LE GRANDI STORIE DEL MEDAGLIERE

 

 

La storia negli oggetti: il Palazzo delle Tuileries

 

Terza ed ultima parte

 

 

 

 

 

 

 

 

Le apparizioni dell’omino rosso proseguirono anche durante la restaurazione tanto che, per esempio, l’Imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, non si sentì mai completamente a suo agio nel palazzo imperiale.

La sua ultimissima apparizione sembra essere avvenuta la sera in cui il Palazzo venne distrutto dall’incendio appiccato durante la Comune rivoluzionaria di Parigi il 23 maggio 1871.

Fu un incendio devastante che graziò miracolosamente solo il museo del Louvre collegato direttamente con il Palazzo mentre tutto il resto, con il suo enorme carico di storia, scomparve divorato da fiamme altissime che durarono per due giorni senza che nessuno fosse in grado di porvi rimedio.

La leggenda appunto narra che durante la prima notte di devastazione, il fantasma dell’omino rosso si aggirasse fra i corridoi in rovina del palazzo affacciandosi alla varie finestre sghignazzando per la fine che era capitata a quella costruzione che tanti secoli prima gli era costata la vita.

Terminata l’esperienza della Comune, il destino di questo palazzo così simbolico, fu subito oggetto di continui tormenti per i governanti della nuova repubblica che per oltre dieci anni non furono in grado di prendere una decisione al riguardo. Se infatti da un lato vi era chi voleva far prevalere argomentazioni di tipo storico, artistico e culturale, mettendo in evidenza la natura di luogo simbolo della storia di Francia, dall’altra era molto forte lo schieramento che invece vedeva in quelle rovine un simbolo troppo vivo e quindi da eliminare, dell’antico regime monarchico ed imperiale che per secoli aveva, dal loro punto di vista, governato con il sopruso il popolo francese.

La decisione era resa ancora più difficile dal fatto che pur essendo le rovine davvero devastate, erano rimaste in realtà in una condizione che avrebbe permesso, con uno sforzo economico imponente ovviamente, di giungere comunque ad un restauro quasi completo delle condizioni precedenti all’incendio. Le foto dell’epoca sono infatti impressionanti mostrando come tutti i muri perimetrali fossero rimasti perfettamente in piedi mentre tutto ciò che era all’interno era stato divorato dalle fiamme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fra i fautori del restauro vi era il Barone Hausmann che sotto il regno di Napoleone III, aveva ricoperto per diciassette anni l’incarico di Prefetto della Senna occupandosi della completa e radicale restaurazione di Parigi rendendola quella che oggi tutti noi conosciamo.

Il suo legame però con l’ultimo Imperatore di Francia veniva letto dai più radicali sostenitori della repubblica come la dimostrazione che un’eventuale rinascita delle Tuileries avrebbe potuto favorire anche la rinascita di ambizioni monarchiche nel paese.

Solo il 22 marzo 1882, la Camera dei Deputati, seguita il 29 giugno seguente dal Senato, riuscirono a prendere una decisione definitiva in merito, optando per la soluzione di demolire completamente le rovine. Curiosamente si seguì lo stesso metodo impiegato quasi cento anni prima con demolizione di un altro simbolo della monarchia ovvero la fortezza della Bastiglia. Infatti come nel 1789-1790 l’impresario privato François Palloy si fece carico della demolizione dell’antica prigione, così anche in questo caso, il governo non decise di occuparsi direttamente dei lavori ma preferì bandire un’asta concedendo la demolizione all’impresa privata che avrebbe offerto la cifra più alta per aggiudicarsi tutti i materiali recuperati dallo smantellamento effettuando in cambio tali lavori gratuitamente.

L’offerta più alta pur essendo in realtà in termini assoluti veramente poca cosa, fu quella dell’impresario Achille Picart che il 4 dicembre dello stesso anno ricevette l’incarico ufficiale della demolizione al prezzo di soli 33.500 franchi.

I lavori di demolizione furono velocissimi come lo erano stati quelli alla Bastiglia e già il 30 settembre dell’anno successivo (1883) dell’antico palazzo delle Tuileries non restava più nulla se non il vasto parco che a questo punto andava a costituire quell’enorme spianata che ancora oggi si pone fra il Louvre e l’arco del Carosello.

Ma come pensava il Sig. Picart di recuperare la somma pagata per vincere il bando e coprire i costi di smantellamento? Semplicemente seguendo sempre l’esempio di Palloy che all’epoca aveva venduto il materiale recuperato come materiale da costruzione e soprattutto lo aveva trasformato in un bacino da cui ricavare un incredibile numero di souvenir storici destinati a tutti coloro che volevano conservare un ricordo del gran giorno in cui la monarchia era stata definitivamente sconfitta.

Nello stesso modo Picart intendeva sfruttare l’aspetto evocativo di queste rovine aprendo un vero e proprio punto vendita all’interno dello stesso cantiere e tenendolo aperto fino al 1889 anno del completo esaurimento del materiale ricavato dalla distruzione dell’edificio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per mostrare quali sarebbero potuti essere gli impieghi del suo materiale, decise di decorare l’ingresso del suo “negozio” utilizzando il grande orologio che faceva mostra di sé all’ingresso del Palazzo e suggerendo impieghi analoghi ai suoi potenziali clienti.

Ebbe così vita una vera e propria diaspora dei resti della reggia che viaggiarono effettivamente per tutto il mondo.

Anche la stessa città di Parigi nasconde, alcuni di questi pezzi come per esempio, le due arcate che furono rimontate inizialmente dietro il Jeu de Pomme e poi integrate nei nuovi giardini delle Tuileries.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così accadde per una miriade di frammenti acquistati da molti membri dell’ex nobiltà imperiale così come dalla grande borghesia dell’epoca per impreziosire le proprie residenze cittadine e non.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La passione per questi cimeli storici, andò ben oltre i confini della capitale tanto che una grandissima parte di quel materiale è stato usato alla fine dell’ottocento per costruire un intero nuovo palazzo: il castello della Punta ad Ajaccio voluto da Jerome Pozzo di Borgo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le rovine hanno viaggiato ancora più lontano; una parte della cancellata è arrivata nell’ex Cecoslovacchia a decorare il palazzo della potente famiglia imperiale degli Esterhazy così come un’altra parte oggi protegge il palazzo presidenziale di Quito in Ecuador.
Molti artisti subirono il fascino di queste pietre, facendo a gara ad acquistare i pezzi più belli per mostrali nelle loro residenze come accadde al drammaturgo Victorien Sardou o a Léon Carvlho, direttore dell’Opéra-Comique.
Questa sorta di mania contagiò però anche strati più bassi della società francese se non addirittura europea dando vita anche ad operazioni di vero e proprio marketing di una modernità incredibile, come quella realizzata dal giornale Le Figaro.
Nel 1883, quindi subito dopo il completamento dei lavori di demolizione, la direzione del giornale volle premiare i propri abbonati incentivando anche le nuove adesioni, offrendo loro dei frammenti di marmo recuperati da Picart, e trasformati in fermacarte/souvenir storici.
Secondo le parole della campagna pubblicitaria del giornale, l’intento era di rendere gli abbonati 

“Heureux de posséder un souvenir authentique du glorieux palais de la Monarchie française”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al fine di rendere il proprio omaggio ancora più prezioso ed ambito, Le Figaro cercò di accaparrarsi tutti i frammenti di marmo esistenti. Achille Picart però non voleva cedere la sua idea in toto al giornale e così si mantenne alcuni frammenti che poi vendette o donò a personaggi illustri accompagnando sempre ogni pezzo con una sua certificazione autografa.
Spesso i frammenti venivano ulteriormente impreziositi con l’aggiunta di simboli imperiali prettamente napoleonici quasi a dimenticare la storia secolare del Palazzo, legandola invece solo all’epopea dei due ultimi Imperatori di Francia.
L’esemplare conservato al Medagliere dell’Europa Napoleonica è infatti decorato con una bellissima aquila imperiale ad ali spiegate con il fulmine fra gli artigli e da una placchetta raffigurante il busto dell’Imperatore Napoleone I, oggi scomparsa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La targhetta in carta posta sotto il basamento in marmo, anch’esso proveniente dalle rovine delle Tuileries riporta il seguente testo scritto a mano: “marmo trovato fra le rovine delle Tuileries, certificato autentico, souvenir storico…” Seguito dalla firma autografa di Picart con l’indicazione dell’indirizzo del suo negozio.
Purtroppo l’inchiostro rosso con cui è stata realizzata la dedica, si è molto schiarito nel tempo impedendoci di comprenderne perfettamente il significato e soprattutto di capire chi ne fosse il destinatario. Si riesce però a immaginare che si trattasse di un personaggio femminile (Mme) e soprattutto che fosse un frammento prezioso in quanto espressamente donato da Picart piuttosto che semplicemente venduto.
E’ quindi aperta la caccia al nome. Accludiamo la migliore foto possibile della targhetta invitando tutti i lettori ad aiutarci in questa ricerca del nome.

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come ultima cosa, è giusto evidenziare come questo frammento appaia effettivamente speciale per essere costituito da porfido rosso ovvero da un materiale di rivestimento dedicato ad ambienti importanti di rappresentanza facendoci immaginare o forse meglio, sognare, che facesse parte di qualche salone in cui pagine indimenticabili della storia sono state scritte. 
Chissà che abbia assistito all’assalto del 10 agosto 1792 quando la famiglia reale di Luigi XVI e Maria Antonietta venne fatta prigioniera o abbia visto l’arrivo dell’appena nominato Primo Console o abbia ospitato le innumerevoli cerimonie che caratterizzarono gli anni dell’Impero. Forse uno studio sui materiali presenti in ciascuno degli ambienti di rappresentanza del Palazzo, potrebbe anche darci qualche informazione in più. Per ora può anche bastare solo sognare guardando e sfiorando con le dita la superficie di questa pietra così ricca di storia e di valore simbolico.


Alain Borghini
 

 

 

 

 

 

 

 

 

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

  • Facebook - Black Circle
  • TripAdvisor - Black Circle
  • YouTube