LE STORIE NAPOLEONICHE

GLI AMICI DEL MEDAGLIERE RACCONTANO

Un vescovo toscano sulla coscrizione napoleonica

 

“Mes préfets, mes évêques, mes gendarmes”: così diceva Napoleone, enumerando i pilastri su cui si fondava l’ordine centralizzato dell’Impero. Il Concordato del 1801 dava al Primo Console, poi Imperatore, la facoltà di nominare i vescovi nelle diocesi francesi, alla persona da lui scelta il pontefice avrebbe poi dato l’istituzione canonica. Le norme concordatarie, e ancor più gli “Articoli organici della Convenzione”, vero e proprio codice applicativo del Concordato aggiuntovi unilateralmente dal governo francese, trasformavano l’ordinario diocesano e i parroci a lui sottoposti in “magistrati di morale” strumenti essenziale per il governo delle coscienze, così come i prefetti e i gendarmi lo erano per i corpi.

            Frutto di un faticoso sforzo di ricostruzione dopo la frattura rivoluzionaria e lo scisma della Chiesa Costituzionale, il Concordato andava a ricomporre una sorta di unità fra trono e altare, ma riflettendo la mutata situazione dei rapporti di forza. La religione cattolica non è più religione di Stato, ma “religione della maggioranza dei francesi” e gli altri culti, (protestante ed ebraico in primo luogo) sono ammessi e regolati alla pari di quello cattolico. Lo Stato pone precisi limiti anche alla influenza romana sulle diocesi francesi e, dopo l’annessione, anche a quelle italiane. La Chiesa cattolica ne ottiene comunque il ristabilimento del culto, il rinnovamento dell’episcopato con l’epurazione dei vescovi “costituzionali”, il finanziamento dei parroci e il riconoscimento del suo ruolo sociale. Il clero cattolico ripaga il suo debito verso il Console e l’Imperatore impegnandosi attivamente e convintamente nell’esaltare il nuovo ordine politico, nel promuovere l’obbedienza alle sue leggi (in primo luogo quella sulla coscrizione) e nel celebrarne i trionfi militari. I vescovi, finalmente liberi di opposizioni e resistenze nelle loro diocesi, aderiscono senza riserve a questa funzione di ammonimento e promozione dell’ordine, vedendovi, oltre che una necessaria conseguenza della dottrina cattolica, anche un mezzo per affermare la propria affidabilità agli occhi del sovrano. Anche quando i contrati fra Napoleone e Pio VII, culminati nel clamoroso arresto del papa nel luglio 1809 e nell’annessione degli Stati Romani, getteranno nell’imbarazzo gran parte dell’episcopato, soprattutto in Italia, i vescovi continueranno a svolgere con zelo questa loro parte del ministero pastorale, esortando con le più esplicite argomentazioni ad obbedire alla legge e a prestare servizio nelle armate del “Nuovo Ciro”. Era anche questo un modo di ribadire, fra le righe, l’indispensabile fondamento religioso di ogni stabile società, quale che sia il governo che la regge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

         Allegoria del Concordato.

 

            Ecco come Francesco Toli, già vescovo di Massa Marittima nel 1795, promosso poi a Pistoia e Prato dalla regina d’Etruria nel 1803, esortava i parroci a favorire la coscrizione nella sua pastorale dell’aprile 1809:

“Noi vi abbiamo, fratelli e figli dilettissimi, più volte inculcato la fedeltà e l’obbedienza alle leggi, ed abbiamo eccitato i venerabili nostri parrochi a cooperare con tutto l’impegno del loro ministero alla più efficace e pacifica esecuzione delle leve militari. Ma un nuovo invito, che ci vien fatto dal governo su tal proposito esigendo da noi una nuova corrispondenza, memori di quanto il nostro carattere ci fa debitori alle potestà costituite da Dio per il governo dei popoli, e dal precetto del Signore, che c’intima d’insistere nella dottrina, nuovamente ci rivolgiamo ai venerabili parrochi e al dilettissimo popolo delle nostre diocesi per richiamare alla loro memoria i sacri doveri, che obbligano i sudditi ai loro sovrani.

            Vi ripetiamo dunque fratelli e figli dilettissimi, colle parole dell’apostolo, che ogni potestà viene da Dio e che il resistere alla potestà è un opporsi alla ordinazione di Dio, mentre coloro, i quali si tengono ad essa soggetti per Iddio, si rendono degni dell’abbondanza delle Sue misericordie, e delle Sue grazie. Noi vi inculchiamo quella legge di religione, che il medesimo apostolo annunzia ai romani, dicendo loro ‘rendete a tutti quello che è loro dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi l’onore, l’onore (Rom. 13)? A chi dunque ha l’impero appartiene l’impero; ed a chi gli è sottoposto si conviene l’obbedienza e la dipendenza da esso. Rimembrate, fratelli e figli miei dilettissimi, l’esempio dei primi cristiani, i quali si tennero sempre costanti nella fedeltà e nella reverenza all’impero, e in tal modo servirono negli eserciti, che quei primi imperatori non avevano soldati più fedeli e più intrepidi di essi. Riguardavano quei luminosi campioni della fede la professione militare come una maniera di sacrifizio a quell’Essere Supremo, che tiene le armate nelle Sue mani, che le fa servire ai Suoi eterni disegni e che per tale cagione si fa chiamare nella Sua Santa Parola il Dio degli Eserciti.

            Ammaestrati eglino nella scuola di Gesù Cristo, ed imbevuti della celeste dottrina di questo Divino Legislatore, ben sapevano, che la religione come è la madre di tutte le virtù, e le rende più elevate, più interiori e più costanti, così ella è in modo particolare la madre e la nutrice di quelle, che reggono l’uomo nello stato militare. Imperocché un soldato sostenuto dalla religione teme Iddio, e non teme altri che Lui. Egli è determinato a tutto per obbedire ad Esso. Egli sa che servendo il suo principe e la sua patria eseguisce la volontà dell’Altissimo, e che da Questi pel ministero del principe egli tiene la spada, che per disposizione di Lui egli occupa il suo uffizio, e che ad Esso renderà conto della maniera con cui lo adempie: egli non pone perciò questi suoi doveri in confronto alla sua vita, di cui egli sa che la perdita stessa verrà ricompensata con un’altra vita, che non avrà fine. Egli la offre a Dio, da cui la ritiene come un deposito, che Dio gli ha confidato, e che egli è il Padrone di ripetere da lui qualunque volta lo vuole. Egli spera di rendersi degno con un tale sacrifizio di vedere la faccia di Lui, e di ricoprire i difetti, che egli ha commessi nel corso della sua vita mortale, e mentre molti altri paventano in faccia ai rischi, egli è unicamente attento alla Divina Provvidenza, che ha gli occhi rivolti sopra di lui. Lo stesso dee dirsi della altre virtù convenienti alla vita militare: il disinteresse, la fedeltà, la castità, la delicatezza sul bene altrui non sono sì rare fra gli uomini, né sì fragili incontro ai pericoli, se non perché la religione non ha gettato nel cuore di molti, che delle deboli radici.

            ‘Che abbiam da fare ancor noi per essere salvi?’ Dissero un giorno i soldati a Giovanni sulle sponde del Giordano. Ed ei loro rispose: ‘Non commettete concussioni, non calunniate alcuno e siate contenti dei vostri stipendi.’

            A questo considerazioni dobbiamo aggiungervi, fratelli dilettissimi, quella dei mali, che sovrastano a coloro, i quali si sottraggano alla legge, e alle famiglie di essi, ponendo loro sotto occhio, che mentre i leali e coraggiosi servigi darebbero ad essi dei diritti gloriosi alla clemenza, ed alle beneficenze del sovrano, eglino col non arrendersi alle di lui ordinazioni si espongono a menare una vita errante, ed infelice sulla terra, ed al pericolo di vivere a costo del delitto e della colpa.

            Tali sono i sentimenti, che voi venerabili parrochi miei degni cooperatori insinuerete al vostro popolo con tutto il zelo che ispira la religione ed il bene delle anime, che il Supremo Pastore Gesù Cristo l’ha poste come in deposito nelle vostre mani. Ma poiché la religiosa fedeltà ai sovrani, e le virtù, che sostengono l’uomo nei servigi che lor si prestano sono una ispirazione e un dono di Dio, avvisandoci il Signore, che senza di Esso non possiam far nulla che sia degno di Lui, voi vi rivestirete, venerabili sacerdoti, delle viscere della Carità di Gesù Cristo verso i nostri cari figli i coscritti, e con ogni pazienza e dottrina insinuerete loro di preparare le lor anime, e di disporsi a compir santamente i doveri della vita militare, purificando le loro coscienze ai piedi dei tribunali di penitenza, invocando sopra sé stessi il soccorso potente della Grazia del Signore e riempiendosi del Suo Santo Spirito. Voi insegnerete loro a convertire i travagli della guerra in meriti di eterna vita, esortandoli a star forti nella fede, a conservare nel fondo dei loro cuori un perpetuo rispetto verso l’Altissimo, ad aver sempre davanti i loro occhi la Sua Santa Legge, a camminare alla Sua presenza, ed a risguardare in Lui in tutti gli avvenimenti e i rischi della loro vita. E gli assicurerete che quanto è per parte nostra, noi in mezzo alle cure pastorali serveremo per essi un paterno e perpetuo affetto, e che non lasceremo giammai di porgere fervide preci al Signore, perché si degni dirigere i loro passi, perché gli custodisca sotto l’ombra della Sua protezione e gli preservi da ogni spirituale e temporale disgrazia.

            Intanto nella piena fiducia che voi tutti venerabili sacerdoti e dilettissimi figli, seconderete con tutto l’impegno le ordinazioni ed esortazioni nostre, vi compartiamo nel nome di Gesù Cristo nostro Salvatore, la pastorale benedizione.

Dato in Pistoia dalla nostra residenza, li 30 aprile 1809

                                                           Francesco vescovo di Pistoia e Prato.”[1]

 

 

 

 

 

 

 

Tomba del Vescovo Francesco Toli.

 

            Se i vescovi furono sostanzialmente unanimi nel sostenere l’obbedienza alla legge della coscrizione con le loro pastorali e circolari ai parroci, questi ultimi, meno obbligati alla prudenza dei loro presuli, tennero un atteggiamento più variegato, a seconda dei luoghi, delle persone e delle circostanze. Ci fu chi si impegnò attivamente per ricondurre a più miti consigli disertori e renitenti, chi addirittura si pose al fianco delle colonne mobili chiamate a rastrellare le campagne per recuperare i refrattari; altri, invece, incitavano segretamente alla disobbedienza, o addirittura falsificavano i registri di stati civile, iscrivendo fra i morti i coscritti che favorire o davano rifugio e viveri ai ricercati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vescovi prestano giuramento.

 

            Nei dipartimenti toscani, annesso nel 1808, quando lo scontro tra Pio VII e Napoleone è già conclamato, la dubbia fedeltà all’Impero di molti presuli (gli arcivescovi di Pisa e Siena, Alliata e Zondadari, erano ritenuti particolarmente avversi) e l’ostilità di una parte consistente del basso clero dava più di un grattacapo alle nuove autorità. Una causa di questo malcontento ricorre in più di una lettera degli amministratori francesi: la povertà dei parroci. Riorganizziamo il clero, assicuriamo il suo mantenimento, e questi “magistrati di morale” si allineeranno con le vedute del governo, facendo marciare la coscrizione al ritmo voluto dall’Imperatore. La troppo breve esperienza francese in Toscana, conclusasi già nel gennaio 1814, non consentirà di dare corpo a questi progetti.

 

Simone Bonechi

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

  1. Simone BONECHI, L’alto clero toscano dal «Viva Maria» alla caduta di Napoleone, in “Annali della Fondazione Luigi Einaudi”, vol. XXX (1996); pp. 237-306.

  2. Simone BONECHI, L’impossibile restaurazione: i vescovi filonapoleonici nell’Italia francese tra “servilismo” e primato di Pietro (1801-1814), in “Cristianesimo nella Storia”, 21 (2000); pp. 343-381.

  3. Francesco FRASCA, Reclutamento e guerra nell’Italia napoleonica; Padova, Editoriale Programma, 1993.

  4. Alain PIGEARD, La conscription au temps de Napoléon 1798-1814; Paris, Bernard Giovannangeli Editeur, 2003.

 

 

NOTE:

 

[1] Biblioteca Comunale Forteguerriana Pistoia, Raccolta Chiappelli; foglio volante, 197B.

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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