LE STORIE NAPOLEONICHE

 

 

 

LUCIANO BONAPARTE ,

PRINCIPE DI CANINO

Mauro Marroni.

 

2^ parte

 

2 - L’ESILIO

 

Nella sua ultima carica di Tribuno, Luciano aveva svolto un ruolo di primo piano anche nel faticoso processo che aveva portato alla stesura del Concordato tra Chiesa e Stato Francese, assumendo posizioni molto favorevoli agli interessi della Chiesa (vedi il discorso al Corpo Legislativo dell’8 aprile 1802 sull’importanza della Religione).

L’anno successivo lo ziastro Cardinale Joseph Fesch fu designato dall’Imperatore Ambasciatore di Francia presso la Santa Sede.

Fu piuttosto naturale quindi che Luciano, sdegnosamente allontanandosi da Parigi, scegliesse Roma quale sua nuova dimora e il ben disposto e buon Pio VII come suo nuovo sovrano.

Utilizzando parte della fortuna accumulata, acquistò Palazzo Nunez a Roma, Villa Rufinella (o Tuscolana, o di Cicerone) a Frascati e 8000 ettari di terreno e il Palazzo Farnese a Canino.

A Roma stabilì quindi i suoi interessi e la sua famosa collezione di dipinti, al Tuscolo si esercitò nei suoi primi scavi archeologici.

Tra Roma, Frascati e Canino distribuì il numeroso suo seguito tra cui spiccavano le presenze del pittore Charles de Chatillon e del frate minore Padre Maurizio da Brescia il quale, conosciuto dopo pochi mesi dall’arrivo a Roma, divenne il suo compagno e amico, precettore dei numerosi figli, collaboratore inseparabile.

 

 

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

 

PADRE MAURIZIO DA BRESCIA

 

“Ond’io quando veggo il Principe di Canino eleggere un francescano a precettore de’ suoi figli e contemplo quel frate assisterlo nelle astronomiche esplorazioni di Sinigallia; poi fra le tombe di Cavalupo descrivere i monumenti di Vitulonia emersi a rinnovare sulle origini misteriose delle italiane arti la grave lite; quando il veggo salir sotto la vetta di un colle tutto irto d’armati e d’armi, per farsi mediatore tra il popolo bresciano che memore dell’antica Virtù, volea pur vincere o morire, ed un esercito, che come di ferrea catena l’avea recinto, non posso a meno di non replicare col Botta ritrovarsi anche ne’ frati uomini egregi” (Federico Odorici – Raccolta di cronisti e documenti storici lombardi – Brescia, 1857).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con questa citazione inizia il resoconto che, sotto il titolo “Un’amicizia dalla terra al cielo”, un pronipote del frate, Don Giorgio Zanardini, ha fatto (pubblicandolo a puntate sulla rivista “Canino 2008”) della lunga collaborazione, amicizia e condivisione di vita che, per un periodo di oltre trenta anni, ha unito le esistenze del Minore Osservante di Brescia e del Principe di Canino.

La storia della movimentata vita dei due illustri personaggi la troviamo in buona parte tra la  ricchissima e inedita documentazione raccolta da un’altra discendente di Padre Maurizio, Virginia Malvestiti e da suo marito Roberto Lanzi che impreviste quanto fortunate circostanze avevano avvicinato alla Associazione Culturale Luciano Bonaparte Principe di Canino.

In attesa della pubblicazione integrale del loro grande lavoro di raccolta, mi sembra opportuno riprodurre qui u7na piccola parte di quei documenti per l’importanza che rivestono relativamente alla storia della famiglia di Luciano

Se, tra i figli di Luciano, Carlo divenne uno dei più famosi scienziati italiani della sua epoca, pubblicando numerose opere considerate ancora di fondamentale importanza nel campo della ornitologia; se Luigi fu famoso linguista o Maria appassionata poetessa, una buona parte di merito va all’opera svolta da Padre Maurizio, il quale fu per loro sapientissimo precettore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro giornaliero del Frate andava dalla programmazione del piano di studi alla elaborazione di vere e proprie dispense di francese, matematica, trigonometria, storia, musica…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma il rapporto privilegiato era quello con Luciano. Una vera e propria scelta di vita che il francescano fece inizialmente pressato daql Bonaparte e quindi, molto più consapevolmente, al momento della partenza per l’America quando chiese al Papa Pio VII la dispensa dall’indossare il saio:

“Alla Santità di N. Signore Pio PP. VII

Beatissimo Padre

Il Religioso F. Maurizio da Virola Sacerdote dell’Ordine di S. Francesco prostrato ai Piedi della Santà Vostra umilmente Le rappresenta che trovasi nella necessità di intraprendere un viaggio nel quale può essere obbligato a incedere in abito di Prete Secolare; supplica perciò la Stà Vra a volersi degnare di accordargliene coll’Apostolica Sua Autorità il grazioso necessario permesso”

Ed il Papa, con lettera autografa, glielo concesse.

Luciano, la sua numerosa famiglia e Padre Maurizio non riuscirono nel loro tentativo di raggiungere il nuovo continente ma, bloccati in Inghilterra, si dedicarono per qualche anno il Principe a terminare la stesura dello “Charle Magne” e Padre Maurizio a tradurlo in italiano.

             Quindi, al momento del ritorno a Roma, il Frate si occupò della redazione della dedica del libro al Santo Padre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Padre Maurizio, si trovò poi a seguire il neo Principe di Canino nell’avventuroso viaggio verso Parigi; quando Luciano volle raggiungere Napoleone reduce dall’esilio dell’Elba e quindi, dopo il disastro di Waterloo, nel travagliatissimo viaggio di ritorno a Canino.

Dopo la morte dell’amico, in una “nota confidenziale per la Signora Principessa di Canino”, il francescano fece un dettagliato resoconto di quei giorni:

 

“Note confidentielle pour Madame la princesse de Canino.

Si era verso la primavera del 1815 quando il Principe di Canino Luciano Bonaparte mi disse di tenermi pronto a partire da Roma per un lungo viaggio insieme a lui.

Si diceva che l’Imperatore Napoleone avesse lasciato l’isola d’Elba, che fosse sbarcato in Francia e che marciasse verso Parigi. Il Re di Napoli si preparava ad attraversare gli Stati papali con il suo esercito. Il Papa e i Cardinali partivano per Firenze e Genova...

Il Principe mi disse di procurarmi un passaporto in regola per l’Inghilterra dove ci saremmo recati a prendere sua figlia Christine, che era rimasta a Londra. Ma che era sua intenzione fermarsi in Svizzera qualche tempo, e che avremmo visto da là cosa convenisse fare... che era necessario che il mio passaporto fosse negli stessi termini di quello che avevo ottenuto un anno prima a Londra da Lord Castlereagh, cioè, per me, il mio segretario e un corriere.

Mi recai alla Polizia, scambiai il mio vecchio passaporto con un altro tutto nuovo negli stessi termini e l’indomani (giorno di Pasqua, 26 marzo - ndt) verso sera fummo sulla strada di Firenze. Papa Pio VII era ancora in città, e si preparava a partire per Genova. Mi recai a palazzo Pitti da parte del Principe per portare una lettera al Cardinale Pacca, segretario di Stato, che mi ricevette con molta cordialità.

Partimmo da Firenze il giorno seguente e, passando da Milano senza fermarci, prendemmo la via della Svizzera da Arona e Domodossola.

Dovemmo salire su una slitta per scendere dal Sempione a Briga a causa della neve che bloccava le vetture.

Gli scarti di un mulo screanzato ci rovesciarono entrambi sul bordo di un precipizio...; grazie alla neve sulla quale cademmo come su un letto di piume, la nostra caduta non ebbe conseguenze incresciose.

Ci riposammo a Briga una notte, e il giorno seguente, che era la domenica di Quasimodo (2 aprile - Nel calendario cristiano questo termine designa la prima domenica dopo Pasqua), dopo la Messa, che celebrai di buon’ora nella chiesa vicina, proseguimmo la nostra strada per il Valais, dove, soprattutto a Saint Maurice, le signore, al trambusto del nostro passaggio, si affacciavano alle finestre con gli abiti della domenica e allungando il capo sembravano fiere di mostrarci le loro graziose gorgere... era una meraviglia da non credere... Andando così di buona lena dal paese di Vaud sui bordi del lago ci fermammo alle porte di Ginevra.

Qui, il Principe dopo aver letto i giornali mi annunciò che desiderava proseguire il nostro viaggio fino a Parigi e forse fino a Londra senza fermarci in Svizzera.

Non era prudente da parte mia spingermi oltre indossando le mie vesti di religioso; e il Principe mi fornì dal suo guardaroba tutto ciò di cui avevo bisogno.

Ci avviammo dunque verso Parigi e attraversammo la Francia fino a Charenton senza che alcuno ci chiedesse da dove venissimo, e in Francia non ebbi bisogno di mostrare il mio passaporto.

A Charenton il Principe prese un appartamento all’Auberge de la Poste, e da là inviò il suo corriere (Jean Roselli) al Principe Joseph.

Numerosi furono i messaggi che i due fratelli si scambiarono in due giorni. E fu qui a Charenton che il Principe ricevette la visita dei suoi amici, Rossi, Chatillon, Isoard.

In seguito il Principe mi disse che l’Imperatore voleva vedere padre Maurizio

- Come mai?

- Non so.

- Ebbene, eccomi.

- Vi darò una lettera per mio fratello Joseph; voi andrete a portargliela e farete ciò che egli vi dirà.

- Ma, Signore, non devo dire nulla all’Imperatore da parte vostra?

- No, non sono io ad inviarvi da lui, ma è lui che vi richiede. Tuttavia ho un consiglio da darvi: se nella vostra conversazione siete obbligato a parlare di me, non vi riferite a me come al Principe di Canino, questo potrebbe contrariarlo; chiamatemi Principe Luciano. Forza, partite, e fate molta attenzione a tutto ciò che vi dirà l’Imperatore affinché possiate farmene un resoconto esatto.

Io parto, arrivo all’Elisée dove risiede il Principe Joseph. Vengo introdotto in una sala dove vi sono una ventina di persone che attendono che il Principe si presenti. Alcuni minuti dopo il Principe appare; al mio inchino, egli risponde con un sorriso incoraggiante e mi fa segno con la mano di attendere. Concede udienza a tutti, iniziando da colui che era alla mia sinistra per lasciarmi per ultimo; si spostava dall’uno all’altro ricevendo consensi e dando speranze a chi più, a chi meno e congedando tutti assai contenti; e tutto questo in un quarto d’ora.

Quando fummo soli mi disse:

- Come sta mio fratello?

- Benissimo, Monsignore.

- Voi sapete che dovete vedere l’Imperatore?

- Sono pronto.

- Azara, il mio aiutante di campo vi condurrà alle Tuileries, io vi andrò tra un istante, e vi presenterò io stesso.

Diede ordine a M. Azara, che mi fece segno di essere pronto. Salimmo in vettura ed entrammo alle Tuileries dalla porta des Offices. Il Principe Joseph non c’era, e neppure l’Imperatore. Nell’attesa ci mettemmo dunque nel vano di una finestra per conversare.

Alcuni minuti dopo, ecco un Signore che entra dalla stessa parte da cui eravamo entrati noi e, attraversando la sala a grandi passi, senza rivolgere la parola ad alcuno, neppure al valletto di guardia, apre la porta ed entra diretto nell’appartamento dell’Imperatore. Dev’essere, dissi tra me, qualcuno che ha libero accesso.

Appena passato, un valletto esce dalla stessa porta e squadrandomi dalla testa ai piedi si avvicina all’uomo di guardia e gli dice all’orecchio:

- Cosa fa qui quel signore?

- È un ordine del principe Joseph.

Tutto questo “a parte”, come a teatro, con la mano destra alzata e allargata affinché il suono delle parole non si propagasse e tuttavia sussurrando abbastanza forte da farsi udire da tutti.

Il valletto ritirandosi fa un gesto di approvazione. Riprendendo allora la mia conversazione con M. Azara, gli chiedo:

- Come si chiama quel Signore passato poco fa?

- Benjamin Constant.

Lo conosco di fama… Ma ecco un altro Signore che passa come il primo, il cilindro claque sotto il braccio, a passo svelto, in silenzio, apre la porta ed entra dall’Imperatore.

Questa volta, pensavo, non chiederanno perché sono qui, poiché là dentro a quest’ora lo sanno. Niente affatto. Appena passato quel Signore, si presenta un valletto e, come il primo, guardandomi e facendo il gesto dell’“a parte”, dice in tono imperioso all’uomo di guardia:

- Quel signore non deve essere qui.

- È per ordine del Principe Joseph.

Fa un gesto di approvazione, e si ritira.

- Chi è quell’altro Signore appena passato?

- È Fouché.

In quel momento odo un brusio di persone che si avvicinano; il valletto di guardia apre i due battenti dicendo:

- Arriva l’Imperatore.

In effetti vedo una lunga fila di cortigiani in abiti ricamati entrare camminando solennemente uno dietro l’altro...

Il più innanzi era già all’estremità dell’anticamera quando dalla coda di questa processione si ode un tramestio di piedi, un pss! pss! Si volgono tutti all’istante e, tenendo il cappello in mano ripassano correndo dalla stessa porta dalla quale erano entrati.

- Cosa succede?

Chiede M. Azara al domestico di guardia che richiude i due battenti.

- È l’Imperatore. Stava arrivando da quella porta, ma è tornato indietro per rientrare dall’altra parte.

Infatti cinque minuti dopo la nostra porta si apre e mi viene fatto cenno di entrare. L’Imperatore era con il Principe Joseph. Si gira verso di me e mi dice:

- Voi siete padre Maurizio da Brescia?

- Sì, Maestà.

- La mia buona città di Brescia... bravi abitanti... Io ho formato gli spiriti degli abitanti di Brescia... Mi hanno detto che voi amate molto il Papa...

- Non faccio che il mio dovere.

- Ho avuto molti torti verso il Papa... Ma ora tutto è cambiato... Avevo una benda sugli occhi... Il Papa... È un sant’uomo... Lo conosco da molto tempo... Ma lo conoscevo male... Avevo una benda sugli occhi... Credevo fosse un uomo molto debole... Quando ha cominciato a resistermi ho pensato che fosse a causa della sua debolezza e dei cattivi consigli di chi lo circonda... Ho voluto isolarlo, continuava a resistermi... L’ho trattato duramente... Ho avuto torto... Avevo una benda sugli occhi... Sapete chi mi ha illuminato?... I Borboni... Quando ho visto che il Papa resisteva ai Borboni per l’affare dei Vescovi... Perbacco!... Il Papa resiste ai Borboni come ha resistito a me!!!... Ho aperto gli occhi... Sì, il Papa è un uomo di coscienza, si potrebbe minacciarlo di morte, non cederà di un passo, se è convinto che la resistenza sia un dovere. Ora che ho aperto gli occhi, farò tutto per il Papa. Riconosco tutti i suoi diritti, gli garantisco tutti i suoi Stati... Quando potrò rimettermi in comunicazione con lui lo dichiarerò con franchezza, e manterrò la mia parola... Sì, manterrò la mia parola.

Parlando e passeggiando, l’Imperatore era giunto più volte alla finestra, ma ora appoggiò il capo contro il vetro per essere scorto dal basso; subito si udirono le grida di “Viva l’Imperatore” risuonare nei giardini che parvero rispondere alle parole dell’Imperatore.

- Sì, manterrò la mia parola.

Egli si volge, si ferma con le braccia incrociate sul petto e mi guarda fissamente:

- Vostra Maestà, dico, inclinando la testa, Vostra Maestà è l’idolo di Parigi.

- E dell’esercito - dice l’Imperatore tendendo il braccio con impeto…

- Avete visto i miei grandi appartamenti?

- No, Maestà – gli risposi.

- Andate a vederli.

Si avvicina alla porta posta di fronte a quella da cui ero entrato, e l’apre con la mano. Subito un valletto si presenta e l’Imperatore gli dice in tono incalzante e quasi in una sola parola:

- Mostrategli i miei grandi appartamenti.

Feci un inchino e uscii. Il valletto chiuse la porta e girandosi verso di me:

- Cosa devo fare – mi dice – giacché non ho compreso cos’ha detto l’Imperatore.

- Sua Maestà ha detto di mostrarmi la via per uscire passando dai suoi grandi appartamenti.

- Signore, ecco i grandi appartamenti, al termine dei quali si scende e si esce.

Ciò dicendo mi condusse fino alla sala del trono, e si ritirò. Attraversai a mio agio i grandi appartamenti, discesi dalla grande scala e uscii dalla grande porta, senza incontrare nessuno.

Non avevo nulla di più urgente che andare dal Principe per fargli un resoconto della mia conversazione con l’Imperatore.

Presi una carrozza e dissi al conducente di portarmi a Charenton e, per non fare lo stesso percorso dell’andata attraverso i quais, prendemmo per i boulevards.

Feci una breve sosta per prendere un gelato al Caffè Turc, e riprendendo il cammino notai una casa accanto al caffè che aveva una sola finestra affacciata sul boulevard. Ebbene, fu da quella finestra che Fieschi fece esplodere (15 anni dopo) la sua “macchina infernale”.

Arrivai a Charenton che era già notte e raccontai al Principe del mio incontro. Il giorno seguente (9 aprile) verso sera, il Principe Joseph venne a far visita a suo fratello a Charenton e vedendomi mi disse:

- Ah. Eccovi!... Ma ieri cosa avete fatto? Non vi ho più visto!!! Dovevate venire a pranzo da me... poi a teatro... dovevo condurvi al palco dell’Imperatore...

Il Principe Luciano, venendo incontro a suo fratello interruppe questo discorso del quale non capivo nulla. E che non compresi che a metà alcuni giorni dopo, quando vidi nel Moniteur un articolo nel quale si diceva: che il Principe Luciano era arrivato in incognito a Parigi il tal giorno (che era il giorno in cui mi ero recato), che era entrato dall’Imperatore dalla porta des Offices, che la sera si era recato a teatro nel palco dell’Imperatore... sempre in incognito. A questo punto compresi quale era stato lo scopo del mio incontro con l’Imperatore.

Mostrai questo articolo al Principe Luciano con le mie riflessioni, e il Principe ridendo convenne che avevo ragione. Sono convinto che tutti i giornali d’Europa abbiano ripreso questo articolo del Moniteur.

E tuttavia il Principe non si recò a Parigi quel giorno, ritornammo invece a Ginevra e ci fermammo un mese a Bellevue, piccola dimora in Francia sulle rive del lago vicino a Versoix, poiché avendo l’articolo del Moniteur richiamato l’attenzione degli alleati sui movimenti del Principe, ci aveva chiuso l’accesso alla Svizzera.

Infatti, partendo da Charenton andammo dapprima a La Grange, dove il Principe Joseph desiderava incontrare il Principe Luciano. La Grange era allora proprietà del conte Clary, cognato del Principe Joseph.

Questo castello non si trovava sulla strada che dovevamo percorrere per tornare in Svizzera, ma non ce ne deviava troppo. Vi trovammo il conte Clary, il Principe Joseph e la Principessa Julie, e ci fermammo per la notte. Il Principe Joseph e il Principe Luciano convennero che avremmo passato qualche tempo a Prangin, proprietà del Principe Joseph in Svizzera.

Partimmo da La Grange di buon mattino e procedemmo celermente giorno e notte fino a Prangin, dove arrivammo un giorno verso il tramonto.

Fummo accolti molto bene dal custode. Mentre stavamo cenando, un Magistrato del Comune chiese di parlare al Principe di un affare molto urgente.

Venne ammesso, e dichiarò al Principe, tra mille affermazioni di rincrescimento, che pensava possibile, e addirittura probabile, visti i provvedimenti del governo svizzero nei confronti della famiglia, che nella notte stessa egli ricevesse l’ordine di arrestare il Principe.

Che quindi non c’era tempo da perdere ed era necessario passare la frontiera il più presto possibile. Anziché coricarci risalimmo in vettura. Un abile conducente munito del mio passaporto ci fece passare la frontiera sorvegliata da un passaggio di Bernois, dove ci crearono delle difficoltà ma alla fine ci lasciarono passare.

Il nostro conducente ci depositò da M. Brune, possidente di Versoix e che ci ospitò provvisoriamente come poté. Prima di andare a dormire il principe aprì il suo portafoglio e mi mostrò un dispaccio indirizzato al Cardinale Fesch a Roma. Mi chiese cosa pensavo si dovesse fare.

- Mah - dissi io - bisogna rispedirlo a Parigi oppure bruciarlo.

- Si, avete ragione, visto che non possiamo andare a Roma, bisogna bruciarlo.

Dicendo ciò aprì il dispaccio che conteneva due lettere. Avvicinandosi alla luce il principe lesse quella indirizzata al Papa, nella quale gli si assicurava il possesso di tutti i suoi Stati, ecc. L’altra lettera, quella per il Card. Fesch, conteneva numeri in gruppi di quattro che non fu possibile comprendere. Il tutto fu bruciato così che noi ci coricammo in mezzo al profumo di questo olocausto diplomatico. Il mattino seguente il Principe inviò il suo corriere a Lucerna, dove risiedeva Monsignor Testaferrata, Nunzio apostolico, che recava le lettere di raccomandazione del Cardinale Della Somaglia, Capo del governo provvisorio di Roma, di cui eravamo provvisti, una per me personalmente e l’altra per il Principe.

Ed egli pregava Monsignore di prenderlo sotto la sua protezione e di fargli avere la possibilità di poter soggiornare in Svizzera accanto a lui e sotto la sua tutela, poiché non aveva alcuna intenzione di occuparsi di politica. Il risultato di questa corrispondenza fu che, nonostante le pressanti istanze del Nunzio, la Dieta riunitasi a Sciaffusa non poteva acconsentire alla richiesta del Principe e non poteva ammettere il Principe in Svizzera se non come prigioniero di Stato. Il Principe dunque fu costretto ad affittare una piccola dimora nel territorio di Versoix in Francia sul bordo del lago.

Questa casa si chiamava Bellevue e apparteneva M. Rosenberg. Poiché le ostilità stavano per scoppiare, il Principe decise di recarsi definitivamente a Parigi e io partii per Roma, un mese circa dopo il mio incontro alle Tuileries.

Nota: Non ricordo il giorno preciso dell’incontro, ma penso mi si possa rintracciare sul Moniteur intorno al ventesimo dei cento giorni, sotto il nome del Principe Luciano, di cui quel giorno io indossavo gli abiti, dalle scarpe al cappello).

Padre Maurizio

(Giorgio Zanardini, L'incontro con Napoleone, in Canino 2008, rivista trimestrale dell’Associazione Culturale Luciano Bonaparte Principe di Canino, Anno IV n. 3 – Settembre 2009).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FINE SECONDA PARTE

 

Mauro Marroni

medaglierenapoleonico@gmail.com

http://www.museicastiglionfiorentino.it/

Via del Tribunale 8, Castiglion Fiorentino (AR)

  • Facebook - Black Circle
  • TripAdvisor - Black Circle
  • YouTube