LE STORIE NAPOLEONICHE

 

 

 

 

 

 

 

FEUILLETON NAPOLEONICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Lunga Notte di Napoleone

Capitolo primo

Tempesta

 

Un giro, lento. Lo chambertin s'imbizzarrisce, sale lungo la parete di cristallo del calice disegnando archetti densi che poi muoiono nella discesa. Il movimento segue, quasi armonicamente, la danza del fuoco nel camino: le fiamme si alzano, fiere, divorando parti di legna che lentamente incenerisce, poi si placano regalando ancora un respiro di vita al ciocco della quercia ultracentenaria che un fulmine ha spezzato a metà.

Vino e fuoco ora sono danza e suono: ogni archetto sul bicchiere riflette la luce del focolare che prepotentemente accende il cristallo e i ricordi, le immagini, i volti. Il silenzio, profondo quasi surreale, dilata i pensieri e amplifica il dolore. E' l'unico bagliore nella stanza dove un uomo realizza l'inizio della fine.

La grande vetrata si apre sul parco che distende il suo manto verde per chilometri e chilometri. Niente è lasciato al caso: ogni siepe, ogni albero, ogni viale, ogni laghetto, ogni fontana con giochi d'acqua fantasiosi che accarezzano profili di statue della mitologia greca, ogni sentiero che si apre su un ruscello, una piccola cascatella d'acqua, hanno un senso, una storia, un motivo. Il motivo è un uomo e la parabola della sua vita, ciò che ha costruito e ciò che sta per disfarsi tra le sue mani.

Gli errori e le intuizioni, le vittorie e le strategie, le battaglie, gli assalti, le manovre a tenaglia, i soldati, il rumore e l'odore della guerra, il sangue, la paura, la partita a scacchi con la morte, gli occhi di una donna, la passione, il volto di un figlio, il profumo del mirto che si mischia a quello del mare di un verde e blu talmente intensi da perdere la testa, la fierezza delle montagne, l'intensità delle foreste: Corsica. E' un rincorrersi disordinato e irrefrenabile di momenti, incontri, luoghi: un viaggio in ciò che è già stato.

“Ti prego, ti prego mio caro fratello puoi convincere mamma a comprare nel negozio di Baptiste quella stoffa in taffetà di seta blu cobalto? La adoro, la voglio...”. I boccoli biondi ben composti intorno allo chignon dondolano al dondolare del corpo, proteso in piccoli saltelli stizzosi. Gli occhi languidi dichiarano la forza del desiderio che gioca sull'affetto del fratello per lei, la preferita. “Va bene Paoletta, va bene... ci penso io, parlerò a nostra madre, lo sai che non so dirti di no quando...”. Frase spezzata con un bacio schioccato sulla guancia dove compare un lieve rossore a rimarcare l'imbarazzo di fronte a una manifestazione d'affetto così plateale.

 Camminano lungo il promontorio, in faccia al mare. Il vento gioca coi vestiti, i capelli e i fili d'erba, increspa le onde e la schiuma bianca scivola fino alla battigia; il vento scivola sulle rocce smussandone gli angoli, mentre fratello e sorella si prendono per mano e, correndo, raggiungono la Cala di Tizzano.

 A giugno la Corsica è magnifica, si resta abbagliati dalla bellezza e dalla forza della natura, prorompente: sembra che il buon Dio abbia concentrato tutta la sua maestosa potenza creativa su quest'isola, non a caso tutti la chiamano l'Ile de la beauté.

Letizia Ramolino li aveva messi al mondo a undici anni di distanza l'uno dall'altra ma questa differenza non aveva mai contato granché, semmai aveva rafforzato il legame e stabilito tra i due una complicità non dichiarata, esclusiva, a discapito del resto della famiglia: altre due sorelle e due fratelli e il padre, morto troppo presto per lasciare una traccia profonda nelle loro vite. Paolina, per tutti ad Ajaccio era Paoletta, sestagenita, data alla luce nel 1780. Aveva per il fratello - secondogenito - un amore quasi filiale che lui subiva consapevolmente. Bastava un sorriso, uno sguardo, una smanceria e il gioco era fatto: pronto a soddisfare ogni desiderio, ogni suo capriccio. Le perdonava tutto, sempre, e lei se ne approfittava, come di solito fanno le figlie coi padri. Paolina fu l'unica a restargli fedele, anche quando la piega della vita diventò storta, ostile, faticosa, irrimediabile.

Madame Letizia era una donna senza scrupoli: i figli valevano più di ogni altro bene e tirarne su sei da sola non era impresa facile, anche se, in fondo, i pantaloni in casa li aveva sempre portati lei e dopo la scomparsa del marito, il concetto si era fatto ancora più netto. C'era da sbarcare il lunario e da combattere la fame. Il suo motto era “pour quoi la dure...”, cioè “finché dura... in nome del quale riuscì ad ingraziarsi le simpatie del governatore dell'isola, scatenando il passatempo preferito delle malelingue: sparlare.

Era coraggiosa Madame Letizia e molto legata a quel figlio partito troppo presto dall'isola per la Francia e il suo avvenire. Erano passati vent'anni dall'ultimo viaggio in Corsica e in questa notte in cui tutto sembra perduto, quel ricordo lontano diventa insopportabile.

Un boato spezza il filo dei pensieri e rende l'incedere delle ore interminabile e disastroso, solenne e ineluttabile, come la scelta che lentamente prende forma nell'animo di quest'uomo. Il boato è seguito dal frastuono della grandine che picchia i vetri delle finestre e rimbalza lungo i cornicioni, si accumula sui davanzali, imbianca le aiuole.

I lampi a intermittenza accendono e spengono il parco stravolto dall'impeto del vento, distribuendo ovunque una luce biancastra che vira sul violetto e blu elettrico quando tocca terra. Era stato un inverno molto piovoso, ormai da mesi si camminava nel fango immersi fino alle ginocchia, sul campo di battaglia, a Parigi e nel resto della Francia

Notte di tempesta. La notte più lunga dell'Imperatore: 11 aprile 1814.

A Fontainebleau è rimasto il generale Caulaincourt. Gli altri militari avevano dato forfait alla notizia della caduta di Parigi e quando Napoleone decise di impugnare nuovamente le armi per andare a liberare la città, gli si rivoltarono contro, impedendo il disperato quanto appassionato tentativo estremo.

Volevano evitare un bagno di sangue o più probabilmente erano convinti che si trattasse di una causa persa irrimediabilmente. Così col passare dei giorni, gli alti ufficiali della Grande Armée lasciarono il castello: rimasero solo un pugno di fedelissimi e tra loro Caulaincourt, con funzioni di ministro degli Esteri per la sua lunga esperienza diplomatica. Per due volte nel giro di pochi anni era stato ambasciatore a San Pietroburgo: la prima nel 1801. Ufficialmente la missione di protocollo era presentare le congratulazioni della Francia al nuovo zar Alessandro I di Russia, in realtà Parigi intendeva servirsi di Caulaincourt per chiarire e possibilmente mettere fine all'influenza inglese sulla corte russa. Al ritorno in Francia fu nominato aiutante di campo del Primo Console Bonaparte che lo prese a ben volere affidandogli l'incarico di “Gran Scudiero”, cioè colui che gestiva l’agenda di Napoleone. Sei anni più tardi la seconda missione in Russia: “Vi raccomando Caulaincourt la massima attenzione come ambasciatore a San Pietroburgo. Questa volta dovete garantire la tenuta dell'alleanza con la Russia firmata a Tilsit; non solo ma vi ordino di controllare e riferire su ciò che accade a corte in modo da anticipare eventuali tattiche russe che potrebbero mettere a repentaglio le sorti dell'impero”, aveva scandito Napoleone col solito piglio dello stratega, chiamandolo a un compito simile a quello di un agente segreto costretto a muoversi nelle sabbie mobili delle insidie.

L'abilità diplomatica di Caulaincourt e la fedeltà a Bonaparte furono il punto di forza della sua missione, tanto che riuscì a consolidare un rapporto di amicizia personale con lo Zar che si rivelò prezioso molti anni più tardi, dopo la disastrosa campagna di Russia e la caduta di Napoleone, quando con la seconda restaurazione borbonica di Luigi XVIII il nome di Caulaincourt fu inserito nella lista dei proscritti. A scongiurarne le conseguenze fu l'intervento personale dello zar Alessandro, grazie al quale quel nome scomparve improvvisamente dalla lista nera.

Napoleone lo aveva sempre tenuto in grande considerazione e lui contraccambiava in lealtà e coerenza.

Nei giorni precedenti la notte dell'11 aprile, l'imperatore aveva sperato che le buone relazioni di Caulaincourt con lo zar lo avrebbero aiutato a ristabilire un contatto, a riaprire un canale di dialogo con Mosca. Ma tutto era stato vano.

All'inizio del mese, Bonaparte aveva tentato di negoziare un'abdicazione con le forze nemiche che presero la Capitale ma a determinate condizioni, le sue: il trasferimento della corona al figlio, il piccolo Aiglon (l’aquilotto) come tutti lo chiamavano affettuosamente, per il tramite della reggenza affidata alla moglie Maria Luisa. Gli alleati europei rifiutarono arroccandosi sulla resa incondizionata e il 6 aprile fecero recapitare l'atto definitivo nel quartier generale di Fontainebleau.

Sei giorni in cui la vita dell'imperatore prende un altro passo: non più l'incedere fiero sul campo di battaglia con l'adrenalina nelle vene, il comando del glorioso esercito e tra le mani i destini di migliaia di uomini. Non più, il sogno rivoluzionario di riunire i popoli d'Europa. Non più. Tutto era mutato repentinamente. 

La situazione era precipitata dopo la ritirata di Russia nell'ottobre 1812 e per tutto l'anno successivo Napoleone condusse un combattimento dopo l'altro, prima in territorio tedesco, poi sempre più a ovest fino ai confini della Francia, inseguito dagli avversari della coalizione europea. E tuttavia, da gennaio a marzo 1814 seppure con pochissimi soldati, riuscì a sconfiggere ripetutamente i singoli eserciti delle forze nemiche ma senza ottenere una vittoria schiacciante, quella definitiva, l'unica davvero necessaria. Fu così che l'avanzata degli avversari venne bloccata ma non risolta, al punto che Parigi fu occupata e cadde, anche perché a tradire fu colui che dall'imperatore aveva ricevuto il compito di proteggerla e difenderla: il Maresciallo Marmont.

Nel frattempo, Napoleone si era acquartierato nel castello di Fontainebleau insieme pochi valorosi uomini, fedeli fino alla fine.

Il generale Caulaincourt era tra questi.

Sei giorni terribili in cui l'imperatore alterna momenti di profondo sconforto restando per ore sdraiato sul divano con lo sguardo fisso nel vuoto a fasi in cui pianifica strategie, dispone ordini che non potranno più essere eseguiti. Quell'11 aprile, poi, riceve una notizia che lo atterrisce, aumentando il senso di frustrazione e impotenza: Maria Luisa non può nè vuole seguirlo nell'esilio all'isola d'Elba e con lei, il suo adorato erede.  

 

 

Lucia Bigozzi

Alain Borghini

 

 

Continua…

 

 

 

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

  • Facebook - Black Circle
  • TripAdvisor - Black Circle