LE STORIE NAPOLEONICHE

LA SICILIA AI TEMPI DELLA

RIVOLUZIONE FRANCESE

 

  

 

Storia di una congiura giacobina
 

Dott. Giuseppe D'Urso

 

Mentre la Rivoluzione infiammava la Francia e tutta l’Europa si preparava ai grandi sconvolgimenti dell’epopea napoleonica, la Sicilia rimaneva tagliata fuori da ogni cambiamento civile, religioso e culturale, sotto il peso del più abietto conservatorismo borbonico. Nonostante molti siciliani non soffrissero la drammaticità e l’ansietà di appartenere ad una realtà immutabile, alcuni intellettuali ma anche nobili “illuminati” incominciano a provare indegnità a vivere in una società fondata esclusivamente sui privilegi di classe, l’ingiustizia delle norme e spesso anche il sopruso nella loro applicazione.

Qualcuno di loro è pronto a rinunciare agli atavici privilegi legati al proprio status sociale e pochi altri, alzando la posta in giuoco, si scommettono su improbabili tentativi di rivolta: pagheranno con la vita!

 

Illuminismo e riformismo nell’Italia meridionale

 

Le idee illuministe, nate in Francia attorno alla metà del Settecento, si diffonderanno velocemente in tutta Europa, imponendo profonde trasformazioni sociali destinate a travolgere anche strutture politiche, istituti giuridici, religione e cultura. In nome della “ragione” si rinnegheranno anche tradizione e fede e si affermerà l’idea di un cosmopolitismo culturale che supera i confini nazionali e ripudia ogni dogmatismo religioso. Nelle nazioni più evolute, come Inghilterra e Francia, grazie anche all’avvento delle macchine nei processi produttivi, cambia radicalmente il rapporto tra uomo, lavoro e sistema di produzione dei beni e nascono nuove categorie sociali come il “proletariato” relegato al ruolo di forza-lavoro e la “borghesia imprenditoriale” protagonista del nuovo sviluppo economico.

            E’ il tempo in cui in Italia si iniziano a tradurre e leggere autori francesi come Montesquieu, Voltaire, Diderot e Rousseau. Idee e dettami propugnati in queste opere devono essere spesso smorzati e mediati dagli intellettuale italiani “illuminati” in quanto essi stessi appartenenti alla nobiltà o al clero e costretti a trovare un compromesso con l’Ancien regime, di cui sono espressione e parte integrante. Ciò permetterà, specialmente al sud, all’aristocrazia e alla chiesa di mantenere un ruolo preminente. Anche le riforme liberali, attuate dai Borboni nel Regno di Napoli, risulteranno poco incisive, rispetto a quanto realizzato in Inghilterra e Francia. Perfino l’Austria, nei domini del nord Italia, avviò lo smantellamento del vecchio sistema feudale favorendo una nuova politica industriale, soprattutto in campo manifatturiero.

Il pensiero e le idee illuministe nel meridione d’Italia ebbero il loro centro propulsore a Napoli dove Carlo di Borbone aveva favorito la nascita di circoli riformatori e la diffusione delle idee di grandi umanisti come Antonio Genovesi, titolare della prima Cattedra di Economia in Europa e i suoi discepoli Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano. Il primo, annoverato fra i massimi giuristi del ‘700, fu autore della “Scienza della Legislazione”, monumentale opera in cui viene teorizzata la riforma legislativa alla luce di una scienza che mira essenzialmente alla felicità individuale del “cittadino” e ritorni anche a vantaggio del “buon Stato”. Il Pagano, invece, è considerato il fondatore della scuola napoletana di diritto ed il precursore del “positivismo”.

 Con l’avvento al trono di Ferdinando IV ci fu un’involuzione della politica borbonica e le convinzioni reazionarie ebbero il sopravvento al punto da essere pianificato l’annientamento sistematico di tutti i promotori della “luce della ragione” anche attraverso la loro condanna a morte.

Il pensiero illuministico nella Sicilia di fine ‘700

 

            Pur essendo la Sicilia parte integrante del Regno di Napoli, il governo dei Viceré di nomina borbonica permetteva una certa autonomia, anche di pensiero. L’esempio più lungimirante è quello di Don Domenico Caracciolo, Marchese di Villamaina, che tra il 1781 e il 1786 cercò di aprire il suo vice regno ai temi salienti della cultura illuminista con cui era venuto a contatto durante il suo soggiorno parigino, in qualità di ambasciatore.  Il Marchese osteggiò apertamente il potere baronale, ma non riuscì a scardinare l’assetto feudale che era alla base di ogni possibile rinnovamento. Le speranze di “riscatto” iniziarono a tramontare con l’avvento di Don Francesco D’Aquino, Principe di Caramanico, che dopo le riforme liberali dei suoi primi anni di viceregno, riportò pian piano la Sicilia al vecchio ordine.

La situazione si aggravò ulteriormente nel 1795 con la nomina a Viceré di Sicilia di Monsignor Filippo Lopez y Rojo, uomo gretto e ultraconservatore. Odiato dal popolo e malvisto anche dai nobili, già a pochi mesi dopo il suo insediamento, a Palermo sarà ordita una congiura per trucidarlo unitamente ai membri del Consiglio. Questo gesto estremo avrebbe poi dovuto innescare una vera e propria sommossa popolare, improntata al modello della Rivoluzione francese.

 

                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto del Viceré Monsignor Filippo Lopez y Rojo.

 

Anche nell’ambito di importanti istituzioni culturali, come il Siciliae Studium Generale di Catania, la più antica Università dell’isola, non mancarono figure “illuminate” che si adoperarono, anche sommessamente, per contrastare l’oscurantismo in cui versava il mondo accademico siciliano.

Emblematica è la vicenda del Vescovo Salvatore Ventimiglia, Gran Cancelliere dell’Università di Catania, che fu così aperto agli studi liberali da volere il Canonico Giovanni Agostino De Cosmi, personalità geniale e dalla cultura enciclopedica, nella sua Università.

 Il Gran Cancelliere, inoltre, trasferì “segretamente” la ricca collezione di libri “proibiti” degli illuministi francesi, dalla Biblioteca ventimigliana a quella universitaria, gestita dal compiacente bibliotecario, Canonico Sorano. Molti studenti catanesi poterono così leggere gli enciclopedisti e conoscere “Il contratto sociale” di Rousseau o il trattato sui “Diritti e Doveri dei Cittadini” di Mably.

Scriverà nelle sue Memorie ginevrine l’esule  siciliano Giovanni Gambino, ricordando il tempo che lo vide giovane studente universitario a Catania e fervente giacobino, poi costretto a lasciare la sua terra: “Sono ancor oggi grato a quel benefattore del mio paese natale perché, mentre come Vescovo vigilava sul proprio gregge, come Cancelliere dell’Università dirigeva l’insegnamento facendo circolare dei libri utili, sicché a lui ed a lui solo, Catania deve il risveglio di molte intelligenze che il dispotismo e la superstizione avevano intorpidite ... ricordo le mie conversazioni quotidiane con alcuni di quei professori che il Vescovo aveva chiamati all’Università e con dei giovani amici tutti dannati come me e anzitutto il bibliotecario che trasgredendo al regolamento, era in permanente peccato mortale”.

 

 

Una congiura giacobina

 

Francesco Paolo Di Blasi nasce a Palermo nel 1755. E’ il secondogenito di un’aristocratica famiglia, con ruoli di prestigio in ambito politico e religioso. Il padre Vincenzo era stato membro del Senato cittadino e Sindaco di Palermo, due zii paterni abati del colto ordine benedettino.

 Avviato agli studi giuridici divenne un valente avvocato. Nel 1778 Francesco Paolo pubblica la “Dissertazione sopra l’uguaglianza e la disuguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità” che raccoglie brani salienti tratti dal Discours di Rousseau. L’opera, apparentemente semplicistica, ha un effetto dirompente nel contesto di arretratezza culturale in cui versa Palermo e tutta la Sicilia; la “Dissertazione” testimonia la totale condivisione degli ideali illuministici del giovane autore, a partire proprio dalle teorie rousseauiste sull’uguaglianza tra gli uomini, indipendentemente dal loro status e il soddisfacimento egualitario delle loro necessità.

 

                        

 

 

 

Ritratto di Francesco Paolo Di Blasi.

 

            Francesco Paolo Di Blasi è anche un profondo conoscitore della storia del “Diritto Sicolo”, come dimostra nel suo minuzioso lavoro di raccolta di tutte le prammatiche del Regno a partire dall’epoca federiciana, comprese quelle cadute in disuso o soggette ad errori per “falsa intelligenza ed imperizia”.  Se il riconoscimento delle “verità” sull’applicazione delle antiche norme giuridiche fosse sfociato in una riforma legislativa, come auspicato dal Viceré Caracciolo, tutta l’impalcatura del sistema feudale siciliano sarebbe crollata a vantaggio del Regio Demanio. Per i suoi meriti di studioso, ma soprattutto per i servigi resi alla Corona, viene nominato Giudice della Gran Corte Pretoria: era l’anno dello scoppio della rivoluzione francese.

 Tollerante nei confronti del Viceré Francesco D’Aquino di Caramanico, il Di Blasi aveva apprezzato alcune timide riforme fatte da questi sulla scia di quanto voluto dal precedente governatore della Sicilia, entra invece in rotta con il nuovo Vicerè Monsignor Lopez y Royo, la cui politica repressiva e conservatrice contrastava con i suo ideali. Dalle prime suggestioni culturali e idee di moderato riformismo trasmessi dagli zii abati, con cui era cresciuto dopo la prematura morte del padre e ampiamente esposte nelle sue giovanili “Dissertazioni”, era passato, via via, a più radicali intendimenti alla “luce della ragione”.

Svanita l’illusione di un possibile cambiamento attraverso la lotta ai privilegi baronali e soprattutto l’affermazione del primato dello Stato in tema di finanze e giustizia, subentra sempre più la convinzione che è arrivato il “tempo di agire”.

Fino a che punto l’avvocato Di Blasi abbia “agito” è difficile dirlo, in quanto manca la prova tangibile del suo coinvolgimento nel tentativo di insurrezione popolare che doveva prendere il via a Palermo, il Giovedì Santo del 1795, e che fu però stroncato sul nascere in seguito alle delazioni di due presunti congiurati.

Lo stesso, immediatamente arrestato e sottoposto alle più atroci torture, si professò innocente, negando di essere l’ideatore e promotore della congiura per instaurare una Repubblica in Sicilia.

Più che i fatti, di cui possiamo trovare un dettagliato resoconto nei Diari Palermitani del Marchese di Villabianca, prolifico cronista nella Palermo di fine ‘700, è l’ambigua interpretazione degli eventi che lo stesso propina nella suo scritto a destare i maggiori dubbi. A tutti i costi si vuole cercare una giustificazione ad un gesto definito “forsennato” ed è paradossale che la motivazione si voglia trovare non nelle profonde e consolidate convinzioni ideologiche del giurista palermitano bensì nella sua condizione “contingente”, in quanto: “indebitato costui di migliaia e migliaia e toccava la povertà” e quasi fatalmente “fu la ruota a precipitarlo in quest’atto di disperazione e perciò egli più minuta persona degli altri dee reputarsi”.

 Tali considerazioni vengono smentite dallo stesso cronista quando, nel prosieguo della storia, racconterà dell’arresto e che “gli vennero tosto confiscati i beni” nonché, a riprova che il Di Blasi non versasse in stato di indigenza e soprattutto fosse cosciente delle sue azioni, continuerà scrivendo: “egli in sostanza fe’ il tutto, e per far ciò ebbe a profondervi del suo qualche denaro”.

Anche i familiari si associarono, forse per paura, al comune sentire con un giudizio impietoso con cui lo definiscono “giovine savio, non aveva giammai dato indizio di tal follia”.

Reo convinto ma non reo confesso Francesco Paolo Di Blasi, appena quarantenne, fu condannato a morte e in quanto nobile, ebbe risparmiata la forca. La sentenza fu eseguita nella sua Palermo, fuori Porta Nuova, il 20 maggio del 1795 e per la prima volta in Sicilia il boia armeggiò con uno strano marchingegno per decapitare il condannato.     

      

 Palermo – Porta Nuova.

 

Una “improbabile” Rivoluzione era fallita sul nascere, ma la scintillante lama della ghigliottina fendeva già l’area tersa della Sicilia, consacrando i primi eroi della libertè, fraternitè, egalitè. 

Leonardo Sciascia farà rivivere Francesco Paolo Di Blasi nel famoso romanzo del 1963, “Il Consiglio d’Egitto” in cui la figura del giacobino palermitano risplende di nuova luce.

 Nella trasposizione romanzata dei fatti è l’astuto Abate Vella che tenta, con la grande impostura, di attribuire ad un antico manoscritto risalente alla dominazione araba, verità storiche sulla titolarità di feudi e privilegi in Sicilia che fanno “tremare” l’aristocrazia dell’isola. Palese risulta l’analogia con il clima di paura e sospetto che ingenerarono gli studi e i convincimenti del Di Blasi sui fondamenti giuridici delle prammatiche su cui si fondava il potere baronale.

 Così scriverà l’autore per mano dell’Abate Vella nella lettera indirizzata al re in cui giustificava e quasi assolveva la propria impostura alla luce delle “scoperte” del giovane avvocato palermitano: “Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro che indovinare o fantasticare, non si poteva indovinare più giusto, né fantasticare con più vigore”.

 Il grande scrittore siciliano inoltre supera la rappresentazione fallimentare di un uomo che credeva nella ragione, nell’uguaglianza e nella possibilità di riscatto sociale, così come ce lo descrive, pretestuosamente, il nobile cronista palermitano di fine ‘700 e ci consegna l’immagine eroica di un uomo “nuovo” che, sul patibolo, al boia che invoca il perdono per l’ingrato compito, ha la forza di gridare: “Pensa alla tua libertà!”.

 

      Lapide dedicata a Francesco Paolo di Blasi nei pressi di Porta Nuova a Palermo.

 

 

 Acireale,  23 / 11 / 2020

 

                                                                                                                      Dott. Giuseppe D'Urso

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Francesco Maria Emanuele Marchese di Villabianca,  “Diari Palermitani” – Biblioteca Comunale di Palermo

L. Sciascia  e  S. Guglielmino, “Narratori di Sicilia”  –  A.P.E. Mursia

L. Sciascia, ” Il Consiglio d’Egitto” – Einaudi

Giovanni Nepomuceno Gambini,  “Memoires”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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