LE STORIE NAPOLEONICHE

 

 

 

LUCIANO BONAPARTE ,

PRINCIPE DI CANINO

Mauro Marroni.

 

4^ parte

 

             In seguito, alla “principessa Vedova Luciano”, farà poi un dettagliato resoconto dell’ultima sua straordinaria avventura: il suo intervento, durante le dieci giornate di Brescia (che segnarono la coraggiosa insurrezione della città contro gli austriaci), per far cessare i bombardamenti che seminavano morte e distruzione.

 

“Alla Signora Principessa di Canino, vedova Luciano Bonaparte

Lei mi ha chiesto, Signora, qualche dettaglio sui pericoli ai quali è stata esposta l’anno passato la mia cara patria, “la mia buona città di Brescia”, come la chiamava un alto personaggio ben conosciuto nel 1815) (allude a Napoleone, come abbiamo visto nella “Nota confidenziale”. Ndt). Glieli ho promessi da un anno, me ne ricordo, e mi vergogno molto di aver tardato così a lungo nel mantenere la mia parola. Tuttavia, devo confessare che diverse volte mi sono accinto all’opera, e che mi ha scoraggiato la difficoltà di evitare gli scogli delle opinioni calde, addirittura ardenti, che mi hanno avvolto e quasi stordito. E poi come parlarvi delle sventure di Brescia in presenza di quelle di Bologna, di Ancona, di Roma e di Venezia, che si sono succedute una dopo l’altra  in così poco tempo? E poiché lei ha la bontà di interessarsi a me, lascerò da parte i nove giorni di bombardamento ininterrotto, e ripreso diverse volte verso la fine di marzo del 1849, di cui le ho già riferito un’altra volta; per non parlarle che del decimo e ultimo giorno, che fu il primo di aprile dello stesso anno, quando dalla platea fui portato io stesso come attore sulla scena del nostro piccolo ma sanguinoso teatro.

Avevo appena terminato (sotto il rombo del cannone) la lunga Messa delle Palme, quando il grido della patria in pericolo penetrò fino al fondo del mio asilo consacrato… È un signore, che non conoscevo, mandato dal Municipio a invocare la mia debolezza per cercare di salvare la città che stava per essere presa d’assalto e consegnata al saccheggio.  Volgo lo sguardo sulla ventina di religiosi che mi circondano; tra loro faccio segno di seguirmi al pallido monaco; e andiamo. La nostra guida ci precede, e ci indica con la voce, con il gesto, e con ancor maggiore efficacia con l’esempio, i luoghi in cui bisogna correre, o piuttosto scivolare attraversando la via degli orefici per evitare la portata di certe finestre dalle quali partivano colpi di fucile sui passanti (erano le finestre della Porta bruciata). In effetti, abbiamo sentito le detonazioni senza essere colpiti.

Entriamo nel Palazzo della Loggia, il Dirigente facente funzioni di Podestà ci fa sedere accanto a lui, ed eccoci circondati da gente armata (gli eroi della giornata); c’erano anche alcuni consiglieri o assessori senza armi. Non ne conoscevo alcuno; per me era tutta gente nuova.  Il Dirigente mi espone lo scopo per il quale mi aveva mandato a chiamare. Accetto di buon cuore la commissione di andare a parlamentare con il Generale Haynau, purché mi scriva ciò che devo chiedere.

Mentre ci si consultava per scrivere il dispaccio … c’era un continuo movimento di gente armata che andata e veniva … che sussurrava … che minacciava … sia di uccidere i prigionieri … sia di sgozzare le spie … e il Dirigente occupato a scrivere era obbligato a interrompere il suo lavoro per calmare questi, per rimproverare altri … finalmente la minuta è praticamente finita … ne viene data lettura…

“Atteso che non c’è più governo provvisorio in questa città …. il Municipio supplica V.E. di voler risparmiare gli abitanti innocui …

“Che codardia! (esclama un interlocutore armato)

“Non è troppo umiliante … Il Municipio vi supplica non è la parola che bisogna scrivere. Scrivete …. Il Municipio vi consiglia …” Il Dirigente si volta a destra e a sinistra per sapere cosa sia meglio scrivere … Un signore dice: “Se i nostri confratelli non ritengono opportuno che si scriva supplicare … non approvano neppure che si dica consigliare… io scriverei semplicemente Vi preghiamo“ Mentre il Dirigente scrive, uno dei capi armati dice ad alta voce: “Bisogna assolutamente chiedere prima di tutto un salvacondotto per tutti noi; affinché possiamo liberamente tornare a casa, senza dispute né oggi, né in seguito … altrimenti” (e accarezzava il suo fucile in maniera molto significativa). Il Dirigente si alza in piedi e dice in tono fermo: “Signori, cosa volete? La pace o la guerra? …” E la banda armata, picchiando sul pavimento l’impugnatura dei fucili, come in un solo colpo, grida: “Guerra”.

Anch’io mi alzo in piedi, e ringraziando il Dirigente, dico ad alta voce che volevo certo esporre la mia vita a un eventuale pericolo nella speranza di fare qualcosa di buono per la mia cara patria, ma che nello stato attuale degli animi, vedevo che questo era impossibile … che mi ritiravo, pronto a tornare quando tutti fossero stati d’accordo (quando tutti saremo d’accordo). La banda armata si divide in due ali al mio passaggio, e uno dei capi mi tocca la mano dicendo a bassa voce: “Bravo”.

Per me era  evidente che il Municipio faceva ogni sforzo per salvare la città, e che i capi delle bande armate volevano innanzitutto salvare se stessi. Bisognava dunque lasciar loro il tempo di ritirarsi. Se fossi andato a parlamentare in quel momento, dalle finestre stesse del palazzo municipale mi avrebbero sparato. Era quasi mezzogiorno.

Un’ora dopo ero in refettorio con i miei religiosi, quando un nuovo messaggio mi convoca da parte del Dirigente.

Eccomi al Municipio – più nessuna banda armata – non ci sono che due giovanotti che hanno l’aria di gente onesta, e che sono là evidentemente per proteggere possibilmente gli ordini del Dirigente. Questi mi presenta il dispaccio riveduto e corretto, poi tradotto in tedesco, di cui mi spiega il contenuto, e mi invita a partire verso il Broletto dove in quel momento si trovava il punto più avanzato degli austriaci.

Eccoci ora in missione. Un bravo giovane con la bandiera bianca si pone tra noi due frati, e attraversiamo la grande piazza (Piazza Vecchia) con passo grave e solenne… La piazza era assolutamente vuota; neppure una mosca. Due o tre passi prima di arrivare sotto il portico, sul quale domina il grande orologio,  un grido di viva i frati parte dalle finestre sulla strada che va al Granarolo alla nostra destra; nello stesso tempo alla nostra sinistra dalle finestre sulla Porta bruciata parte un grido di morte ai frati accompagnato dall’esplosione di alcuni colpi di fucile. For-tu-na-ta-mente (direbbe Marmontel) la nostra ora non era suonata all’orologio che brillava sulle nostre teste. Eccoci percorrere la strada nuova che tuttavia è più vecchia di me; dato che nascendo l’ho trovata nuova quanto lo è adesso. Girando trasversalmente a destra ecco la grande porta del Broletto.

Un plotone di austriaci occupa l’entrata e ci aspetta con i fucili appoggiati alla guancia. Mi fermo sollevando con la destra il mio largo dispaccio. L’ufficiale con un gesto imperioso solleva i fucili dei suoi soldati e nello stesso tempo mi fa segno di avanzare. Obbedisco ed eccoci con un solo passo in Austria. L’ufficiale prende il dispaccio e vi legge Haynau. Mi chiede se voglio salire al Castello a portare io stesso il dispaccio al Generale, o se voglio aspettare la risposta in basso. Scelgo la prima offerta, purché mi venga data una scorta … ecco la scorta; un caporale e quattro granatieri. Usciamo sul lato nord da una porta nascosta. Subito i soldati si portano i fucili alla guancia come se volessero tirare alle rondini e si mettono a correre. Noi facciamo altrettanto senza sapere bene perché, spinti soltanto dalla forza dell’esempio… Ben presto mi accorgo che per salire al Castello bisognava passare sotto le finestre posteriori della porta bruciata, a buon intenditore basta mezza parola; e passiamo correndo senza incidenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco che ci arrampichiamo sulla salita che porta al Castello tra due file di case bruciate o in fiamme. Le travi dei pavimenti superiori cadevano come tizzoni fumanti accanto a noi; l’interno delle case era ingombro di carboni ardenti e la strada ricoperta di cadaveri sparsi … tuttavia non si vedeva che qualche goccia di sangue qui e là; dato che non vi era stato combattimento all’arma bianca … e tutti da una parte e dall’altra erano caduti come passeri colpiti da piombo mortale. Vedo la casa e la bottega del pittore Théosa mio amico, bruciata … la casa del Rettore  delle  Consolazioni  mio amico, bruciata !

Continuando l’arrampicata sul dorso della collina allo scoperto sulla quale si erge il Forte costruito da Cydnus figlio di Ercole si sale a zig zag; in modo che senza girarmi indietro con la coda dell’occhio ho potuto contemplare la mia povera patria in fiamme come Troia; e il fumo di ogni casa data alle fiamme, saliva dritto al cielo come il fumo di un incensorio immobile, se il vento non si frammetteva poco o tanto … Dio mio! Non una casa si è salvata!...

Eccoci introdotti nell’alta fortezza… La nostra bandiera bianca viene consegnata a una guardia che la terrà esposta alla vista di tutta la città durante il nostro incontro… Il Generale avvertito scende dai bastioni per incontrarci sulla piazza d’arme. Il suo aspetto era severo … irritato … terribile!!! Leggendo il nostro dispaccio il suo sguardo si addolcisce gradualmente … mi è parso addirittura di intravedervi qualche sprazzo di commozione trattenuta.

Bisogna sapere che l’orribile minaccia di uccidere gli austriaci malati che si erano trovati all’ospedale (circa 200 uomini)… e di sgozzare i prigionieri (circa 14), che i nostri insorti avevano fatto durante la prima sommossa, non era di natura tale da ingraziarci il generale. Ed è per evitare questo ostacolo che il Municipio, dopo aver lavorato efficacemente per la sicurezza dei malati e degli ostaggi, aveva avuto la felice idea di far firmare il dispaccio da tutte le persone della stessa categoria, che si trovavano ora sotto fedele scorta nel palazzo municipale stesso; e che testimoniavano così la propria esistenza e conservazione attuale. Il medico austriaco, uno degli ostaggi, confermava anche per i malati … Non è dunque naturale, che la vista delle loro firme producesse sul Generale un magico effetto in nostro favore? Oni soit qui mal y pense.

Avendo letto il dispaccio il Generale si girò verso di me e mi disse: “è troppo tardi; sì, è troppo tardi!... Come volete che possa fermare i miei soldati vincitori, adirati per aver visto scorrere il sangue dei loro compagni? Hanno visto cadere un maggiore, ferire un generale!!! Sapete che i vostri mi hanno ucciso duecento uomini da ieri? Perché non siete venuti ieri? Noi non dovremmo piangere oggi … Io i miei soldati, e voi i vostri concittadini!!! Venite … venite a vedere se è possibile in questo momento fermare la carneficina e l’incendio!!!”

Dicendo questo mi condusse in alto sui bastioni. Tutta la città era sotto i nostri occhi. Si vedevano le truppe padrone di porta Torre lunga avanzare sui bastioni verso Porta S. Alessandro, bruciando qua e là le case che l’inferno gli assegnava.  Una colonna marciava verso il centro della città per San Barnaba, un’altra dal Mercato nuovo si dirigeva verso Broletto. “Ecco una città, bella, ricca, dotta! (mi dice il Generale) piena di gente brava e onesta, che io conosco … incapace di compiere la minima cattiva azione … come può essere che la sua brava gente si sia lasciata dominare da una manciata di scellerati?” (In quel momento dalle finestre di una casa privata partono dei colpi di fucile) “Sono i vostri che tirano sui miei!! È una casa che sarà bruciata tra cinque minuti… E dunque? Voi non potete fermare i vostri e volete che io fermi i miei... Andate … fate ritirare tutti i vostri … Che la bandiera bianca sventoli sul palazzo municipale … su tutte le torri … sui principali edifici. Forse la vista delle sue bandiere bianche calmerà i miei soldati. Io farò del mio meglio per frenarli …“ Io lo prego di darmi una risposta scritta… “È giusto” mi dice; e si ritirò nel suo alloggio per scrivere…

Con la risposta scritta torniamo in città con la stessa scorta fino al Broletto. Vi entriamo dalla stessa piccola porta a nord, e ci fanno uscire, noi tre tutti soli, dalla grande porta meridionale che dà sul fianco del Duomo. Eccoci ora sulla piazza del Duomo  a cercare di raggiungere il municipio. Prendiamo la direzione della strada di fronte al Duomo, e che conduce a Sant’Ambrogio; quando dall’angolo di questa stessa via parte un colpo d’arma da fuoco, poi un secondo, e un terzo. Le palle passano tra noi come confetti … Il nostro portabandiera che portava anche il dispaccio fissato sul suo cappello, faceva dei balzi e dei saltelli per evitare i confetti, che vedevamo arrivare dalla bocca di un cannone, del quale non scorgevamo che la punta appoggiata contro l’angolo del muro … in quattro salti raggiungo quell’angolo, e sorprendo il nostro avversario che solleva confuso la canna del suo fucile … e io con un movimento di collera … prendo con la mano destra il lembo del mio mantello … e gli do un leggero colpo come di frusta sul dorso, come avrei fatto con il vostro Cincillà, (il cagnolino della Principessa) Signora, dicendo: “Non vedi disgraziato che siamo amici?” – “Padre … non vedo più niente … non conosco più nessuno …” Anche il nostro portabandiera lo sgrida e lo invita a seguirci al municipio …  dove ben presto arriviamo senza altri incidenti.

Il Dirigente legge la risposta del Generale che conteneva suppergiù ciò che mi aveva detto a voce.

Aggiungeva tuttavia queste parole: “che non avrebbe risposto di nulla, finché non avesse ottenuto la restituzione degli ostaggi”. Il Dirigente si ritira nel suo studio per un nuovo dispaccio, e mi prega di attendere per una seconda spedizione.

Il nuovo dispaccio conteneva la preghiera al Generale “che avesse la bontà di inviare subito un ufficiale di sua fiducia, al quale sarebbero stati consegnati gli ostaggi che erano custoditi nel palazzo stesso sotto la responsabilità del municipio.”

Al momento di partire, il nostro bravo compagno, il portabandiera, si sente male, quasi svenuto … su una poltrona … se ne cerca un altro … poi si cerca la bandiera bianca che ci era servita la prima volta … non esiste più … andate a prendere quella che c’è sul balcone del Palazzo … è scomparsa … (era la quinta che il Dirigente aveva fatto mettere, e che l’inferno aveva portato via). Si manda in fretta a bussare da un vicino bottegaio conosciuto per un rotolo di tela bianca … presto presto il bastone per attaccarci la tela … non si trova … ecco un bastone in giunco che serve per accendere le candele della Madonna là in alto … va bene … Lei ci porterà fortuna … detto … fatto … presto presto … andate … è ora.

Come ci trovammo sulla grande piazza, tre colpi di stuzzen partirono dall’alto della torre del Popolo (tor del Pégol) lanciando le loro tre palle obliquamente sul terreno che stavamo per attraversare … una delle palle ha colpito la terra così vicino a me che ho sentito le mie guance pizzicate dalla ghiaia sollevata dalla violenza del colpo. La torre del popolo fa parte del Broletto, sono dunque degli austriaci, dei tirolesi, che ci salutano così … Del resto come distanza eravamo fuori dalla loro portata!!!! Forse è anche un segnale convenuto … la parola dell’uomo che sfida il leone … Un momento dopo una colonna serrata di fanteria austriaca sbocca dalla strada delle spaderie, gira l’angolo della piazza, e con i fucili  spianati viene verso di noi a passo di carica … - Immobile sollevo il mio dispaccio … la colonna si ferma … l’ufficiale mi fa segno di avanzare … mi circondano mi interrogano in una lingua che non capisco. Per tutta risposta mostro loro l’indirizzo Haynau. Passa dall’uno all’altro tra le mani degli ufficiali. Uno di essi mi fa cenno di seguirlo, noi lo seguiamo e la colonna riprende il suo movimento verso il Municipio.

Il nostro ufficiale arrivato dalla porta di Torre lunga mi chiede a gesti dove bisogna andare per trovare il generale Haynau … Gli faccio segno che conosco il cammino, e andiamo dritti al Broletto, e da là al Castello come la prima volta, tranne che questa volta non temevamo più Porta bruciata.

Eccomi sollevato da un grande peso che mi pesava sul cuore – La mia missione era finita – Respiro più liberamente uscendo dal Castello.

Tuttavia ancora un triste spettacolo si prepara davanti ai miei occhi. Sono due infelici presi con le armi in mano, che la legge marziale condanna alla fucilazione … passano davanti a noi … scortati da un plotone di cacciatori … mi sembravano i compagni del mio Cincilla, forse anch’esso uno dei due … l’abito … l’età … la corporatura me lo facevano supporre … avrei voluto offrir loro il mio santo ministero … ma chi sa se sono cattolici o protestanti? … e poi senza esservi invitato dall’autorità competente!!!! Ci viene fatto segno di fermarci; I bastioni all’interno e all’esterno sono coperti di spettatori, cioè di tutti i soldati che non sono di servizio – I condannati vengono fatti scendere nel fossato … passano sotto il ponte … inginocchiati contro il viale vengono loro bendati gli occhi… il più robusto tra i due grida a voce alta: “Gesù, Giuseppe e Maria vi raccomando l’anima mia “. È cattolico … gli do l’assoluzione come avrei fatto con Maria Antonietta, o Maria Stuarda. Anche l’altro, ma con voce più fievole pronuncia la stessa preghiera … anche a lui do la sua assoluzione.

I cacciatori sono pronti, a tre a tre. Il più debole viene giustiziato per primo … si accascia e resta immobile, la testa quasi sulle sue ginocchia … anche il secondo … il tamburo rulla … ci viene resa la nostra bandiera bianca … Scendiamo prendendo direttamente la strada del Municipio. Erano le sei di sera. Così finisce il mio primo aprile 1849.

Nota aggiuntiva. Alcune settimane dopo era una domenica … tra le undici e mezzogiorno bussano alla porta della mia piccola cella … “Avanti” … Vedo un giovanotto che entra timidamente … si inginocchia … “avanti … avanti amico mio … credo di averla vista da qualche parte, ma non mi ricordo dove!!!”

“Padre mio, le chiedo perdono per averla offesa …” - “Io non sono stato offeso da nessuno, lei si sbaglia …” - “non mi sbaglio, padre … sono quello che lei ha toccato con il lembo del suo mantello …” (era il mio cincilla col vestito della domenica) - “… E dei suoi compagni cosa ne è stato?” - “I miei compagni, padre mio, non sono stati toccati come me dal suo mantello, si sono smarriti … sono stati presi con le armi in pugno … condotti là in alto nel Castello, e fucilati!!!” (Che segno di luce!) …

Così, quei due infelici lasciando la vita avevano trovato la porta del Cielo aperta … e a questo scopo Dio si era servito del ministero di colui sul quale essi stessi alcune ore prima avevano sparato … Oh! Saggezza Divina … quanto i tuoi giudizi sono incomprensibili e quanto le tue vie imperscrutabili!

Brescia, San Giuseppe, 29 giugno 1850       

Io sono, Signora, il vostro devotissimo servitore Padre Maurizio da Brescia ”

 

(Giorgio Zanardini - Canino 2008 - gennaio 2011).

 

FINE PARTE IV

 

 

Mauro Marroni

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

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