LE STORIE NAPOLEONICHE

 

 

 

 

 

 

 

FEUILLETON NAPOLEONICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Lunga Notte di Napoleone

Capitolo ottavo - terza parte

La via di fuga

 

 

Vincent malediceva la sventura, la sua condizione di reduce, ma non si dava per vinto e continuava a coltivare sogni di gloria proprio adesso che in quello sperduto borgo di montagna erano rimbalzati gli echi delle sconfitte durante la campagna di Francia, con Parigi che rischiava di cadere nelle mani degli odiati restauratori.

Vincent intuiva che anche Napoleone poteva essere in pericolo: i fasti della sua strabiliante carriera militare, il potere e l'impero si stavano sgretolando e se perfino Parigi avesse capitolato, anche lui avrebbe fatto la stessa fine con un destino già segnato: costretto all'esilio e dunque, condannato all'oblio.

"Ehi, Vincent! Un altro giro?', insisteva l'oste passandosi sulla testa pelata lo strofinaccio col quale asciugava i bicchieri. Quella voce roca e sgraziata che biascicava parole, lo scosse da un pensiero dentro al quale si era rifugiato ma che adesso stava diventando esclusivo, sempre più invadente, quasi ossessivo. "Non ho tempo per te Olivier! Ho altro da fare...." esclamò Vincent scattando in piedi, fuori da quel tugurio.

L'aria gelida dell'inverno non gli fece male, anzi servì a fissare meglio il pensiero che lo pervadeva, fino a trasformarsi in decisione, compito da portare a termine: una missione. A casa, su un foglio bianco appuntò le tappe dell'operazione che lo avrebbe portato in Francia, ancora una volta. E ancora una volta, da Napoleone. "Il piano è semplice..." ripeteva a voce alta, come a memorizzare ogni dettaglio, mentre rintuzzava la legna nel camino e accendeva un'altra candela per fare più luce: "Se Parigi cade, Napoleone è spacciato. I restauratori non avranno alcuna pietà e il popolo tornerà indietro nel tempo, come se l'opera immensa di Bonaparte non fosse mai esistita. Non lo posso permettere, mon Dieu! Devo fare qualcosa; non posso lasciare solo Napoleone. Al diavolo come sono andate le nostre vite, io da bambino ho giurato che saremmo stati insieme e così deve finire la storia. Non c'è tempo da perdere: l'unica soluzione è preparare un piano per portarlo in Corsica dove proclamarlo re. Solo così potrà sfuggire alla rovina che lo attende. E solo io posso convincerlo a lasciare Parigi prima che sia troppo tardi".

Quel piano gli sembrava perfetto. Servirono due giorni per organizzare il viaggio: in nave fino a Marsiglia e poi a cavallo diretto a Parigi. Lo aspettava un'impresa ardua, dall'esito incerto ma lui voleva andare fino in fondo: del resto, la sua vita fino a quel momento non era stata granchè e adesso c'era una nuova chance per darle un senso, inseguire un ideale, lasciare il segno di Vincent Ramolino nella storia delle imprese napoleoniche; una storia molto più grande della sua. Sentiva che poteva farcela e che non avrebbe speso un minuto di più lì dove non aveva più nulla da fare. Immaginava che la riuscita dell'impresa avrebbe in qualche modo portato beneficio anche alla Corsica, garantendo quel riscatto politico e patriottico che da sempre animava i suoi figli.

Quindici giorni. Il bastimento impiegò una settimana prima di attraccare nel porto di Marsiglia. Tra enormi sacchi di juta e casse in legno impilate le une sulle altre a formare colonne che riempivano la grande stiva, Vincent si era ricavato un angolino dove allestire un giaciglio. Il comandante era un amico e non aveva fatto storie quando gli aveva chiesto un passaggio dopo averlo messo al corrente della sua impresa. Lo spirito nazionalista e la solidarietà tra isolani erano un collante molto forte. Avanti e indietro per ore sul ponte, prendendosi in faccia la furia del vento e la forza del mare, ma andava bene così: l'energia degli elementi della natura era una carica positiva, qualcosa che gli consentiva di concentrarsi sul piano da attuare. Al porto di Marsiglia lo attendeva un commerciante di cavalli; era già tutto calcolato: per raggiungere Parigi servivano quattro destrieri. Vincent aveva pagato la prima tranche e caricato due borse sul dorso dell'animale. Lo accompagnava il sole che scaldava la costa sud della Francia, anticipando il tepore della primavera. Quattro soste per il cambio del cavallo, il conto da saldare al commerciante di turno, una breve pausa per ritemprarsi. Nonostante la difficoltà di un viaggio così lungo, Vincent era molto motivato e teneva ben dritta la barra sull'obiettivo in nome del quale sopportava fatica, imprevisti, incognite. Da solo macinava chilometri su sentieri sconnessi e pericolosi pensando all'opportunità a lungo attesa, forse l'ultima. Ma durante il viaggio aveva saputo della caduta di Parigi e dell'acquartieramento di Bonaparte e dei suoi uomini a Fontainebleau. Cambiò percorso. Attraversò il buio della foresta che conduceva al castello trattenendo il fiato. Di notte e in mezzo alla tempesta, tutto assumeva le forme della paura: ombre, movimenti, ostacoli, suoni, rumori. Ogni dettaglio di quel labirinto di tronchi, rami, foglie, dirupi, rendeva l'atmosfera cupa, tetra. Vincent spronava il cavallo, voleva uscire al più presto dall'intreccio di fango, pioggia, freddo e oscurità; ormai pensava solo al piano che avrebbe salvato la vita di Napoleone e la sua. Lo attraversava una strana sensazione: quasi un'ossessione che gli era esplosa dentro risvegliando la complicità e il legame tra due bambini cresciuti insieme, custodi di tanti segreti in quell'età lieve. Una sensazione che teneva insieme protezione, amicizia, solidarietà, sopravvivenza e amplificava il sentimento di vicinanza a Napoleone, proprio nel momento in cui era in pericolo e tutto stava per crollare.

"Mi chiamo Vincent Ramolino, vengo dalla Corsica e devo parlare con l'Imperatore. Ho un messaggio urgente dal quale dipende la sua salvezza", aveva urlato in faccia al comandante del drappello di soldati che, dislocati in zone strategiche intorno a Fontainebleau formavano un cordone di sicurezza. Ma quell'uomo ruvido e insolente, non aveva intenzione di farlo passare, non gli credeva, era convinto che fosse un millantatore.

"È urgente! Ne va della vita dell'Imperatore, cosa fate lì impalato? Presto, chiamate il vostro superiore, non ho tempo da perdere! Volete rendervi complice di chi mette in pericolo la vita di Napoleone Bonaparte?". Quelle parole e il tono perentorio, avevano convinto il recalcitrante graduato a raggiungere il comandante dell'ultima posta, la più vicina al castello e a riferire il messaggio. Al ritorno alla stazione di guardia, non aveva fatto storie e ai soldati aveva ordinato: "Lasciatelo passare, subito!'.

 

 

Lucia Bigozzi

 

Alain Borghini

 

 

Continua.

 

 

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