere una situazione sempre più grave, furono relativamente tranquilli per la famiglia reale e la testa di Luigi poteva ammiccare sorridente dalle tabacchiere dei suoi sostenitori.

Ne è un tipico esempio quella presentata a raffronto con la medaglia coniata per la nascita del Delfino: i due oggetti coevi, firmati da Duvivier, propongono un identico profilo di Luigi orientato verso destra la fronte alta ed una chioma fluente e boccoluta ricadente sulle spalle che nella tabacchiera sono drappeggiate all’antica. La tabacchiera è realizzata in corno biondo con un medaglione in bronzo dorato, tenuto fermo sul coperchio da una ghiera decorativa, la pregevole fattura ci consente di attribuire la proprietà dell’oggetto ad un personaggio  facoltoso  vicino  agli  ambienti di corte. Ma l’immagine della Famille Royale veniva veicolata tra tutti gli strati sociali: anche la medio-alta borghesia teneva a mostrare la sua fedeltà alla corona esibendo tabacchiere magari di più modesta fattura.

Eccone una in lacca nera: effigiati in un decoupage, vediamo da destra a sinistra: Elisabetta di Borbone-Francia (1764-1794) sorella del Re, Luigi XVI°, Maria Antonietta, Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia (1778-1851) prima figlia del Re che, conosciuta come Madame Royale e futura Duchessa di Angouleme, sarà l’unica a sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria, tra il Re e la Regina, infine, Luigi Giuseppe di Borbone Delfino di Francia, nato nel 1781 morirà  nel 1789 pochi giorni dopo l’apertura degli Stati Generali e la sua morte passerà del tutto inosservata nella concitazione degli avvenimenti di quelle settimane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quell’anno segnò proprio l’inizio della fine del breve regno del nostro Louis-Auguste: era cominciato solo quattordici anni prima nel 1774. Sotto la spinta di una irrimediabile crisi economica il popolo francese, gettata alle ortiche l’idea di una monarchia di diritto divino, proclamò i Diritti dell’Uomo come irrinunciabile patrimonio Universale, ne seguì che i sudditi cominciarono a sentirsi citoyens e di conseguenza la corona di Francia prese a traballare.

Gli accadimenti di quell’anno sono arcinoti: l’Assemblea degli Stati Generali si trasformò in Assemblea Costituente, la Bastiglia fu presa (2), venne approvata la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo e del cittadino ed in un generale clima insurrezionale il 5 ottobre le donne di  Parigi marciarono sulla reggia di Versailles e costrinsero Luigi e Maria Antonietta a trasferirsi alle Tuileries. Questi, che di carattere non fu mai un decisionista anzi tutt’altro, cominciò a tentennare ed a non capirci più niente tra riforme sociali, politiche ed economiche, senza contare le pressioni controrivoluzionarie esercitate dai parenti più stretti; forse non aveva fatto tesoro delle profetiche parole dell’ex ministro Turgot: “Sua Maestà ha bisogno di una guida più lungimirante per evitare gli errori di Carlo I° Stuart, finito decapitato”, forse per atavico lignaggio non riusciva a digerire il principio rivoluzionario della sovranità popolare, di fatto gli era impossibile tollerare la condizione di semi prigionia nella quale la sua famiglia era tenuta alle Tuileries e nella quale resistette fino al giugno del ‘91.

Da qui al tentativo di fuga ed all’arresto a Varennes il passo fu breve e consequenziale. Ricondotto a Parigi il 25 giugno 1791 Luigi fu formalmente sospeso dalle sue funzioni di re per esservi ripristinato il 21 settembre come monarca costituzionale dopo che ebbe accettato la prima Carta costituzionale francese. Tra venti di guerra pronti a soffiare sempre più insistenti, dopo la firma tra Austria e Prussia della dichiarazione di Pilnitz con la quale le due potenze assolutiste si accordarono tra loro per un intervento militare controrivoluzionario, comincia il 1792 vero anno orribile per Luigi: si diffuse nel paese la convinzione che fosse in atto, ad opera di nemici interni, un tentativo di sabotaggio politico istituzionale con pesanti conseguenze economico- sociali: la svalutazione degli assignats ed il conseguente aumento dei prezzi dei viveri venne messo in relazione con l’azione di oscure trame messe in atto da ambienti filomonarchici responsabili di una speculazione monetaria politicamente finalizzata a destabilizzare il paese; a questo quadro già di per se sufficientemente critico vennero ad aggiungersi gli effetti causati dal mediocre raccolto  del 1791: una grave carestia generatrice di miseria diffusa provocò panico e rivolta sociale. Ripresero nuovamente, dopo la fiammata dell’89, gli assalti ai magazzini, ai forni, ai carri che trasportavano derrate alimentari dalla provincia verso Parigi.

Una tabacchiera in lacca nera ci offre la memoria di uno di questi episodi: sul lato destro, da un podio, difeso da un soldato visto di spalle, un uomo in redingote e tricorno si sporge da una balaustra intento a distribuire, ad una folla di popolo, polli e forme di pane, in primo piano in basso due persone, atterrate ed in posizione difensiva, vengono malmenate da altre.  In esergo la scritta in corsivo “Rejouissance”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è facile datare l’oggetto poiché non ci sono elementi che possano far risalire il racconto ad un episodio noto e testimoniato ma gli elementi ci sono tutti per ricostruire agevolmente uno dei tanti torbidi che movimentarono la vita del paese in quegli anni: le due persone percosse, in primo piano,  fanno pensare a  due accaparratori di viveri scoperti e puniti dalla furia popolare che si impadronisce del magazzino e procede (per mano del commissario della sezione giacobina del quartiere?) ad un’equa distribuzione del cibo, la folla esulta festante ed il rappresentante dell’ordine, il soldato armato di fucile e baionetta che si vede di spalle, anziché reprimere il tumulto o accorrere in aiuto ai due malcapitati volge loro le spalle e controlla che la distribuzione proceda senza interruzioni: è proprio questo particolare che fa pensare come la scena dipinta voglia significare una messa in valore di un momento di affermazione del potere popolare spiegato dal motto vergato in esergo: “Giubilo”! La fabbricazione dell’oggetto deve essere fatta risalire agli anni che precedettero la caduta di Robespierre e Termidoro, sarebbe stato, infatti, impensabile in anni di un rientro istituzionale nell’ordine esibire un oggetto tributario di un’ideologia rivoluzionaria che si voleva ormai considerare superata.

Nella primavera del ‘92 il cerchio delle potenze europee cominciò a stringersi sempre più attorno alla Francia rivoluzionaria che, il 20 aprile, dichiara guerra all’Austria. Nel clima di generale mobilitazione, il 20 giugno, il birraio Santerre, il macellaio Legendre amico di Danton, Fournier vecchio militante repubblicano, Jean Varlet funzionario delle Poste, capi delle sezioni parigine, organizzarono una manifestazione al fine apparente e dichiarato di piantare un albero della libertà nel terreno antistante le Tuileries. Due nutriti cortei, partiti uno dalla Piazza della Bastiglia e l’altro dalla Salpetriere si congiunsero davanti alla sala del Maneggio sede dell’Assemblea legislativa dove, dopo un lungo parlamentare, la folla entrò armata ed al canto del ça ira.

Letta una petizione, i manifestanti si spostarono subito dopo nella vicina Reggia dove si imbatterono nientedimeno che nel povero Luigi in persona. Almeno in questa occasione Luigi fu bravo e diede una notevole prova di sangue freddo rispondendo a tono ad una folla minacciosa che, a sciabole e pugnali sguainati, lo apostrofò duramente. Mentre qualcuno faceva ondeggiare d’intorno un cuore di vitello infilzato su una picca a rappresentare il cuore di un aristocratico, Santerre gli diede di farabutto e gli offrì un cappello frigio da indossare. Luigi lo calzò senza battere ciglio ed accettò anche di bere alla salute del popolo parigino e della Nazione. Stessa sorte era toccata, nel frattempo, a Maria Antonietta fatta segno di una lunga serie di ingiurie nella stanza accanto. La baraonda durò delle ore e fino a che Petion, Sindaco di Parigi, non arringò la folla convincendola ad andarsene.

 

Il 20 giugno 1792 fu un giorno nero per i Borbone di Francia: l’umiliazione di Luigi, della sua famiglia e della Corte fu enorme; anche se il re riuscì, comunque, a mantenere un atteggiamento di dignitosa formalità l’ingiuria subita contribuì a togliere ogni residuo carisma alla monarchia francese. La notizia corse per il paese, sin dai giorni immediatamente successivi l’avvenimento, riportata dalle tante gazzette popolari e dai fogli volanti diffusi nei villaggi ma, considerato l’alto tasso di analfabetismo della Francia rurale, la diffusione avvenne soprattutto per il tramite di un gran numero di stampe umoristiche, prodotte a Parigi e vendute ovunque per pochi centesimi.

L’immagine del re, ridicolizzato ed oltraggiato, viene venduta ovunque reiterando l’oltraggio, giorno dopo giorno, attraverso un’icona che trasforma Louis-Auguste da re, erede di un’antichissima dinastia, in un ometto pingue e bonario che, rivestito di abiti stazzonati e col fiasco in mano, occhieggia perplesso come una secondaria comparsa dal palcoscenico di un dramma giunto a conclusione e di cui non ci si aspetta altro che l’uscita di scena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente ciò che accadde il 20 giugno venne registrato anche sulle tabacchiere pronte a trasformarsi in un fazioso strumento  di  comunicazione  politica  con  una  tempestività  degna  del miglior instant booking moderno. Quella che presentiamo è realizzata in legno con un coperchio incernierato e dipinto che mostra il buon Luigi, fiasco alla mano e cappello frigio con coccarda tricolore in testa, intento a bere alla salute del popolo. La didascalia in alto recita: “Louis le meilleur”  e suona, tutto sommato e nella sua feroce ironia, abbastanza bonaria nei  confronti di Luigi mentre ben diverso è il significato di quella della stampa accanto che avverte: Luigi beve alla nostra salute ma si sta preparando alla vendetta. Come dire: con lui i conti non sono ancora chiusi.

Chi ha avuto in tasca questa tabacchiera? Nessuno potrà mai saperlo ma qualcosa la si può immaginare: la qualità costruttiva dell’oggetto riconduce ad un modesto laboratorio di falegnameria con l’aggiunta dell’opera di un pittore dotato di una discreta capacità espressiva nell’uso del colore. Nella Parigi di fine settecento il Faubourg Saint Antoine era il quartiere dei falegnami e degli ebanisti ed anche uno dei quartieri popolari più turbolenti tanto da essere rinominato “Faubourg de la Gloire”: le sue sezioni popolari furono tra quelle più attive nella presa della Bastiglia e nelle insurrezioni del 10 agosto ‘92 e del 2 giugno ’93,  quest’ultima   causa   della  caduta dei Girondini e della successiva radicalizzazione della Rivoluzione. Volendo, nulla ci vieta di visualizzare la tabacchiera nel taschino del panciotto di un artigiano del Faubourg che, picca alla mano, si muove armato verso il centro di Parigi nei giorni più caldi dell’insurrezione. E’ un’ipotesi azzardata? Lo è, ma a sollevarne il coperchio, come se fosse quello di una boite à musique, non è una qualsiasi melodia ad uscirne ma i clamori ed i tonfi sordi di una battaglia che la piccola scatola di legno ha assorbito nella tasca del suo proprietario che potremmo immaginare ancora in Place de la Revolution ad aspettare che la testa di re Luigi rotolasse nel cesto.

In quegli anni, però, la testa di Luigi non era solo nelle tasche dei suoi detrattori parigini, essa era nota anche oltre manica sulle tabacchiere dei sostenitori inglesi della monarchia molto preoccupati di quanto stava accadendo in Francia nel timore che la Rivoluzione potesse attraversare la Manica ed accendere strane pulsioni tra il popolo inglese solitamente molto flemmatico. La ritroviamo proprio su una tabacchiera, placcata in argento, di epoca georgiana: il gentlemen della City che ne sarà stato il

possessore, volendo mostrare pubblicamente il suo sostegno a Luigi, vi aveva fatto applicare sul coperchio una moneta francese da un sol, coniata nel 1791, col solito profilo di Luigi inciso da Duvivier. Intorno al suo volto la scritta in maiuscolo “Ludov. XVI° Dei Gratia”, una grazia giunta a scadenza ormai da tempo.

 

I guai per Luigi non si conclusero con l’episodio del 20 giugno. Anzi a partire da quella data la situazione cominciò a precipitare vertiginosamente: dopo le prime deludenti sconfitte militari, l’11 luglio, l’Assemblea legislativa dichiarò la Patria in pericolo e due settimane dopo, il 25 luglio, venne reso noto ai Parigini il contenuto del minaccioso Manifesto del Duca di Brunswick che preannunciava una dura repressione per i francesi se non avessero fatto un immediato atto di sottomissione al re e fornito garanzie di sicurezza per la famiglia reale.

In un clima di crescente incertezza e di scontro politico tra i diversi centri del potere rivoluzionario in lotta tra loro, il 10 agosto, i parigini assaltarono le Tuileries menando strage tra le guardie mercenarie del re e mettendo lui e la sua famiglia agli arresti nella prigione del Tempio; da questa data la Comune insurrezionale assunse per se il controllo politico costringendo l’Assemblea legislativa a sospendere il re dalle sue funzioni ed a dichiarare decaduta la monarchia. Il passo successivo fu la convocazione di una nuova Assemblea costituente, la Convenzione, da eleggersi a suffragio universale maschile. La sanguinosa giornata ebbe un osservatore d’eccezione: un giovane capitano d’artiglieria, Napoleone Bonaparte, assistette agli avvenimenti dalle finestre del negozio che il fratello del suo caro amico Louis de Bourrienne aveva su uno degli angoli della Piazza del Carrousel. Recatosi, al termine dei combattimenti, nei cortili delle Tuileries il ventitreenne Napoleone ebbe così modo di osservare il suo primo campo di battaglia.

Nelle settimane che seguirono il partito giacobino occupò stabilmente i luoghi del potere: Danton instaurò la Comune Insurrezionale mentre i discorsi incendiari di Marat spinsero alle stragi nelle carceri di Parigi. Ma di tutto questo trambusto nulla giungeva alle orecchie di Luigi che, pur disponendo della biblioteca del Tempio, era stato privato della lettura dei giornali così come del titolo: non era più chiamato Luigi XVI° Re di Francia per Grazia di Dio, né Luigi XVI° Re dei Francesi come nel periodo costituzionale della monarchia ma solo cittadino Luigi Capeto. E pronto a perdere il capo.

La prigione del Tempio, qui in un dipinto del 1795 conservato a Parigi nel Museo Carnevalet, era una fortezza tra i più antichi edifici parigini la cui costruzione, voluta dall’Ordine dei Templari, era cominciata nel 1240 al tempo del nono tra i Luigi, quello che sarebbe diventato Santo. Divenne prigione allo scioglimento dell’Ordine nel 1340. Per evitare che potesse diventare un luogo di pellegrinaggio per nostalgici filomonarchici Napoleone la farà demolire nel 1808.

 

 

Al loro arrivo, i vari membri della famiglia reale e il loro seguito furono sistemati negli ambienti della Piccola Torre, dal 26 settembre furono trasferiti ed andarono ad occupare i quattro piani della Grande Torre: il secondo piano fu destinato a Luigi ed al Delfino, al terzo si sistemarono Maria Antonietta la figlia e la cognata. Il piano terra ospitava gli uffici, il primo piano era occupato da un corpo di guardia, il quarto era destinato a granaio e da questo si accedeva ad un cammino di ronda sulle mura dove a Luigi ed ai suoi era consentito incontrarsi e passeggiare.

 

 

 

L’ambiente era tetro e durante il periodo della sua prigionia al cittadino Luigi Capeto non venne risparmiata nessuna umiliazione. La sua condanna era nell’aria e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 affissa al muro della sua stanza stava a ricordargli ogni giorno l’obsolescenza del suo ruolo e l’ingombrante presenza della sua persona. Era necessario che Luigi uscisse di scena. Il 20 settembre le baionette francesi fermarono a Valmy, le Termopili francesi, i due migliori eserciti europei dell’epoca: quello austriaco e quello prussiano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Goethe, corrispondente di guerra ante litteram, presente alla battaglia al seguito del Duca di Weimar, fu interrogato dai soldati su cosa ne pensasse del risultato della giornata, rispose: “Da questo luogo, e da questo momento, comincia una nuova era nella storia del mondo, e voi tutti potete dire di essere stati presenti al suo inizio”.

La percezione che si fosse giunti ad un momento di svolta epocale era sentita da tutti: il mondo nuovo, la cui nascita è ben rappresentata simbolicamente da questa stampa dove il “citoyen né libre” spunta da sotto le gonne di una nerboruta popolana, aveva bisogno di un atto di rottura di portata eccezionale che segnasse il punto di non ritorno della rivoluzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi in quanto persona era ormai diventato un’entità trascurabile e si sarebbe potuto, così come era stato proposto durante le udienze del processo, deportarlo negli Stati Uniti d’America per tentare di rieducarlo, oppure condannarlo ai lavori forzati o tenerlo in ostaggio e procrastinare la sua esecuzione a dopo la fine della guerra,

ma in quanto ex-re, massima espressione simbolica del passato, era necessario  che egli versasse il suo sangue per un atto sacrificale a suggello del nuovo patto tra Citoyen e Nation.

E’ giunta l’ora, dichiarò Jacques Roux all’Assemblea della sua sezione, che la libertà del popolo venga consolidata dallo spargimento di sangue impuro”. Maximilien Robespierre, se possibile, è ancora più chiaro: “Un re, il cui solo nome attira il flagello della guerra sulla nazione, anche se è  in prigione o in esilio, sarà sempre un pericolo per la pubblica felicità. Luigi deve morire, perché bisogna che la patria viva!”, detto in altri termini: è necessario che un re muoia perché una repubblica possa vivere.

Luigi, ignaro di questa campagna d’odio che si stava scatenando nei suoi confronti, viveva tutto sommato tranquillo tra le tante piccole angherie che quotidianamente era costretto a subire e dopo che la mattina dell’11 dicembre gli venne letto l’atto d’accusa cominciò a pensare alla sua difesa fiducioso della sua inviolabilità costituzionale e convinto che la giustizia avrebbe accettato le sue ragioni. Evidentemente non aveva capito nulla né i suoi avvocati, Malesherbes, Tronchet e Romain de Séze, riuscirono a fargli capire la gravità della situazione. Disinnescati i tentativi dei girondini e della parte più moderata della Convenzione di allungare i tempi del processo e subordinare le decisioni al risultato di un voto nazionale, i giacobini imposero tempi stretti e già il 15 gennaio 1793 si tenne la votazione, con espressione orale del voto imposta da Marat, che sancì all’unanimità dei votanti la colpevolezza del re. Il giorno dopo la sua condanna a morte passò a maggioranza con uno scarto di 75 voti. Toccò a Malesherbes comunicare la sentenza a Luigi nel giorno stesso della sua emanazione.

 

Il palcoscenico dell’ultimo atto fu tirato su in Place de la Revolution e la machine teatrale era dotata di una pesante lama alta trenta centimetri: la ghigliottina,  prima in Place  de Greve, era stata spostata nell’ultima settimana di agosto e Luigi vi arrivò nel silenzio spettrale di una Parigi messa in stato d’assedio.

L’esecuzione avvenne la mattina del 21 gennaio senza un particolare pathos: alla fine dei conti Luigi Capeto non era che un qualunque citoyen e non era certo il primo a presentarsi davanti a Monsieur Sanson; solo quando la testa rotolò  nel  cesto  si  potette  udire  il  boato  di  saluto  degli 80.000 presenti; subito dopo, così come gli spettava di diritto,  il boia  aiutato  dai  suoi  assistenti prese a vendere in piccoli pacchetti capelli e strisce degli indumenti del re senza testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altri, più vicini al capestro, intinsero i propri fazzoletti nel sangue che bagnava la parte bassa del palco: la persona del re era stata considerata sacra: quale miglior souvenir apotropaico?

Considerata la grande diffusione dell’uso del tabacco da fiuto, tabac rapé come recita il cartello esposto all’uscio di una mescita che ne teneva vendita e nella quale era vietato entrare se non ci si fosse qualificati come citoyen e se si fosse stati senza coccarda, cosa impedisce di pensare che questa piccola tabacchiera in corno sul cui coperchio occhieggia la rozza incisione di una ghigliottina possa essere stata presente all’avvenimento ed abbia rifornito di tabacco il suo proprietario, sicuramente un giacobino della corrente degli arrabbiati di Jacques Roux, impaziente che si arrivasse alla conclusione dello storico spettacolo?

Spettacolo che continuò riprodotto su centinaia di stampe e gazette e persino su alcuni serviti di tazze di porcellana di Sevres nelle quali si poteva sorbire te e caffè dichiarandosi contemporaneamente sostenitori del nuovo secolo e delle nuove idee.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, nonostante quanto stava accadendo, non occorre pensare che le simpatie per la decapitata monarchia si fossero improvvisamente esaurite: se qualcuno nelle vie e nelle piazze di Parigi ostentava tabacchiere con la ghigliottina e qualcun altro faceva colazione con tazzine dalle quali Sanson mostrava la testa sanguinolenta del Capeto, c’era chi in privato e correndo non pochi pericoli prendeva le sue prese di tabacco da tabacchiere che ricordavano lo scomparso sovrano. Eccone una, in papier maché e laccata  in nero, che vuole riassumerne la storia: sul coperchio sono riprodotte, come una serie di istantanee d’ archivio, le immagini dei momenti salienti della recente tragica storia dell’ex-sovrano: l’intrusione del popolo nella stanza della regina il 20 giugno del ‘92 mentre il barone Fersen, suo amante, si espone per proteggerla; l’addio di Luigi alla famiglia   prima  dell’esecuzione;   Luigi   XVI  che saluta il figlio per l’ultima volta; la lettura della sentenza di condanna di Maria Antonietta in tribunale (anche lei, il 16 ottobre, chinerà il capo davanti a Sanson); l’allontanamento del Delfino dalla madre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il retro mostra la Prigione del Tempio riprodotta fedelmente dal quadro coevo ora al Museo Carnevalet e fin qui nessuno potrebbe attribuire simpatie monarchiche all’utilizzatore della tabacchiera: l’oggetto racconta, in maniera abbastanza anodina, gli ultimi giorni di re Luigi ed il luogo della sua prigionia, ma a sollevare il coperchio, e visibile solo aprendo la scatola, nella sua parte interna ecco apparire l’ex coppia regnante ed il Delfino.

 

 

L’icona è quella solita ma è priva di didascalie: la Famille royale non è più, anche il Delfino era stato dichiarato,  formalmente  ed  ufficialmente,  deceduto  l’8 giugno del ‘95. Ciò che l’interno della tabacchiera mostrava, nel segreto di qualche ristretto circolo di nostalgici dell’ancien régime, è solo il ricordo, il souvenir, di un mondo ormai considerato cancellato anche se nascostamente ancora vitale. La boccoluta testa del Capeto guarda in alto con uno sguardo ormai fisso sul nulla. La storia ormai lo ha sopravanzato e continuerà per altre vie, altre tabacchiere ed altre medaglie verranno coniate in seguito per raccontarla ed interpretarla.

 

Domenico Lentini

 

  1. Notizie esaurienti sulla sua opera e sulla sua carriera potranno essere lette nel suo profilo pubblicato sul n° 13 delle Storie napoleoniche.

 

  1. L’episodio della presa della Bastiglia, per l’importante valenza simbolica dell’evento divenne

immediatamente oggetto di rappresentazione visiva e celebrativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La diffusione della  notizia attraverso l’immagine suppliva, nel sistema comunicativo dell’epoca, alla carente alfabetizzazione di gran parte della popolazione: pochi sapevano leggere le gazzette ma tutti sarebbero stati in grado di capire e immagazzinare l’informazione visiva proveniente dalle stampe che i colporteurs diffondevano per pochi centesimi fin nei villaggi più sperduti della Francia rurale. A diventare immediatamente famoso fu  il quadro dipinto da Jean Pierre Houel (Rouen 1735 – Parigi 1813) pittore, incisore e viaggiatore, che trasformò  in  un’icona  molto efficace un avvenimento che nella realtà fu molto meno cruento che nella sua rappresentazione: la Bastiglia cadde, infatti, più per merito di uno stratagemma che per un assalto generalizzato di popolo.

Quadri, stampe, medaglie e tabacchiere, a prescindere dal loro valore e dal loro contenuto estetico, venivano utilizzati  e  vanno considerati come un efficace strumento di propaganda e lotta politica. Questa immagine la ritroviamo, infatti, su una medaglia uniface coniata da Bertrand Andrieu ((Bordeaux 1761Parigi, 1822) nello stesso anno,  il 1789 e, con alcune varianti, su una tabacchiera realizzata, con un fine lavoro di cesello, in corno bovino, in esergo  si legge: “SIEGE DE LA BASTILLE PRISE PAR LE BOURGEOIS  DE  PARIS  ET  LES  BRAVES GARDES FRANCAISES LE 14 JUILLET 1789. DE FRANCE FECIT”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia.

La bibliografia sulla Rivoluzione francese è praticamente sterminata ci limitiamo, quindi, a suggerire la lettura di alcuni testi a nostro avviso significativi, di recente pubblicazione e facilmente reperibili sul mercato editoriale italiano:

 

  • Jonathan Israel, La Rivoluzione Francese, Einaudi, 2016.

  • Bernard Groethuisen, La filosofia della Rivoluzione francese, Pgreco, 2015.

  • Madame de Stael, Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione Francese, Aragno, 2018.

  • Alessandro Manzoni, La Rivoluzione Francese del 1789 e la rivoluzione Italiana del 1859. Osservazioni comparative, Giorgio Pozzi editore, 2016.

  • Michel Vovelle, La Rivoluzione Francese 1789-1799. Ed. Guerini scientifica, 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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