LE STORIE NAPOLEONICHE

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LUCIANO BONAPARTE ,

PRINCIPE DI CANINO

Mauro Marroni.

 

13^ parte

 

 

Nel suo testamento l’Imperatore era stato attento a rinsaldare l’unità della famiglia nominando eredi tutti i fratelli, sorelle e nipoti. La dura contrapposizione che aveva segnato i suoi rapporti con Luciano era già stata ricomposta quando il “ribelle” lasciò Canino per andare a Parigi durante i Cento Giorni e Napoleone stesso volle donargli, in segno di riconoscenza e riappacificazione, la Legion d’Onore di sua proprietà. Con quest’ultimo atto volle evidentemente porre fine alle discriminazioni cui aveva sottoposto la famiglia del Principe di Canino:

“Quest’oggi 15 aprile 1821, a Longwood, isola di Sant’Elena. Questo è il mio testamento, o atto delle mie ultime volontà … 7° - ringrazio la mia buona ed eccellentissima madre, il Cardinale, i miei fratelli Giuseppe, Luciano, Girolamo, Paolina, Carolina, Giulia, Ortensia, Caterina, Eugenio dell’affetto che mi hanno dimostrato; perdono a Luigi il libello che ha pubblicato nel 1820 … Al- legato A … 2° - Marchand conserverà i miei capelli, e ne farà fare un braccialetto con un piccolo lucchetto in oro, per essere inviati all’imperatrice Maria Luisa, a mia madre, ed a ciascuno dei miei fratelli, sorelle, nipoti, al cardinale e in una quantità maggiore a mio figlio …” (Las Cases, Il memoriale di Sant’Elena, Casini Ed., Roma 1962).

Luciano riceverà, come da disposizioni testamentarie, “una coppia di fibbie in oro per giarrettiera, una treccina fatta con i suoi capelli e un cappotto di velluto cremisi ricamato con giacca e calzoni” (Frédéric Masson, Napoléon et sa famille, Vol.13, pag.246, Paris 1897-1919).

Pur evitando di nominare Alessandrina (ringrazia dell’affetto quelli che gli erano stati vicino...), include lei (cognata e quindi tra le “sorelle” e quindi tra le “Principesse-Altezze Imperiali”) e i nipoti, tra i destinatari del lascito più intimo e familiare. Siamo sicuri di interpretare bene?

E’ conservata nell’Archivio Faina (Carte Bonaparte, CCXIX, n.1) la lettera con la quale, adempiendo alle ultime volontà di Napoleone, Marchand Louis Joseph Narcisse spedì il medaglione contenente i capelli dell’Imperatore alla Principessa di Canino: “Parigi 14 febbraio 1823. Madame, l’Imperatore, mio Augusto Signore si degnò di ordinarmi di far fare, con i suoi capelli tagliati dopo la sua morte, un braccialetto per l’Imperatrice, uno per Madame (Letizia, la madre – ndr) una catena per il Principe suo figlio, poi di ripartire il resto dentro piccoli medaglioni, per ciascuno dei Principi e Principesse della sua famiglia e uno per il Cardinale (Joseph Fesch, lo ziastro – ndr). In conseguenza di dette ultime volontà dell’Imperatore, ho l’onore di inviare a Vostra Altezza Imperiale il medaglione che le è stato destinato. Io sono con profondo rispetto, Madame, di Vostra Altezza Imperiale, l’umile e obbediente servitore. Marchand”. (Mauro Marroni, I Cento Giorni di Luciano Bonaparte, Ed. Silvio Pellico, Montefiascone 2018, pag.191).

Quasi a voler dare seguito alle ultime raccomandazioni di Napoleone che avrebbe voluto rafforzare i rapporti familiari con matrimoni tra consanguinei, l’antico e affettuoso rapporto che sempre aveva legato Luciano al fratello maggiore (espatriato negli Stati Uniti dopo Waterloo), produsse il matrimonio del suo primogenito Carlo con Zenaide (prima figlia di Giuseppe e Giulia Clary). E incurante delle voci allarmistiche che circolavano, in quella occasione Luciano richiese e ottenne per sé e per il figlio il passaporto per l’America ma utilizzò poi quel documento solo per recarsi a Bruxelles dove, il 29 giugno 1822, fu celebrato il matrimonio tra i due cugini i quali da lì partirono per recarsi negli Stati Uniti. E fu nel nuovo mondo che il futuro Secondo Principe di Canino mise a frutto la passione che da sempre nutriva per le scienze naturali.

 

 

 

CARLO LUCIANO

 

In Corsica, ancor più che in altre parti del mondo, dare al neonato il nome del capo famiglia era il primo segno di appartenenza e il primo ossequio a chi, avendone diritto, ne era riconosciuto come l’esponente più autorevole e rappresentativo.

Se questi poi rivestiva cariche che aumentavano la sua importanza anche fuori dell’ambito familiare, questo segno di obbedienza era dato per scontato.

Se infine il gesto di sottomissione era manifestamente richiesto ed i favori ricevuti dal capo non altrimenti ricambiabili…

Tutti i fratelli di Napoleone si adattarono alla regola: Luigi impose ai due figli i nomi di Napoleone Luigi e Luigi Napoleone rispettivamente; Elisa, oltremodo riconoscente, chiamò la figlia Napoleona, trasmettendole peraltro anche i non invidiabili tratti mascolini che la rendevano piuttosto somigliante allo zio. Giuseppe, al quale, per diritto di primogenitura, sarebbe spettato quel titolo di capo famiglia che invece, per scarso orgoglio (e calcolata convenienza?), aveva lasciato al poco malleabile fratello, fu esentato dalla umiliante incombenza per la fortunata circostanza di aver messo al mondo due figlie femmine.

Quando, partorito da una moglie “non riconosciuta” e anzi invisa a Napoleone, il 24 maggio 1803 nacque a Parigi il primo figlio maschio di Luciano, questi, non smentendo la sua grande intelligenza politica, senza rinnegare l’opinione già espressa che voleva Giuseppe capo famiglia, resistendo alle reiterate pressioni del fratello che pretendeva il divorzio ma senza nemmeno tagliare l’ultimo ponte, scelse per il fanciullo il nome inattaccabile del padre: Carlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Carlo Luciano Bonaparte bambino, carboncino mm.184x151, Roma Museo Napoleonico).

 

 

Charles-Lucien-Jules-Laurent Bonaparte (Parigi 24 maggio 1803 – Parigi 29 luglio 1857), primo frutto del prolifico albero coltivato da Luciano e Alessandrina, secondo Principe di Canino, “fu un personaggio assai particolare, eminente zoologo specializzato in ornitologia e focoso rivoluzionario” (Joseph Valynseele, Le sang des Bonaparte, Paris 1954, pag.41).

Furono suoi primi precettori il francescano M.O. Padre Maurizio da Brescia e il Dott. Defrance i quali vivevano nella casa di Luciano e quindi rappresentavano i suoi punti fissi di riferimento; coadiuvati da altri insegnanti che si alternarono col cambiare delle residenze di Luciano. Tra questi ultimi, ad esempio, il Padre Semeria che lo seguì durante i periodi passati a Bagnaia e Viterbo (ricordiamo che qui Carlo venne inserito tra i membri dell’Accademia degli Ardenti come risulta dal verbale la cui foto abbiamo inserito nella Parte 11).

 

 

 

 

 

 

(Jean-Baptiste Wicar, Carlo Luciano Bonaparte con due suoi precettori, carboncino mm.144x185, Roma Museo Napoleonico).

 

Era sicuramente insieme a Padre Maurizio che il piccolo Carlo andava girando per le campagne intorno a Canino e Musignano alla ricerca di esemplari tra la ricchissima flora e fauna che ancora oggi sono caratteristiche di questi inviolati angoli della Maremma. Tra i boschi dei Monti di Canino, in mezzo ai canneti che nascondono le innumerevoli pozze di acqua sulfurea, sulle ripide sponde del fiume Fiora che segnano i limiti dell’antica città etrusca di Vulci, i due cercavano i campioni di erbe, fiori e insetti. Non sappiamo se il francescano avesse già percepito la particolare predisposizione del giovane allievo, né se il principino stesse già sognando ricerche più vaste, ma di certo Canino e Musignano furono le sue prime aule scolastiche.

Le passeggiate maremmane finirono quando Luciano decise di aprire un’altra pagina della sua non poco movimentata esistenza decidendo l’acquisto di una nuova casa e il trasferimento della famiglia a Bologna, dove risiedevano altri membri della famiglia allargata dei Bonaparte e, in primis, la figlia Anna maritata al bolognese Principe Alfonso Hercolani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Scheda di una delle piante inviate da Canino alla Facoltà di Botanica dell’Università di Bologna nel 1824).

 

 

Quando nella primavera del 1823 i due giovani sposi nipoti di Napoleone attraversarono l’Atlantico per andare dallo zio dello sposo e padre della sposa, il capo della famiglia Bonaparte risiedeva già da alcuni anni a Point Breeze vicino a Filadelfia. Gli appunti che Carlo aveva compilato nelle campagne di Canino, le osserva- zioni sugli uccelli marini eseguiti durante la lunga traversata, gli studi degli anni seguenti presso la prestigiosa Accademia delle Scienze di Filadelfia, costituirono la base della sua prima opera: American Ornithology e della successiva, monumentale Iconografia della Fauna Italica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’opera lo impegnò per quasi nove anni ed apparve nelle librerie in fascicoli separati dal 1832 al 1841, come era uso per le grandi opere dotate di costose tavole litografiche. Nel volume terzo, dedicato ai pesci, il Principe di Musignano descrive uno squalo di eccezionali dimensioni, pescato in Adriatico, tra Fermo ed Ancona, del quale dà le misure: diciotto piedi di lunghezza, pari a 5 metri e 40 centimetri per un peso stimato di 4000 libre pari a una tonnellata e 300 chilogrammi. Il Bonaparte chiama questo squalo con il nome latino di Carcharodon lamia. In realtà si tratta di uno squalo grigio che nella attuale nomenclatura zoologica è Carcharodon plumbeus, ma questa è la pignoleria nomenclaturale tipica degli zoologi di oggidì. Della cattura di questo gigante “il Canino” fa una descrizione pittoresca, dice di “fragor delle onde sferzate” e di “sbilanciar del naviglio” per poi farci sapere che i pescatori portarono a Roma questo enorme pescecane per farne dono a Papa Gregorio “protettor generosissimo delle utili scienze che, vedutolo, volle farne dono all’insigne Museo della nostra Università”.

Dunque lo squalo del Bonaparte doveva trovarsi nel Museo di Anatomia Comparata dell’Università di Roma, nel fondo che ha ereditato dal Museo del Pontificio Archiginnasio. In effetti in un mano- scritto non datato, che elenca gli oggetti posseduti dal Museo di Zootomia compare, assieme al Capo- doglio spiaggiato a Palo nel 1832, “grande scheletro di un pesce cane”: la notazione di questi due reperti, entrambi posseduti dal nostro museo, mi consente di collocare il manoscritto tra il 1835 e il 1840. D’altra

parte in una famosa incisione del Cacchiatelli e Cleter (Le arti e le scienze all’epoca di Pio IX , Roma Tipografia delle Belle Arti, 1860) si vede pendere dal soffitto un grande squalo imbalsamato. Non fu difficile riconoscere tra i materiali zoologici del Museo uno scheletro cartilagineo, purtroppo incompleto, di un grande selacio che per le dimensioni corrisponde a quelle descritte dal Bonaparte nella sua Iconografia della Fauna Italica. Si diceva che il reperto è incompleto, manca dello scheletro delle branchie e di quello degli arti che, verosimilmente, restarono all’interno del corpo naturalizzato appeso alle capriate del museo dell’Archiginnasio a Sant’Ivo alla Sapienza, preparazione che certamente andò perduta a causa della facile deperibilità di preparazioni di quel tipo. La grande bocca spalancata, uno spaventoso sbadiglio, è però esposta nella sala didattica del Museo di Anatomia Comparata, munita dei taglienti denti triangolari, tipici di questa specie; la sua misura, tra i due estremi della cartilagine mandibolare è di oltre mezzo metro, che ben si adatta a quei 18 pollici che il nostro Carlo Luciano Bonaparte aveva misurato nell’apertura boccale “in linea retta da angolo ad angolo.

Assieme a tratti della lunga colonna vertebrale è lì, ad attendere tutti coloro che vorranno

vederlo e rendere uno … zoologico omaggio a Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino e Musignano ed imperatore dell’Ornitologia”. (Capanna Ernesto, Lo squalo di Bonaparte, in “Canino 2008”, anno IV n.2 giugno 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Canino in divisa.

 

Erede degli ideali repubblicani del padre e come lui appassionato oratore, aveva già promosso e organizzato i primi Congressi degli Scienziati Italiani ed era conosciuto come “il Canino” quando prese parte, in un ruolo di primissimo piano, insieme al cognato Vincenzo Valentini, alla sfortunata avventura della Repubblica Romana, repressa nel sangue dal suo cugino carnale Napoleone III.

Carlo aveva contribuito alla elaborazione della Costituzione e mentre i soldati francesi stavano ormai soffocando gli ultimi valorosi tentativi degli eroi venuti a difendere la Repubblica, tentò ancora di modificarne il testo in modo ancor più radicale proponendo, inascoltato, l’abolizione della religione di Stato, la concessione della cittadinanza ai nati in Italia, la tassazione proporzionale, la nomina delle cariche governative direttamente dal popolo. Ne subì le conseguenze con l’esilio e la successiva espulsione anche dalla Francia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Carlo Luciano Bonaparte, incisione del 1849 di T.H. Maguire).

 

 

In seguito il cugino imperatore acconsentì al suo rientro a Parigi dove, forse a causa di problemi cardiaci, il 29 luglio 1857 cessò di vivere prematuramente all’età di 54 anni lasciando incompiuta parte delle sue ultime opere. Napo-leone III lo fece inumare nella Cappella Imperiale di Aiaccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Aiaccio, Museo Fesch e Cappella Imperiale).

 

 

 

 

Bibliografia:

Bartoccini Fiorella, Bonaparte Carlo Luciano in Dizionario biografico degli Italiani, 1969, Vol.XI, pagg.549-556, Roma, 1969).

Bartoccini Fiorella, Il Principe di Canino, in Capitolium, 1949 n.9-10, pagg.261-266.

Capanna Ernesto, Eran quattrocento. Le riunioni degli scienziati italiani (1839-1847), CLUEB, Roma 2011

Casanova Antonio Glauco, Carlo Bonaparte Principe di Canino. Scienza e avventura per l’unità d’Italia, Gangemi Editore, Roma, 1999.

Casanova Antonio Glauco, Carlo Luciano Bonaparte Principe di Canino e la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, Tipografia Silvio Pellico, Montefiascone, 2005.

 

 

Fine Parte XIII

Mauro Marroni

 

 

 

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