LE STORIE NAPOLEONICHE

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LUCIANO BONAPARTE ,

PRINCIPE DI CANINO

Mauro Marroni.

 

16^ parte

 

 

 

Le spese sostenute per l’acquisto e la ristrutturazione delle nuove proprietà bolognesi assestarono il colpo definitivo alla già precaria situazione finanziaria del Principe di Canino, compromessa dal venir meno delle rendite francesi e dai rovesci subiti durante l’esilio inglese. A dicembre di quell’anno 1823 a Parigi si tenne la esposizione e vendita di ben 65 delle opere che ancora facevano parte della sua famosa collezione (vedi: Béatrice Edelein-Badie, La collection de tableaux de Lucien Bonaparte Prince de Canino, Editions de la Réunion des musées nationaux, Paris 1997, pag. 370). Come abbiamo visto, i possedimenti di Canino rappresentavano ormai l’unica fonte di reddito per Luciano e lui ne era ben consapevole; tanto da lasciare il “nipote” Boyer a sovraintendere ai lavori della campagna e intrattenendo con lo stesso una corrispondenza quasi giornaliera. Durante il lungo soggiorno di Bologna il Principe dava continue disposizioni su acquisti, vendite e gestione

del personale, come documentato dalle lettere conservate presso l’Archivio Faina.

L’altura su cui sorge il castello di Musignano e gli adiacenti Monti di Canino, costituiscono le barriere che separano il paese dalla pianura che arriva al mare e che, prima delle opere di bonifica, portava la mortale malaria. Gli abitanti e lo stesso Comune di Canino già in passato si erano opposti al taglio di quei boschi con cause decennali intentate contro gli affittuari che li avevano gestiti prima dell’avvento del Bonaparte. Pur di aver vinta questa vitale partita i caninesi avevano richiesto anche l’intervento divino facendo voto alla Madonna delle Mosse con promessa mantenuta ogni anno in occasione della festa di San Matteo.

Canino, rovine della Chiesa della Madonna delle Mosse.

 

Immaginiamo che il Principe fosse stato messo al corrente di tali circostanze e che, tuttavia, considerando il guadagno atteso dal taglio di quei boschi, nel prendere le sue decisioni, per dirla con Dante, più che la devozione poté il paventato digiuno: “Il paese di Canino, nell’anno 1823 è nuovamente impegnato in una simile vertenza per il taglio che sembra voglia eseguirsi in queste stesse macchie dal Principe Luciano Bonaparte. Le voluminose scritture e perizie di diversi fisici sono concordi a dichiarare che la distruzione di dette macchie, nonché, qualunque dirado delle medesime avrebbero condotto alla desolazione ed allo sterminio l’infelice popolazione di Canino. Per impedire il minacciato taglio di dette macchie, che formano come una barriera ai venti marini, tanto nocivi alla salubrità dell’aria, a titolo di convenienza e di giusto rispetto, nel Consiglio a dì 4 maggio di detto anno 1823, si propone di scrivere al detto Principe, esponendogli lo stato delle liti sostenute, l’esito delle medesime, nonché la transazione stipulata e la situazione della macchia di Musignano rispetto a Canino; pregarlo quindi a voler dismettere il pensiero per non contribuire a rendere più malsana la nostra aria, che egli in unione alla sua famiglia respira per gran parte dell’anno” (Gismondo Galli, Canino nel Secolo XIX, Tipografia Silvio Pellico, Ristampa, Montefiascone 1982, pag.24).

E in effetti il Principe assecondò tali richieste, al punto che appena un anno dopo il Comune dovette tornare sull’argomento ma per motivi opposti: “Le strade ingombre in vari siti di tratti di macchia si rendono pericolose, perché i malviventi, occultandosi con facilità, possono a colpo sicuro sorprendere i viandanti, e specialmente quella che conduce a Toscanella e l’altra a Montalto (costeggiando proprio le proprietà del Bonaparte – ndr) … si propone di addivenire ad uno smacchiamento regolare e limitato ad una data distanza laterale delle strade. Nel caso però che detto smacchiamento potesse essere nocivo alla salubrità dell’aria aprendosi una vasta corrente ai venti sciroccali, si richiama all’osservanza del decreto del 1776 …: sia lecito soltanto di estirpare li macchioni e forteti nella macchia di Musignano a norma del voto del Collegio dei medici dato nell’anno 1756” (G.Galli, op.cit.).

 

 

 

 

 

 

Canino, rovine della Ferriera.

 

Per Luciano Bonaparte già in precedenza il taglio dei boschi aveva rappresentato una fonte di reddito in quanto funzionale all’attività della ferriera di sua proprietà che, appena al di sotto del- l’abitato di Canino, lavorava il materiale grezzo proveniente dalla vicina Isola d’Elba e produceva una buona parte del ferraccio su cui poteva contare lo Stato della Chiesa. Il materiale ferroso veniva trasportato con navi fino ai porti di Palo, Montalto di Castro e Tarquinia e da qui, con carri trainati da muli, arrivava alla ferriera di Canino.

Il ferraccio ottenuto, secondo testimonianze conservate presso l’Archivio Notarile di Ronciglione, era trasportato dai “ferracciari” su carri che, attraversando i territori di Tuscania, Rocca Respampani, Viterbo e Vetralla, lo portavano alle ferriere di Sutri e Ronciglione.

 

 

 

 

 

 

Canino, cascata e laghetto del Pellico, in prossimità della Ferriera.

 

 

E’ da ricordare infatti che Luciano Bonaparte, oltre alla Ferriera di Canino, gestiva (in affitto dal marchese Casati) altre quattro ferriere a Sutri che occupavano 15 addetti (R.De Felice, L’industria del ferro nei dipartimenti romani dell’Impero Francese, in Studi Romani, IX, 1961), e sei a Ronciglione dove, negli stabilimenti presi in affitto da un certo P.Leali, 25 operai lavoravano ferraccio destinato al mercato di Roma e dintorni. (Rosella Castori e Stefania Ragonesi, Le ferriere di Ronciglione, Copediser 1991).

Lavoravano infine per “il Senatore” ulteriori cinque ferriere a Tivoli dove, oltre al forno fusorio c’era in produzione anche una ferrareccia, una fabbrica di pale e una chioderia che occupavano 47 operai quando il Prefetto francese Conte Camille De Tournon portò a termine la sua famosa indagine sui territori occupati dello Stato della Chiesa annotando come “Le Ferriere avrebbero maggior lavoro, e spaccio, se non mancasse il ferraccio, e se il carbone si potesse avere a minor prezzo. Il Forno Fusorio stabilito dal Senatore Luciano Bonaparte nella sua Villa di Mecenate, potrà dar molte risorse per il primo oggetto… “.

Anche negli opifici di Tivoli il materiale ferroso era quello proveniente dall’Isola d’Elba e i prodotti finiti erano destinati al mercato interno e al Regno di Napoli.

Interessante infine è la descrizione lasciata dal De Tournon della Villa di Mecenate: “… da questi lasciata ad Augusto è situata sul Colle Tiburtino, e sopra la stessa antica Via Tiburtina, che coperta passava sotto il Cortile della Villa, aveva il suo aspetto principale ed aperto verso Roma. Gl’altri tre lati del cortile erano con portici e mezze colonne doriche di elegantissima forma tuttora esistenti. Le sostruzzioni per livellare li varj ripiani, gl’appartamenti vastissimi, gli oggetti in essa ritrovati, rendevano questa Villa degna di un Imperatore, e del di lui favorito. Gran parte ne appartiene al Signor Senatore Luciano Bonaparte, il quale profittando dell’immenso canale di acqua, che va alle vicine polveriere, vi ha stabilito un Forno fusorio e molte altre Officine di Ferro” (Vincenzo G. Pacifici – a cura di -, Documenti dell’”inchiesta” napoleonica su Tivoli e circondario, Società Tiburtina di Storia e d’Arte, Villa d’Este 1978, pag.115).

 

 

Tivoli, Villa di Mecenate.

 

Il 20 agosto muore Pio VII, il 28 settembre viene eletto il nuovo Pontefice Leone XII.

 

(Fine Parte 16).

Mauro Marroni

 

 

 

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