LE STORIE NAPOLEONICHE

LA SICILIA RIVOLUZIONARIA E

NAPOLEONICA

 

  

IL MISTERO DELLE RIVOLTE ANTIGIACOBINE IN SICILIA

 

Storia di una controrivoluzione

 

            Con l’occupazione francese del Regno di Napoli e il trasferimento della corte borbonica a Palermo grazie al provvidenziale aiuto della Marina inglese capitanata dall’Ammiraglio Nelson, già dal 1799, incomincia a diffondersi in Sicilia un clima “avvelenato”. La paura si trasforma presto in terrore per il dilagare di presunti sostenitori degli ideali giacobini, soprattutto fra la gioventù aristocratica e gli intellettuali borghesi “illuminati”. Si moltiplicano i sospetti, quasi sempre infondati, sulla presenza di fantomatiche spie al soldo dei francesi, mentre sempre più plausibili sono i timori per un possibile tentativo di sbarco delle truppe napoleoniche nell’isola.

            Questo stato di confusione degenererà presto in violenze e in tante città siciliane si leverà il grido: “Viva il Re”…“Viva la Santa Fede”.  

           

 

IL PREGIUDIZIO ANTIGIACOBINO

 

            Nonostante il pressante conservatorismo borbonico tentasse di soffocare la diffusione e l’affermazione delle teorie innovatrici degli illuministi, le legittime aspettative di riforme sociali propugnate dalla rivoluzione francese iniziarono a diffondersi in modo irreversibile sia nel Regno di Napoli continentale che in Sicilia. È l’inizio di una radicale trasformazione civile, politica, economica e religiosa che annaspa però tra ambigui tentativi di riforme sociali e paure di sconvolgimenti dell’ordine costituito. Esempi eclatanti sono la soppressione del feudalesimo e l’avvento dei borghesi nell’amministrazione della cosa pubblica, fino ad allora solo ad appannaggio dei nobili.

 Mentre a Napoli gli ideali rivoluzionari si concretizzano nell’effimera avventura della Repubblica Partenopea, in Sicilia gran parte della società è ancora impreparata agli sconvolgimenti ideologici del pensiero giacobino. Come dirà Salvatore Randazzini, ricostruendo nel 1899 i tragici fatti avvenuti a Caltagirone cento anni prima, il giacobinismo “venne ad ammorbare le menti illuminate ed a commuovere le popolazioni con il turbine della rivolta contro l’altare, il trono e la proprietà”.

            Lo stesso Marchese di Villabianca, prolifico cronista palermitano di fine ‘700, nei suoi Diari Palermitani, interpreta in modo inequivocabile, pur nelle difficoltà comprensoriali del contorto linguaggio settecentesco, la complessità di pensieri e le ambigue convinzioni dominanti in Sicilia. Ineluttabile epilogo sono i tragici “fatti” di Caltagirone e di diversi altri paesi siciliani come Niscemi, San Michele di Ganzaria, Licodia Eubea, Vittoria, in cui la violenza delle “controrivoluzioni” condannò al sacrificio molti innocenti, portò all’arresto di numerosi rivoltosi, a tragici processi e ad esemplari condanne, anche a morte.               

 

Ecco lo straordinario racconto del Marchese:

“Li Giacobini intanto nel nostro paese, cioè in Palermo e nella Sicilia tutta non sono né i nobili, né i popolani, ma sono le persone che non ànno che perdere, birbi, ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultante che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete. L’impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi, e mettere tutto a soquadro, perchè coi spogli degli assassinati provvedessero ne’ loro bisogni. Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di Gente? Danno a sentire a’ plebei, popolane e persone minute, come li Giacobini e traditori del Re sono li Nobili, Ricchi, e li Ministri di Stato e come tali esser di bene che il Popolo, piccadosi della fedeltà del Re prendesse l’armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse l’esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il popolo da una mano fà un servizio alla Maestà del sovrano, e dell’altra mano saccheggiandone le case si arricchisce delle loro rapine. Le persone minute e i plebei come che ignoranti ed innocenti quasi tutti si persuadono di tai consigli e ne ànno cominciato l’opera per disgrazia incendiando Città e Paesi tutt’ora con accompagnarla di omicidij e furti sebbene di poca leva.

Li Nobili Ministri e Ricchi non se l’àn sognato di essere giacobini, e né pure le Maestranze e Popolane anche di buon senno, ma soltanto vili uomini scellerati e vagabondi. E questo quindi è il fermento che sta bollendo a tempi nostri nelle Popolazioni e luoghi della Sicilia.

La cosa intanto è seria e pericolosa. Il Governo ora pensa al riparo di un luogo, o pensa all’altro, si trova in una continua agitazione e io Villabianca molto temo che mel toccassero appresso occasione di scrivere”.

  

 

LA RIVOLTA POPOLARE CONTRO I PRESUNTI GIACOBINI A CALTAGIRONE

 

             Caltagirone, l’antica Urbs Gratissima, ha goduto da sempre i vantaggi di una posizione strategica, a cavallo tra le due grandi pianure siciliane: la Piana di Catania e quella di Gela. Ciò ha permesso, fin dall’antichità, all’agricoltura di prosperare, facendo della città calatina il più importante centro urbano dell’entroterra siciliano.

 

 

 

 

 

 

 

Stemma di Caltagirone Urbs Gratissima.

 

 

                   Conosciuta anche per la ricca e pregevole produzione di ceramiche, la città ebbe il maggiore sviluppo tra il XV ed il XVII secolo, con la costruzione di chiese, collegi, conventi, un ospedale e perfino l’Università in cui si insegnava medicina, giurisprudenza e filosofia. Dopo il disastroso terremoto del 1693 che distrusse gran parte delle città della Sicilia orientale, Caltagirone rinacque nello splendore del Barocco e si arricchì di sontuosi edifici, pubblici e privati.

 

 

Il palazzo municipale di Caltagirone.

 

                  Sul finire del ‘700 contava una popolazione di oltre 20.000 abitanti, di cui almeno un centinaio erano preti e almeno il doppio religiosi che vivevano nei nove conventi cittadini. L’Urbs Gratissima, come scrive sempre il Randazzini, era soprattutto un “nido di Nobili e Patrizi” e “potente e ricca di feudi e tenute esistenti dentro e fuori il nostro territorio possedendo ciascuno la sua casa palazzata di maestosa architettura e d’interiori congegni baronali”.  In un manoscritto del 1799 viene riportato un elenco di ben 116 patrizi viventi in 40 palazzi nobiliari e che, oltre a spartirsi i feudi del calatino, possedevano ben 23 feudi in altri territori dell’isola.

 

 

 

 

Antica veduta di Caltagirone.

 

              In tale contesto, le teorie innovatrici degli Enciclopedisti e le aspirazioni a radicali riforme sociali propugnate dalla rivoluzione francese, si affievolirono in un più banale e innocuo desiderio di novità che riduceva il giacobinismo, soprattutto tra i rampolli della nobiltà, ad una “moda”, come il parlare francese o vestire alla francese. Ecco cosa si legge nella premessa dello storico locale Libertini Guarrera nel suo scritto “La rivoluzione popolare del 1799 in Caltagirone”:

 “Fra i popoli sentitamente religiosi il Caltagironese, il quale agricolo nella più gran parte formando giudizi sempre più strani, finì col credere in casa il nemico. Allora tutti quelli che per splendida nascita, per copia di dovizia vestivano francescamente o parlavano il francese, per l’artigiano, pel contadino erano tenuti in conto di Giacobini”.

 In questo clima di tensione e paura, in molte città siciliane nacque una sorta di milizia cittadina che doveva garantire la sicurezza e l’ordine pubblico. Tra i “Miliziotti” militavano soprattutto artigiani e agricoltori per il cui addestramento vennero inviati degli Ufficiali direttamente da Napoli.

 A Caltagirone arrivano così due ambigui personaggi, un ufficiale svizzero di nome Jauch e un misterioso Maggiore Estengo. I due militari contribuirono non poco ad esacerbare gli animi con continui ammonimenti sulle nefandezze del pensiero giacobino e racconti sulle efferatezze compiute nel continente dall’esercito repubblicano francese. Dopo alcune avvisaglie di disordini verificatesi in concomitanza delle festività carnascialesche, il 7 di febbraio del 1799 scoppiarono dei veri e propri tumulti, capitanati dai Miliziotti più animosi e accondiscendenti con i capi militari di nomina regia.

Al grido “Viva la Santa fede” si scatenò lo scompiglio per tutta la città, la violenza prese il sopravvento ed iniziò una vera e propria caccia spietata ai presunti giacobini, inequivocabilmente identificati con i nobili cittadini. Prova “certa” l’uso delle scarpe con la punta rivolta in alto, come imponeva la moda francese del tempo o ancor di più, saper parlare il francese. Sono loro i nemici di Dio e dei Santi, il male da estirpare come “il loglio di mezzo al frumento”.

Imprigionati tutti i magistrati della città, l’orda dei rivoltosi che andava precipitosamente ingrossandosi di ogni sorta di plebaglia, armata di bastoni, scuri e picconi, iniziò il rastrellamento sistematico dei nobili. Nel contempo si accatastava legna nella piazza principale, con il folle proposito di bruciare vivi tutti i Giacobini.

 Il primo a perire fu il Baronello di San Lorenzo, un giovane di appena 24 anni, freddato, quasi per pietà, da una pallottola nell’istante in cui veniva scaraventato sul rogo. Diversi aristocratici, stanati dai propri palazzi, furono rotolati per le scale e percossi a morte; altri pesantemente feriti e molti ancora furono tradotti e rinchiusi nelle carceri borboniche cittadine, in attesa delle esecuzioni ma soprattutto per rendere più facile la spoliazione dei palazzi nobiliari. Tante dimore patrizie furono danneggiate e fu appiccato il fuoco al Casino dei Nobili. Si arrivò a pensare di incendiare l’intero carcere quando la moglie del secondino tentò disperatamente di ritardare le esecuzioni denunciando la smarrimento delle chiavi che aprivano le celle.

 

 

 

 

 

Il Carcere borbonico in cui furono rinchiusi di presunti Giacobini.

                Dopo due giorni di inaudite violenze, la ragione iniziò a prendere il sopravvento sugli istinti primordiali. La ribellione fu sedata grazie all’intervento di Don Pietro Zambrano, un veterano militare sostenuto dal clero e da gran parte della pacifica popolazione calatina che aveva da subito preso le distanze dai comportamenti delittuosi. L’arrivo di un piccolo esercito, capitanato dal Principe di Cutò e con al seguito un Magistrato della Gran Corte Criminale, placò definitivamente ogni forma di tumulto.

 I nobili furono immediatamente liberati e nel giro di pochi giorni furono arrestati oltre 90 rivoltosi. Il numero totale dei carcerati, sospettati di aver preso parte ai tumulti, superò i 400 anche se nel tempo molti furono scagionati. Parecchi altri riuscirono a scappare ma furono giudicati rei fuggiaschi e subirono la confisca dei beni. Oltre 150 furono i processati e il 14 settembre dello stesso anno arrivò la sentenza: i tre capipolo che avevano acceso la rivolta furono condannati a morte, diversi all’ergastolo o a pesanti pene detentive. Molti furono anche gli esiliati.

Il Maggiore Estengo, unitamente agli altri Ufficiali e a Don Angelo La Croix, originario della Puglia e segretario del Generale svizzero Jauch, furono accusati di “secreta macchinazione” contro lo Stato e la Real Corona e subirono un processo militare per “fellonia”. La maggior colpa ricadde sul La Croix, in quanto ritenuto ispiratore e artefice di tutte le macchinazioni e condannato alla pena capitale. Gli altri ufficiali furono degradati e condannati al confino. A mitigare la pena per il Maggiore Estengo, del quale si perse poi ogni traccia, contribuirono alcune dubbie testimonianze, su presunti tentativi di sedare il tumulto sul nascere.

Particolarmente inquietanti le voci che circolavano da tempo e divenute più insistenti durante il processo militare in riferimento a un “mandato speciale per ordire la rivolta della Sicilia” usando come pretesto la lotta ai presunti Giacobini.

 

 

IL MISTERO DELL’IGNOTO “GRAN PERSONAGGIO”

 

            Ad alimentare i sospetti di pesanti ingerenze esterne nei fatti di Caltagirone contribuì l’ambiguo comportamento dei due ufficiali, che pur addossandosi l’un l’altro la responsabilità dei fatti, trovano nel La Croix il maggiore espiatore. Lo stesso, anche sotto tortura e condannato a morte, non ammise mai la sua colpa e affrontò intrepido il patibolo, tacendo fino alla fine la sua verità.

Tra le tante ipotesi, e nella reale mancanza di prove documentali, l’idea più suggestiva rimane quella che il “Gran Personaggio” possa essere stato la Regina Maria Carolina di Napoli. Relegata a Palermo insieme al marito, Re Ferdinando IV, e quasi ostaggio degli interessi inglesi, con le sue trame cercò di porre freno, in tutti i modi a lei possibili, alla forza invisibile di quelle “idee” che a Parigi avevano trascinato sulla ghigliottina la sorella Maria Antonietta e ora mettevano a repentaglio anche il suo fragile regno.

 

 

 

 

 

Maria Carolina regina consorte di Napoli e Sicilia.

 

 

Acireale, 22 / 01 / 2021

                                                                                                                      

Dott. Giuseppe D'Urso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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