LE GRANDI STORIE DEL MEDAGLIERE

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I REDUCI DELLA GRANDE ARMEE, LE LORO ASSOCIAZIONI FILANTROPICHE E MUTUALISTICHE E 
LA MEDAGLIA DI SANT’ELENA

Uno degli aspetti che rendono ancora più grande il personaggio al centro delle celebrazioni di questo anno, è lo strettissimo legame che seppe creare negli anni, con una grande parte della popolazione non solo della propria nazione ma dell’intero continente. Pur avendo oggettivamente richiesto, talvolta pretendendoli, enormi sacrifici e sebbene avesse oggettivamente condotto alla morte in battaglia centinaia di migliaia di uomini, alla sua caduta, tutta Europa rimase attonita, parafrasando le parole di Manzoni, vittima di una profondissima sensazione di vuoto.

E’ davvero singolare pensare come uomini condotti a combattere in luoghi di cui altrimenti non avrebbero mai nemmeno immaginato il nome e donne ritrovatesi orfane o vedove nella più profonda miseria per causa sua, alla fine abbiamo mantenuto dell’Imperatore un ricordo a dir poco nostalgico e come, trascorrendo gli anni, siano rimasti magicamente legati a quel nome e a quella figura. Se infatti è facilmente comprensibile il fascino subito dalle persone del XXI secolo per un’epoca di cui effettivamente non hanno vissuto le tragedie perché conosciuta solo sui libri di storia o attraverso gli oggetti nei musei, lo stesso non si può dire per coloro che alla metà del XIX secolo, pur avendo sperimentato di persona tali tragedie, vissero la restante parte della propria vita portando con sé il profondissimo desiderio di conservare il ricordo dell’uomo che nel bene e nel male aveva condizionato le loro esistenze.

Questo vuoto, per molti veramente incolmabile, fu percepito in modo ancora più acuto da coloro che avevano militato per anni nel suo esercito, combattendo in suo nome sui campi di battaglia di un intero continente, e oltre a coloro che avevano anche vissuto la straordinaria esperienza della campagna d’Egitto.

Per questi uomini, il disastro di Waterloo ed il ritorno dei Borboni sul trono di Francia, fu la fine non solo dei princìpi equalitari sorti un quarto di secolo prima con la Rivoluzione Francese, ma fu anche l’inizio di una vita fatta di stenti e di miseria in cui al profondo rispetto di cui godevano presso i propri concittadini in quanto reduci della Grande Armée, non corrispondeva un analogo rispetto da parte dei governanti ben attenti a portare avanti un’opera di radicale cancellazione della memoria napoleonica in tutti i suoi aspetti.

Questi uomini si trovarono quindi a dover vivere una nuova vita in cui tutte le piccole ma concrete certezze psicologiche e materiali, legate all’essere parte della grande macchina bellica napoleonica, scomparvero per fare spazio ad un profondo senso di revanche per tutti coloro, la famiglia reale in primis, li aveva condotti in tale stato.

Non bisogna infatti dimenticare che uno dei primi passi dell’appena restaurato Re Luigi XVIII, fu quello di smantellare il più rapidamente possibile l’esercito napoleonico, nella convinzione che fosse un ricettacolo di pericolosi nostalgici da neutralizzare attraverso congedi di massa che avrebbero portato la dispersione dei soldati in tutto il territorio nazionale con il loro ritorno ai focolari domestici.

Se da un lato tale scelta poteva sembrare azzeccata perché di fatto frammentava, insieme all’esilio inespugnabile di Napoleone a Sant’Elena, ogni speranza di un ritorno di Bonaparte come era accaduto nel 1815 dall’Isola d’Elba, dall’altro questa decisione fu letale per la monarchia perché permise la diffusione del seme del bonapartismo in modo capillare in tutta la Francia così come in tutta Europa. Saranno proprio molti di questi ex “grognards” a capeggiare i futuri moti europei rivoluzionari ed indipendentisti dal 1820 in avanti.

Questo processo di congedamento della truppa e di messa a disposizione a mezza paga (i cosiddetti Demi solde) di ampie fette del corpo ufficiali, non solo costituiva un problema di carattere morale e psicologico ma aveva anche dirompenti conseguenze economiche dato che colpiva uomini, spesso menomati nella mente e nel fisico tanto da non poter costituire una forza lavoro interessante per nessun potenziale datore di lavoro.

Chi non ricorda, per esempio, la figura dell’ex sergente Thénardier, divenuto miserabile albergatore al termine della campagna del 1815 e costretto ad organizzare i più sordidi traffici a danno di povere bambine come Cosette, la piccola protagonista dei Miserabili di Victor Hugo, per far sbarcare il lunario alla sua altrettanto miserabile famiglia.

Il maestro della letteratura francese, figlio di un rinomato generale napoleonico, conosceva perfettamente lo stato della società post napoleonica così come conosceva nei minimi dettagli i meccanismi psicologici che accomunavano tutti i reduci dell’epopea imperiale, tanto da narrarli perfettamente nei personaggi del suo romanzo più famoso. Come non ricordare anche il personaggio di Marius, giovane di buona famiglia alla continua ricerca di modi per emulare il padre visto come una figura eroica a fianco dell’idealizzato imperatore.

Un ulteriore elemento che rendeva inutile ed anzi pericolosa la scelta di disgregare l’esercito, era costituito dal fortissimo radicamento della massoneria in tutti i ranghi dell’armée tanto che i principi di fratellanza e di mutualismo, in un certo qual modo già venuti alla luce con la rivoluzione, trovarono un terreno fertilissimo tanto nel tradizionale spirito di corpo militare che nelle moltissime logge massoniche a cui potevano partecipare i militari di tutte le armi e di tutti i ranghi.

Se questa era la situazione in Francia, negli altri paesi europei i reduci delle armate napoleoniche si trovavano in una condizione anche peggiore per il semplice motivo che alle già menzionate difficoltà economiche, si aggiungeva spesso una strettissima attività di spionaggio e censura dei governanti restaurati nei confronti di persone ritenute aprioristicamente pericolosi traditori.

Per tutti questi uomini, un tempo temuti ed invidiati per il loro status di appartenenti all’armata più forte del mondo, la nuova condizione di miseria e proscrizione divenne sempre più insopportabile e divenne per loro altrettanto spontaneo cercare dei luoghi e delle occasioni per riunirsi anche solo per ricordare ed evocare i bei tempi che furono.

Ovviamente nei primi anni della restaurazione, questi luoghi non potevano che essere clandestini come per esempio un insospettabile retrobottega o qualche bettola di infimo ordine. Non bisogna però pensare che questi fossero solo luoghi di nostalgia e di rimpianto in quanto sin da subito lo spirito solidaristico fra i veterani di ogni ordine e grado, fu al centro dell’azione di questi sodalizi improvvisati. Si prevedeva una sorta di autotassazione periodica con cui si sarebbe potuto sostenere economicamente chi fosse più in difficoltà così come si sarebbe provveduto all’organizzazione di adeguate e dignitose esequie per tutti i confratelli deceduti.

La pressoché totale clandestinità di queste strutture associative, rendeva necessario che gli aderenti non ne esibissero in modo troppo evidente la loro appartenenza; da qui l’assenza di oggetti simbolici che potessero servire loro da elementi riconoscitivi. Solo a partire dal 1830, anno in cui i primi moti rivoluzionari dettero un duro colpo alle monarchie restaurate, la figura dell’imperatore ormai deceduto da quasi un decennio, divenne meno malvista e i bonapartisti poterono piano piano uscire dall’anonimato dando ufficialità ai loro sodalizi e realizzando tutta una serie di emblemi che cominciarono ad indossare sul bavero della giacca con rinnovato orgoglio.

Un ulteriore evento che dette un grande slancio a questo fenomeno, fu il ritorno delle ceneri di Napoleone in Francia, avvenuto per volontà di Re Luigi Filippo d’Orleans nel 1840.

Non è questa la sede per narrare nei dettagli questo evento ma ciò che è certo è che coinvolse decine di migliaia di reduci che accompagnarono il feretro dell’Imperatore nel suo viaggio via fiume dalle coste della Normandia fino al centro di Parigi. Ormai l’imperatore era tornato in seno al suo popolo ed i suoi soldati potevano tornare a manifestare in piena libertà il loro orgoglio di appartenenza. Proprio l’anno dopo, nel 1841, sorse in Francia la più importante e numerosa di queste associazioni di veterani: la Societé Philantropique des Débris de l’Armée Impériale il cui statuto indicava come scopo sociale le seguenti attività: celebrazione della festa del 15 agosto per la nascita dell’Imperatore, distribuzione di sovvenzioni ai membri in difficoltà economica, presenza ai cortei funebri di tutti i membri deceduti.

A partire da questa data, fu tutto un florilegio di gruppi ed associazioni a carattere sia locale che nazionale, caratterizzate dagli stessi principi e dalle stesse modalità operative. E’ interessante notare come comune a tutti questi sodalizi fosse il rigido mantenimento della gerarchia militare con l’affidamento ai singoli membri di titoli e ruoli analoghi a quelli rivestiti sotto le armi e spesso identificati con apposite varianti nelle insegne indossate.

 

 

Biglietto di auguri per il nuovo anno inviato a tutti i membri di un’associazione di reduci napoleonici.

Collezione Domenico Lentini.

 

Parallela al fiorire delle associazioni reducistiche e mutualistiche in tutta Europa, vi fu infatti la produzione di medaglie, spille ed insegne da indossare orgogliosamente al petto durante le riunioni e non solo. Tale produzione ovviamente era lasciata alla libera creatività dei sodalizi non esistendo un organismo centrale e governativo che le sovrintendesse permettendo così di potersi imbattere ancora oggi in esemplari molto diversi fra loro. Alcuni elementi erano però costanti e pressoché universali in quanto facenti parte dell’iconografia classica dell’Impero: l’aquila, il fulmine, la lettera “N” maiuscola o l’iconico copricapo indossato da Napoleone. Frequente era anche la rappresentazione di simboli che identificassero l’arma di appartenenza del reduce come per esempio un’ancora per i marinai, due cannoni incrociati per gli artiglieri o due sciabole sempre incrociate per la fanteria.

 

 

 

Due insegne di associazioni combattentistiche riservate agli ex appartenenti di specifiche armi. Collezione privata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ insegna di un’associazione di reduci dell’armata d’Italia. Collezione Arnaldo Liberati.

 

 

 

Otto anni dopo il ritorno delle spoglie imperiali, la Repubblica francese era di nuovo pronta per rimettere i suoi destini nelle mani di un Bonaparte: Luigi Napoleone, figlio di Luigi ex Re d’Olanda e nipote dell’Imperatore che nel 1848 venne eletto Presidente della repubblica con il 74% dei suffragi. Ovviamente i reduci non potevano che gioirne ed il nuovo Presidente, futuro Napoleone III, si occupò sin dagli inizi di garantire loro sovvenzioni e pensioni che potessero migliorare le condizioni di vita dei più svantaggiati. Oltre a ragioni di ordine meramente politico, pendeva sull’onore di Luigi Bonaparte anche il legato lasciato ai posteri nel testamento di Napoleone ovvero di non dimenticarsi delle sorti di quei valorosi sul cui sacrificio l’edificio imperiale era stato costruito.

Era palese però che la volontà di Napoleone potesse essere esaudita solo in modo simbolico non esistendo effettive risorse in grado di potersi prendere carico delle migliaia di reduci.

Venne così ideata la famosissima Medaglia di Sant’Elena promulgata ufficialmente il 12 agosto 1857 e realizzata dall’artista Albert Barré, incisore generale della zecca delle Medaglie di Parigi.

Il decreto prevedeva che, unitamente alla medaglia, fosse rilasciato un brevetto con il nome del militare in cui veniva certificata la propria partecipazione all’Armée con l’indicazione del grado ricoperto, della specialità militare o del reggimento in cui aveva militato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Medaglia di Sant’Elena e relativo brevetto. Museo Medagliere dell’Europa Napoleonica.

Uno degli aspetti più rivoluzionari di questa onorificenza, fu di essere transnazionale nel senso che vi potevano accedere non solo gli attuali cittadini francesi, ma tutti coloro, a prescindere dalla loro nazionalità, avessero militato sotto le bandiere dell’Imperatore. Vi era infatti la consapevolezza che Napoleone non fosse un eroe nazionale di Francia ma una figura leggendaria per tutta Europa e come i suoi antichi soldati, italiani, polacchi, belgi o tedeschi che fossero, non avessero minimante dimenticato il loro imperatore.

L’iniziativa dette vita ad un vero fiume di domande che giunsero a Parigi da tutta Europa, utilizzando la via gerarchica composta da sindaci e prefetti per le domande intranazionali e quella diplomatica delle ambasciate per quelle che invece provenivano dall’estero.

A dimostrazione della grandezza dell’antica Grande Armée, basti pensare che nel corso degli oltre venti anni, tanto fu il tempo necessario per completarne la distribuzione, furono assegnate oltre 405.000 medaglie. Il numero è ancora più impressionante se si ricorda che l’onorificenza poteva essere concessa solo a reduci ancora in vita e non alla memoria di coloro che vi avevano militato.

Anche le donne potevano riceverla venendo giustamente riconosciuto il loro fondamentale, anche se normalmente misconosciuto, ruolo avuto nell’esercito imperiale.

Ovviamente non bastava presentare la domanda per avere diritto a questa ambitissima benché solo simbolica onorificenza; era invece necessario attestare la propria militanza nell’esercito. La cosa non era affatto facile da dimostrare in quanto la disfatta della campagna del 1814 e quella successiva di Waterloo con il conseguente radicale cambio di governo, avevano spesso costretto i reduci a “cancellare” le prove del loro passato distruggendo tutto ciò li potesse far apparire come pericolosi avversari politici. Ora invece diventava necessario avere conservato quelle prove che all’epoca erano tanto pericolose. Partì allora un processo che potremmo definire veramente popolare fondato sulla testimonianza di ex compagni d’arme o, meglio, delle autorità cittadine del proprio comune di residenza, che attestassero il servizio prestato sotto le armi. Non ci fu comune d’Europa in cui gli impiegati e gli stessi sindaci, non furono coinvolti in questo processo di testimonianza di massa finalizzato ad ottenere niente di più che un pezzo di carta ed un pezzo di metallo coniato da esibire sul bavero sinistro della propria giacca.

Alla sensibilità moderna, così cinica e attutita da un individualismo ed utilitarismo portati alle estreme conseguenze, tutto ciò può sembrare incomprensibile quanto ingiustificato; ma per quegli uomini che avevamo sfidato la morte e che erano tornati alle proprie case con ferite fisiche e morali, quel segno di appartenenza aveva un valore unico.

Ne sono una testimonianza indiretta ma chiarissima, i molti dagherrotipi che nell’ultimo quarto del XIX secolo vennero scattati in tutta Europa. Erano infatti gli anni in cui la fotografia cominciava a perdere il suo aspetto pionieristico per diventare, a breve, un fenomeno sempre più di massa.

Guardando queste immagini sarà facile notare come molto frequentemente, l’uomo raffigurato esibisce al petto proprio la Medaglia di Sant’Elena normalmente da sola o, al massimo, accompagnata da una delle insegne delle associazioni reducistiche sopra citate.

Il Museo Medagliere dell’Europa Napoleonica, conserva nella propria collezione, uno di questi dagherrotipi. Ciò che rende questo oggetto estremamente significativo, è la scritta sul retro, che dimostra quanto l’uomo raffigurato, così come per tutti i suoi compagni, la militanza nell’Armée fosse stata fondamentale e quanto l’ottenimento dell’onorificenza voluta dall’Imperatore fosse per loro il più grande degli onori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto di Hubert Gaumet, reduce della Grande Armée ed insignito della Medaglia di Sant’Elena.

Museo Medagliere dell’Europa Napoleonica.

 

Vi si legge infatti: “Gaumet Hubert, figlio di….., nato a Bourbonne il 21 dicembre 1793, Medagliato di Sant’Elena, Sposato con ……., deceduto il 18 novembre 1871, fotografato nel 1869…

Come si può quindi facilmente comprendere, nella vita di quest’uomo le tappe fondamentali, di cui si voleva lasciare memoria erano quindi state: la nascita, il matrimonio, la morte e l’ottenimento della Medaglia di Sant’Elena. Quale migliore conferma del pensiero di questi uomini, spesso poveri ed analfabeti ma ricchi in coraggio, valore ed onore?

 

 

Alain Borghini

 

 

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