LE STORIE NAPOLEONICHE

 

 

 

 

 

 

 

FEUILLETON NAPOLEONICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Lunga Notte di Napoleone

Capitolo quarto - prima parte

Il viaggio segreto

Due bicchieri: acqua in uno, zollette di zucchero nell'altro. Hubert li ha allineati sul tavolino in legno intarsiato. Non dovevano mai mancare in ogni residenza: servono a placare le tensioni dell'Imperatore che è solito sciogliere qualche cubetto bianco nel bicchiere con l'acqua e buttare giù il contenuto tutto d'un fiato.

A Hubert non sfuggivano i particolari: era sempre attento a ogni dettaglio, ogni sfumatura che potesse far piacere a Bonaparte. Valletto di camera, è la sua “ombra” privata: lo assiste, lo segue, quasi anticipando ogni suo desiderio, ogni capriccio. Sapeva che le zollette di zucchero avrebbero giocato un ruolo anche qui, nei giorni amari di Fontainebleau. Sopratutto questa notte.

“Certo generale Caulaincourt, non potete nemmeno immaginare questa storia. Era l’estate del 1802, la pace di Amiens era siglata da pochi mesi e tutta l’Europa sembrava volersi godere la tanto desiderata tregua. Solo gli sciocchi, però, erano inconsapevoli della fragilità soprattutto pensando all’irrequietezza che dimostrava la casa d’Austria. La pace di Luneville era già vecchia di un anno e la corte di Vienna non faceva nulla per celare il sentimento di rivalsa dopo le sconfitte della campagna del 1800. L’Imperatore, per parte sua, doveva necessariamente far buon viso a cattivo gioco specie nei confronti dell’opinione pubblica francese. Vi ricordate quanto in quei mesi la nazione fosse attraversata da un fremito per la pace continentale? Come avrebbe potuto il primo Console interrompere l'idillio richiamando tutti alle armi?”.

Napoleone annuisce a quei ricordi che lo riportano ad un’epoca in cui tutto sembrava possibile e il futuro appariva luminoso. Caulaincourt non vuole perdere una parola del racconto.

“Ciononostante”, prosegue Denon, “il Primo Console mantenne sangue freddo e visione a lungo termine; doveva continuare a difendersi o, se possibile, attaccare di nuovo. Non potendolo fare in modo convenzionale, cercò il sistema per colpire i nemici in Europa senza sparare un colpo”.

“Avete ragione caro Denon”, interviene Bonaparte alzandosi di scatto dalla poltrona come se rievocare quell’impresa tanto segreta quanto ardita, gli avesse restituito un’energia inimmaginabile fino a pochi istanti prima. Inizia a camminare avanti e indietro per la sala alternando le parole al motivetto che canticchiava sempre quando era di buon umore: il Malbrough s'en va-t-en guerre; “ovvio,  mironton, mironton, mirontaine, la pace era solo una tregua, mironton, mironton, mirontaine; non è possibile fare affidamento su di una pace quando il nemico non è completamente sconfitto, mironton, mironton, mirontaine. Come avrà l’occasione di colpirvi, lo farà come un cobra, mironton, mironton, mirontaine.”

Tanto l’Austria che l’Inghilterra non erano certo domate ma mentre quest'ultima desiderava dannatamente un momento di pace per riprendere fiato, mironton, mironton, mirontaine, l’Austria si stava preparando già da un anno. “D’altra parte ha ragione Denon; vi immaginate Caulaincourt cosa avrebbero pensato i commercianti di Rouen o gli industriali di Lione se avessi detto loro d’interrompere di nuovo i commerci per avviare un'altra guerra? In fondo, allora ero solo il primo Console!”.

Dall'altra parte della porta, in piedi, fermo nella posizione di servizio Hubert sente Napoleone intonare il motivetto. “Bene! Buon segno, il mio Sire è tornato di buonumore. E se è così, avrà di nuovo fame; è da ieri che non tocca cibo per lo stato di prostazione che lo rende apatico, insofferente e terribilmente depresso. Credo sia il momento giusto per correre in cucina e preparare uno spuntino, ma devo fare in fretta, prima che l'Imperatore cambi idea...”. Lascia il suo posto, accanto alla porta della sala dove Bonaparte sta conversando con i due fidati generali e raggiunge le cucine percorrendo un lungo tratto di corsa, veloce come una saetta. Mette insieme un piatto di vivande calde e ripercorre a ritroso il tragitto con la stessa rapidità del fulmine che fuori sta facendo il diavolo a quattro. Bussa alla porta e ricevuto il permesso di entrare, motiva l'intraprendenza: “Perdonate Sire, mi sono permesso di portarvi qualcosa da mangiare. Vi prego, nutritevi, avete bisogno di sostanze per ritemprare il corpo”. Napoleone lo guarda senza dire nulla; si gira di spalle per nascondere la sottile piega delle labbra che disegna un sorriso appena accennato con cui apprezza il fatto che ci sia ancora chi si prenda cura di lui, chi ancora si preoccupi della sua incolumità fisica. “Lasciate pure qui, Hubert, vi ringrazio ora potete andare”. Piega le gambe sui suoi passi camminando all'indietro fino alla porta: un perfetto valletto di camera non dà mai la schiena uscendo dalla stanza. Napoleone sbircia il piatto ma è troppo concentrato a riprendere il ricordo di un periodo intenso, forte, pieno di entusiasmo.

 

 

Lucia Bigozzi

Alain Borghini

 

 

 Continua…

 

 

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